Il manipolo che spezzò il muro: Romani e Macedoni a Cinocefale (197 a.C.)
Giorgio Pesce
Il contesto geopolitico: la Seconda guerra macedonica
Dopo la celebre vittoria di Scipione l’Africano a Zama del 202 a.C. e la successiva firma di pace nel 201 a.C., la Seconda guerra punica era giunta al termine. Roma ne emergeva come una potenza egemone nel Mediterraneo occidentale ma tutto questo a caro prezzo: la penisola italiana era rimasta segnata da quasi un ventennio di scontri, con decine di migliaia di vittime, l’agricoltura era in difficoltà e l'economia in crisi. La Macedonia di Filippo V aveva preso parte allo scontro, con la Prima guerra macedonica del 214 - 205 a.C., a fianco dei Cartaginesi di Annibale, con lo scopo di colpire gli interessi di un’agonizzante Roma nell’Illiria. Il risultato di questa prima guerra fu sostanzialmente una “tregua armata”, uno stallo dal quale Filippo V ottenne alcuni territori e Roma poté tornare a concentrarsi sulla ben più grande minaccia cartaginese.
La questione, però, non fu risolta: l’espansionismo macedone ricevette un nuovo e forte impulso con la morte di Tolomeo IV d’Egitto. Filippo V, con l’intento di ottenere i territori oltremare egizi, stipulò un’alleanza con il sovrano seleucide Antioco III, puntando al controllo totale dell’Egeo. Le prime a cadere furono le città greche in Tracia e dei Dardanelli, spingendosi rapidamente verso sud, colpendo gli interessi di Rodi e Pergamo, arrivando ad assediare Samo e a conquistare Mileto, minacciando la libertà dei commerci e l’equilibrio politico della regione. Sentendosi sull’orlo di una possibile sconfitta, Rodi e Pergamo decisero di inviare una delegazione a Roma per chiederne l’aiuto. Il quesito fu portato in Senato, l’Urbe non aveva ancora dimenticato l’attacco macedone di pochi anni prima ma i Comizi Centuriati (1) votarono inizialmente per non entrare in guerra. Il popolo aveva ancora ben vivido il ricordo della distruzione causata dalla guerra contro Annibale, stremati da decenni di sangue, temevano si potesse finire in una situazione simile, in un conflitto che sembrò non finire mai e che quasi portò alla distruzione di Roma. Il console Publio Sulpicio Galba riuscì tuttavia a ribaltare l’esito del voto grazie al suo celebre discorso: li convinse che la guerra non era un’opzione ma una necessità inevitabile, e che la vera scelta era se affrontarla di nuovo in Italia o portarla preventivamente in Grecia. Nel 200 a.C. Roma dichiarò formalmente guerra, dando così inizio alla Seconda guerra macedonica.
I primi due anni furono caratterizzati da campagne militari inconcludenti sui monti dell’Epiro, resi difficili per via del complesso territorio balcanico, con i Macedoni che tenevano un atteggiamento prettamente difensivo. Nel 198 a.C. venne eletto console Tito Quinzio Flaminino, un profondo conoscitore e appassionato della cultura greca, il quale capì che per sbloccare la situazione era necessario eliminare prima i suoi alleati. Tito si mostrò non più come semplice console romano ma come il “liberatore dei greci” e ordinò a Filippo V di liberare le città da lui conquistate; chiaramente una richiesta inaccettabile e Tito lo sapeva ma il piano era quello di mettere contro il sovrano macedone le città greche. E così fu, al rifiuto del Re molte città si ribellarono: la Lega Achea, coalizione composta da polis greche del Peloponneso centro settentrionale e fino a quel momento concentrata con la guerra contro Sparta, cambiò schieramento e in molti passarono al lato dei Romani, fatta eccezione per alcuni casi come Argo, rimasta fedele ai Macedoni.
A Filippo V non restava che raggruppare le forze e tentare uno scontro campale che potesse porre fine all’appena nata speranza di vittoria da parte dei Romani e dei loro alleati greci, lo scontro avvenne nel 197 a.C. a Cinocefale, in Tessaglia. Non si trattava solamente di uno scontro tra due entità, ma tra due visioni del mondo, due filosofie di guerra molto diverse: da una parte il Regno di Macedonia, con il lascito culturale di Alessandro Magno, ancora fedele all’uso di una strategia d’urto, con l’ausilio di un esercito compatto: la falange; dall’altro la Repubblica Romana, che aveva imparato a adattarsi alle condizioni, con un esercito capace muoversi in ogni ambiente: il manipolo.
In alto: Il mondo greco alla vigilia della Seconda guerra macedonica, in rosso, sotto Larissa, viene indicato il luogo della battaglia di Cinocefale (Mappa Wikimedia Commons via Cristiano64; CC-BY-3.0 )
La falange macedone: il muro di picche
Quello che si presentava davanti ai Romani non era la classica formazione a falange oplitica che caratterizzava le polis greche e che caratterizzò anche gli Etruschi e i Romani stessi, si trattava della falange macedone. Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, visse parte della giovinezza come ostaggio presso Tebe e poté vedere con i suoi occhi e studiare l’importanza di un esercito ben addestrato e professionale, come quello del generale Epaminonda. All’epoca Tebe aveva infatti ottenuto un’importante vittoria contro Sparta nella battaglia di Leuttra del 371 a.C., diventando così la potenza egemone. Filippo II aveva ben chiaro che se avesse voluto dominare la Grecia avrebbe necessitato di un esercito capace di superare la barriera degli scudi nemici prima ancora di arrivare corpo a corpo. Secondo la storiografia classica, egli rese dei semplici contadini e pastori in una fanteria d’élite, addestrata non più sulla tecnica dello othismos, ossia sullo scontro fisico ravvicinato tra le due falangi oplitiche, bensì sulla gittata delle armi e sulla densità della formazione, un blocco compatto e impenetrabile, un “muro di picche”. Il segreto della falange risiedeva nella sarissa, una picca molto più lunga della sua controparte greca doru, quest’ultima raggiungeva una lunghezza variabile tra i 2 e i 3 metri circa mentre quella macedone andava dai 4 ai 6,5 metri con una punta in metallo più grande. Va fatto presente che picche così lunghe erano già conosciute nel mondo greco, venendo già citate da Omero nell’Iliade, dove Ettore viene descritto impugnare a due mani una picca lunga 528 cm, sono molti gli studiosi che dubitano sia da accreditare a lui l’invenzione e che abbia solamente migliorato qualcosa di già conosciuto, come affermato da Richard A. Gabriel. Secondo questi, la falange macedone sarebbe stata utilizzata già durante il regno di Alessandro II, nata dalle riforme del generale greco Ificrate e introdotta poi nell’esercito macedone attorno al 370 a.C. con il nome di pezhetaìroi, ossia compagni a piedi; successivamente venne migliorata dal successore Filippo II, andando a coprire le ali con truppe armate nello stile oplitico. Le prove a sostegno di questa teoria sono varie: Filippo II non disponeva inizialmente di un grande tesoro, non avrebbe potuto finanziare tale riforma, a meno che questa non fosse già stata fatta precedentemente; inoltre alcuni testi antecedenti, come quelli di Diodoro Siculo e Nepote, raccontano di come Ificrate raddoppiò la lunghezza della picca e fece utilizzare scudi più piccoli che permettessero l’uso della mano sinistra per reggere a due mani la picca, tutte cose viste poi con la falange di Filippo II. Sembrerebbe dunque più probabile accreditare tale invenzione, o quanto meno l’inizio, all’ateniese Ificrate.
Nel contesto trattato, l’esercito di Filippo V era composto da quattro componenti principali: i falangiti, i peltasti, la cavalleria e infine mercenari di vario tipo. Il reclutamento avveniva nelle città del regno per ordine del Re, ogni nucleo familiare doveva fornire almeno un uomo abile al servizio, di solito di età superiore ai 19 anni ma in caso di necessità questo limite poteva venir abbassato, come nel caso trattato in questo articolo, reclutando ragazzi dai 16 anni in su. L’addestramento iniziava già dai 15 anni, i cittadini si allenavano nei ginnasi e imparavano l’uso dei giavellotti e degli archi; una volta reclutati venivano poi addestrati a eseguire gli ordini, rispettare le formazioni e a combattere. Il loro servizio era stipendiato dalle casse del regno e spesso venivano dati premi o spartiti i bottini di guerra.
I falangiti erano il cuore pulsante dell’esercito macedone, la parte più numerosa e importante, la loro forza risiedeva nella loro gittata d’attacco e nella loro compattezza in una formazione serrata. L’equipaggiamento offensivo era composto dalla già citata sarissa, arma principale e simbolo del falangita, e da una spada corta, spesso con la lama a forma di foglia bifilare come nel caso dello xiphos, oppure a lama ricurva con un solo filo come nel caso del kopis o della makhaira. Come detto precedentemente, il fante necessitava entrambe le mani per poter reggere il peso della sarissa, per poter far ciò si decise di usare uno scudo più piccolo e leggero rispetto all’hòplon greco, il pèlte; questo scudo veniva tenuto saldo al braccio grazie ad un sistema di cinghie che permetteva di lasciare libera la mano sinistra. Il suo diametro era di 60 - 65 cm circa, con versioni poco più grandi che raggiungevano i 74 cm.
Oltre allo scudo, il fante disponeva di altre protezioni, di solito un elmo e un’armatura che proteggesse il tronco e schinieri. L’equipaggiamento, detto panoplia, era fornito dal regno ma questo non lo rendeva affatto uniforme, i resti archeologici mostrano un’ampia varietà all’interno delle file macedoni, con un ampio uso dell’elmo in ottone pilos di fabbricazione greca oppure elmi in stile tracio/attico, spesso destinati alle truppe d’élite visto l’alto costo, dotati di creste o paraguance e, di solito, finemente decorati. Per quanto riguarda l’armatura, è possibile che le prime fila, soggette all’urto maggiore, fossero dotate di armature in bronzo, come l’hemi-thorax, un’armatura che simulava il petto e parte dell’addome, andando a proteggere la parte alta del tronco, oppure da più complete thorax che proteggevano fino al basso ventre mentre le altre file erano dotate di linothorax, armature composte da vari strati intrecciati di lino, una protezione apparentemente scarna ma che invece si dimostrò molto efficace, proteggendo dai colpi nemici e persino dalle frecce in alcuni casi. Gli schinieri, detti knemis, anch’essi di bronzo, avevano il compito di proteggere la parte delle gambe scoperta dallo scudo e , dunque, vulnerabile ai colpi nemici che avrebbero fatto cadere il fante spezzando così la formazione.
La formazione in battaglia comprendeva circa 16.384 falangiti, guidati dal proprio re o, in sua assenza, dallo strategos, il generale in capo; a sua volta la falange poteva essere divisa in due, in questo caso la formazione prendeva il nome di keras e comprendeva 8.192 uomini comandati dal keratarca; ciascuna di esse era poi formata da due unità, la phalangarchia, composta da 4.096 uomini guidati da un falangarca; quest’ultima si poteva dividere a sua volta, ottenendo la merarchia formata da 2.048 uomini con a capo il merarca; dividendo ancora si ottiene la chiliarchia con 1.024 uomini e guidata dal chiliarca; a sua volta divisa ottenendo la pentacosiarchia, composta da 512 uomini e comandata da un pentacosiarca; infine, la più piccola unità fondamentale indipendente ossia lo syntagma, composto da 256 uomini in file da 16x16 guidati dal sintagmatarca. I 16.384 uomini erano divisi in: due kerata, quattro phalangarchiai, otto merarchiai, sedici chiliarchaiai, trentadue pentacosiarchiai, sessantaquattro syntagmata.
Come detto, oltre ai falangiti, l’esercito di Filippo V poteva contare sulla cavalleria, anche se lontana dalla gloriosa cavalleria di Alessandro Magno; il suo scopo nella battaglia fu più quello di schermaglia, in supporto alla fanteria che manteneva invece il ruolo principale. La cavalleria era divisa in ilai, gruppi di cento cavalieri circa, di cui quattro ilai come guardia reale, chiamati Squadroni Sacri. Ogni ile era dotata di un mantello che ne distinguesse l’unità, per lo Squadrone Sacro il mantello era color giallo zafferano con bordo viola. L’equipaggiamento della cavalleria variava, i Macedoni avevano in dotazione un ampio scudo circolare con un umbone o una spina centrale a rinforzo, dimostrandone l’uso ravvicinato durante i brevi scontri con la fanteria nemica; oltre che dallo scudo, i cavalieri erano protetti da linothorax e in tali casi da elmi, a seconda della loro funzione e del loro rango. Come armi portavano lunghe lance e, stando alla descrizione di Livio, anche di alcuni giavellotti che avrebbero scagliato contro i nemici da breve distanza. Sin dai tempi di Filippo II, la principale formazione della cavalleria tessalica era quella romboidale, caratterizzati inoltre dalla possibile assenza di scudo, come mostrano alcune monete coniate sotto Nicomede II (147 - 127 a.C.).
Oltre alla falange e alla cavalleria vi erano poi i peltasti, truppe di fanteria leggera che prendevano il nome dal loro tipico scudo, il sopracitato pèlte. Erano truppe polivalenti, potevano combattere sia come parte della falange sia indipendentemente. Il loro equipaggiamento era il più leggero possibile, da permettere il miglior movimento, erano dotati di un elmo o a volte di un più semplice copricapo in tessuto, portavano vesti semplici senza una protezione per il torace e il loro armamento consisteva in lance e giavellotti. A Cinocefale solo 2.000 di questi peltasti presero parte alla battaglia, non si trattava però di semplici fanti leggeri bensì di veterani, soldati capaci e fidati, vestiti cremisi e soprannominati “conquistatori”, facenti parte dell’Agema, la guardia reale d’élite del sovrano.
Infine, vi erano le truppe mercenarie, tra cui primeggiarono 2.000 traci, truppe armate di rhomphaia, una temibile arma inastata da taglio in grado di tranciare scudi e arti nemici; erano protetti da scudi ovali detti thyreos e occasionalmente da elmi come quello frigio.
A sinistra/In alto: Schema di una Phalangarchia e le sue sottodivisioni. (Mappa Autore)
A destra/In basso: Ricostruzione storica di un falangita (Foto Christopher Matthew, An Invincible Beast. Understanding the Hellenistic Pike-phalanx at War; op. cit. in bibliografia)
La legione manipolare
L’esercito romano era stato suddiviso, grazie alla riforma di re Servio Tullio del 570 a.C. circa, in classi basate sul censo, con la prima classe formata dai più benestanti, in grado di acquistare un armamentario migliore, e per ultima la quinta classe, la più povera e spesso armata di sola clava o fionda e pietre. Per secoli si trattò di un esercito oplitico; tuttavia, le dure sconfitte subite dai Romani nella Seconda guerra sannitica del IV secolo a.C., come quella della celebre battaglia delle Forche Caudine del 321 a.C., dimostrarono come la falange oplitica, eccelsa in campi aperti, fosse vulnerabile nei terreni difficili e negli spazi chiusi del territorio sannita. È dunque possibile che sia stato grazie a una serie di sconfitte che Roma si mosse per una riforma del proprio esercito, andando a ispirarsi probabilmente anche a quello sannita. Si trattò comunque di un processo lungo, iniziato già con le dure sconfitte da parte dei Galli Senoni e con il tristemente noto sacco di Roma del 390 a.C.; lo stesso storico Livio, principale fonte per lo studio manipolare, definì Marco Furio Camillo, politico e generale romano, come l’inventore del manipolo. E ancora per secoli rimasero tracce del vecchio sistema oplitico, soprattutto sull’armamentario, rimasto per molto tempo invariato; basti pensare che ancora nella battaglia di Benevento del 275 a.C. i principes vengono descritti da Dionigi portare un’asta da urto.
Nel periodo trattato, l’esercito romano si era ormai riorganizzato, aveva imparato dai suoi errori e si era fortificato durante le guerre; molti soldati a Cinocefale erano veterani della battaglia di Zama, forti di esperienza e fiducia in sé, ben addestrati ed equipaggiati, capaci di operare in ogni ambiente e non più limitati ai campi aperti. L’organizzazione della legione consisteva in una prima linea, formata dagli hastati, giovani nel pieno delle forze e armati con lo scutum (o thyreos), uno scudo lungo circa 120 cm e largo 60 cm, dal gladius (o machaira) ossia la spada, due giavellotti pesanti detti pila (o hyssoi), un’armatura che proteggesse il petto, spesso una cotta di maglia detta lorica hamata oppure dal più arcaico kardiophylax, una protezione in metallo per il petto, schinieri detti proknèmis, e infine un elmo che poteva variare, dal tipico elmo montefortino a modelli in stile attico o corinzio. La seconda fila consisteva invece nei principes, armati in similar modo agli hastati, si trattava di soldati spesso veterani più forti e in là con l’età. La terza fila era formata dai triarii, anch’essi armati come le prime due fatta eccezione per i giavellotti, sostituiti invece dall’asta da urto, l’hasta (simile alla doru greca). Le due classi più povere: i rorari e gli accensi erano state riformate e presero il nome di velites, divennero truppe leggere armate di giavellotti e spada, protette a volte da un semplice elmo, spesso piumato, e da un piccolo scudo detto parma. L’equipaggiamento in quest’epoca era ancora alla dipendenza del soldato, dunque si trattava ancora di un esercito disomogeneo con la presenza di più tipi di armature e armi; tuttavia, si cercava di mantenere una certa uniformità e ordine nell’insieme.
Durante la battaglia, il console Tito Flaminino poteva contare su un esercito numeroso e ben addestrato, 22.000 legionari a cui si aggiunsero: 6.000 fanti e 400 cavalieri etoli, 2.000 atamani e 800 tra cretesi e apolloniani. Chiaramente queste cifre sono solo stime approssimate, nel corso del tempo gli storici hanno avanzato stime diverse per l’esercito completo, il cui organico è stato di solito stimato tra i 26.400 e i 32.000 o più uomini mentre quello dei singoli soldati romani viene fatto partire da un minimo di 18.000 a un massimo di 22.000 legionari e, molti di loro, erano veterani della Seconda guerra punica. Secondo lo storico e topografo britannico Nicholas G. L. Hammond, la cifra totale fu di circa 32.400 uomini.
Nel periodo delle guerre puniche, si stima che Roma avesse potuto reclutare fino a 25 legioni. La legione descritta dallo storico Polibio, vissuto nel II secolo a.C., era formata all’incirca da 4.200 soldati, a cui vanno poi aggiunti 300 cavalieri dell’alae. La prima linea era formata da 10 manipoli di hastati, ciascun manipolo comprendeva 160 uomini circa, divisi in due centurie. Ogni centuria era formata da 60 uomini, la prima comandata dal Centurio Prior, mentre la seconda dal Centurio Posterior; ogni centurio si trovata nel lato destro della centuria, in prima fila, e aveva il ruolo di comando. Il Centurio Priori veniva affiancato dal Signifer, il portatore d’insegna, con un compito non solo simbolico e religioso ma anche dall’importante ruolo strategico. Il secondo in comando era detto Optio, si trovava nell’ultima fila della centuria e aveva il compito di sostituire il centurione in caso fosse assente o morto, inoltre aveva il compito di sorvegliare dal retro la centuria. In ogni manipolo vi erano inoltre 40 velites come fanteria leggera in supporto alla fanteria più pesante degli hastati.
La seconda linea era formata da 10 manipoli di principes, anch’essi come nello schema in figura a sinistra/in alto, infine l’ultima fila, formata anch’essa da 10 manipoli ma dimezzati nell’organico, con soli 60 triarii per manipolo. Il Centurio più in alto in grado era il Centurio Prior del primo manipolo dei triarii, detto anche Primus Pilus. Tutti questi gradi non erano ancora ufficiali come lo saranno poi nel futuro. Un centurione poteva esserlo in una certa campagna militare e non esserlo in quella dopo; erano scelti ad hoc ogni volta dai tribuni in base a criteri basati sulla saggezza e sull’esperienza. A loro volta, i centurioni sceglievano il proprio Optio, sempre con criteri simili. Non va nascosta la forte presenza di clientelismo e di raccomandazioni.
Nel caso della cavalleria, ogni ala era formata da 300 cavalieri divisi in 10 turmae da 30 cavalieri ciascuna; la turma era poi divisa in tre decuriae, ciascuna comandata da un Decurio, nel caso della prima il Decurio era detto Decurio Capoturma ed era il più alto in grado. Ogni Decurio sceglieva poi il suo vice, anch’esso detto Optio.
L’arruolamento di norma era riservato ai cittadini romani di età compresa tra i 17 e 46 anni, con casi di eccezionale gravità che costringevano Roma ad arruolare persone più o meno grandi e persino schiavi. La durata del servizio andava da 6 ai 10 ai 16 anni, a seconda delle necessità. Il compito di arruolare l’esercito era da sempre dovere dei Consoli, i quali richiamavano ogni anno i cittadini abili nel Campidoglio per essere poi selezionati e arruolati; Polibio mostra ancora questo sistema nel periodo trattato ma è probabile che fosse una cosa ormai superata e che, con il tempo, fosse sparita in favore di funzionari specializzati, detti conquisitores, e che non avvenisse più al Campidoglio ma in sedi specifiche situate nei vari distretti. Ogni uomo arruolato prestava giuramento prima di diventare un soldato, il loro ruolo era poi deciso dai tribuni, basandosi principalmente su criteri fisici e anagrafici, con un certo retaggio di un criterio timocratico: i più giovani e poveri venivano assegnati come velites, mentre i giovani meno poveri diventavano hastati, i più maturi principes e infine i più anziani e spesso veterani nei triarii. Per quanto riguarda la cavalleria, l’arruolamento era esclusivo delle centurie patrizie, i ceti più alti e ricchi della società romana.
La paga, detta stipendium, fu introdotta secoli prima nel 406 a.C. a seguito delle lunghe guerre contro gli Etruschi come compenso per il prolungamento della guerra in inverno. La paga del legionario variò nel tempo, per tipologia e quantità; Polibio parlava di due oboli al giorno per i legionari, quattro per i centurioni e una dracma per i cavalieri. Polibio essendo greco utilizzò la moneta che conosceva, è però possibile che i soldati fossero pagati rispettivamente in cinque, dieci e quindici assi romani (2). In ogni caso si trattava ancora di una semplice indennità e non di un vero e proprio stipendio nel senso moderno del termine; il soldato non era soldato di professione, era una spiacevole necessità e un dovere del cittadino romano. Una fonte più considerevole di guadagno veniva fornita dal bottino di guerra o dai premi e donativi dei comandanti, usati spesso anche come incentivi.
Come detto prima, l’equipaggiamento era a carico del legionario, il quale poteva comprarsi l’armamentario o, in assenza di esso, riceverlo dallo stato e ripagarlo poi con trattenute dallo stipendium. Chiaramente più ricchi si era e migliore era l’equipaggiamento, il quale spesso veniva poi lasciato ai figli come eredità e forma di risparmio. Tuttavia, in casi di estrema necessità, Roma poteva decidere di arruolare e armare cittadini o schiavi a spese proprie.
A sinistra/In alto: Schema di un manipolo romano (Schema Autore)
A destra/In basso: Schema della legione descritta da Polibio (Schema Autore)
Lo scontro: La Battaglia di Cinocefale
Filippo V era stato ripetutamente battuto dalle forze romane, la situazione era critica e la Tessaglia era ormai in parte caduta a seguito delle sconfitte subite. Nel 198 a.C. vennero portate avanti trattative per una pace, Filippo V sperava che, con la fine del mandato di Flaminino, il suo successore potesse essere più accorto e che la guerra finisse senza troppe perdite. Vista l’impasse, i Macedoni decisero di mandare a Roma un'ambasciata per discutere della pace direttamente con il Senato. Quest’ultimo fece una richiesta inaccettabile per i Macedoni, la consegna delle “Fortezze della Grecia”: Acrocorinto, Calcide, e Demetria, la quale fu chiaramente respinta, considerando che avrebbe significato scoprire il lato sud del Regno.
Entrambe le parti furono costrette a ritirarsi e le trattative vennero bloccate per l’inverno, in attesa di una qualche novità che potesse sbloccare la situazione. A questo punto le uniche opzioni per Filippo V erano la ritirata verso il passo di Tempe, la via principale per una possibile conquista romana della Macedonia e dunque un punto chiave; tuttavia, quest’opzione significava abbandonare totalmente la Tessaglia, una sconfitta non solo strategica e politica ma anche di immagine, un’onta per l’erede di Alessandro Magno. La decisione cadde allora sulla seconda opzione, uno scontro difensivo in una posizione naturale favorevole a lui, bloccando l’avanzata romana e dando tempo a Filippo V di riorganizzarsi. La scelta del luogo non era semplice, bisognava prevedere le mosse di Flaminino; sapendo che le truppe romane si trovavano nei pressi di Elateia e Focide, le uniche due opzioni erano la via da Farsalo a Larissa oppure lungo la strada costiera più a est, attraverso il passo di Fere. Il re decise, dunque, di posizionare le proprie truppe prima a Dion e poi a Larissa, fornendo una posizione centrale e allo stesso tempo vicina alla città di Demetria, la quale avrebbe potuto rifornire il suo esercito. L’ormai proconsole Flaminino non si fece cogliere impreparato, le recenti vittorie, il passaggio della Beozia dalla parte dei Romani e l’arrivo delle scorte di grano dai territori del Nord Africa, Sardegna e Sicilia avevano rinforzato l’esercito, pronto a chiudere una guerra ormai durata tre anni. Flaminino escogitò uno stratagemma, fece avanzare parte del suo esercito verso Xinia, sia per ingrandire le proprie file di alleati etolici, sia per far credere a Filippo V che sarebbe passato per la strada tra Farsalo e Larissa. In verità egli mosse il proprio esercito attraverso la valle dell’Enipeo fino a Tebe Ftiotica, sperando di conquistarla, situata poco distante dal passo di Fere che avrebbe permesso ai Romani, una volta superato, di accerchiare le forze di Filippo V.
La posizione esatta dei due eserciti non era nota tra loro, entrambi si cercavano ed entrambi avevano idee vaghe sulla posizione esatta, è possibile che si fossero passati “vicini” in varie occasioni, nascosti dalla presenza delle colline. Fu solo dopo un fortuito incontro tra le due avanguardie che gli eserciti vennero finalmente a conoscenza delle rispettive presenze nemiche. La notizia ruppe i piani di Flaminino, il quale non era ancora riuscito nel suo piano di conquista di Tebe Ftiotica, lasciando così una presenza ostile alle proprie spalle e rendendo rischiosi i rifornimenti verso Xiniae, senza contare la presenza della fortezza di Demetria. Filippo V, invece, si posizionò nel piccolo terreno pianeggiante situato tra le colline di Cinocefale e il lago di Boebeis. Il giorno seguente vi furono alcune schermaglie tra la cavalleria e la fanteria leggera di ambo le parti, senza però ottenere sostanziali risultati. Non è certo con precisione chi fece davvero la prima mossa, secondo Polibio fu una scelta di entrambe le parti fatta più o meno allo stesso tempo, mentre per molti storici fu Filippo V a spostarsi per primo, andando verso ovest in cerca di rifornimenti o forse, per altri, per cercare di attirare i Romani nel passo di Fere.
Questa scelta suona tuttavia strana e irrazionale, quello in difficoltà era Flaminino, se avesse provato a forzare il blocco nel passo si sarebbe dovuto scontrare con la falange macedone in campo aperto e a lei favorevole, mentre se avesse continuato l’avanzata si sarebbe reso vulnerabile alle forze della fortezza, stimate a 5.000 uomini. È dunque più plausibile che non sia stato Filippo V a muoversi per primo, visto il vantaggio, ma che fu una scelta del proconsole; spostarsi a ovest in direzione di Farsalo avrebbe non solo avvicinato i Romani alla propria via di rifornimento, ma muovendosi per primi avrebbe dato loro un vantaggio, aprendosi un varco in un altro punto attraverso le colline. L’esercitò marciò verso Eretria ma la posizione dei due eserciti è imprecisa, Polibio ci fornisce i nomi dei luoghi ma la loro collocazione non è semplice; l’esercito romano si fermò presso Thetideum, nel territorio di Farsalo, forse l’odierna comunità di Zoodochos Pigi, mentre i Macedoni si fermarono nelle vicinanze di Melambium, forse situato vicino all’Agios Konstantinos. La mattina del giorno seguente vi fu una tempesta, la pioggia aveva bagnato il terreno e si era alzata una fitta nebbia, Livio fornisce una descrizione di come fosse la situazione, afferma che la nebbia era tale che sembrava come fosse notte, i soldati vedevano pochi metri davanti a loro e gli ordini venivano dati a voce, poiché inutilizzabili quelli visivi, portando a una forte disorganizzazione.
I Macedoni si accamparono vicino a Calciade, limitandosi a inviare in avanguardia un contingente composto da circa 800 fanti leggeri e 50 cavalieri sulla cresta della collina che lo separava dalla meta. Saranno proprio queste colline a dare il nome alla battaglia; Cinocefale, in greco kynoképhalos, significa infatti “testa di cane”, per via della forma del profilo delle montagne. Non è chiaro del tutto l’ubicazione precisa della battaglia, il già citato esperto Hammond propose le colline a nord di Zoodochos Pigi e ancora oggi è altamente accettata come teoria. I Romani fecero lo stesso, inviando circa 1.000 fanti leggeri atamani e italici, e 600 cavalieri romani e italici. Verso le prime ore dell’alba, le due avanguardie vennero in contatto, ci fu un primo scontro tra i due che vide le truppe romane avere la peggio, costringendo Flaminino a inviare ulteriori truppe in supporto, consistenti in circa 2.000 legionari e 500 cavalieri etoli. Filippo V reagì inviando a sua volta 1.400 cavalieri tra Macedoni e Tessali e 2.700 fanti illiri. Durante il primo scontro tra le due avanguardie, i Macedoni erano sul punto di avere la meglio e il proconsole romano decise dunque di inviare la propria ala sinistra, consistente in una legione e un’ala italica, in supporto alle forze presenti sulla cima, lasciando l’ala destra in posizione. Filippo V, in risposta, inviò la sua ala destra, consistente in 2.000 peltasti e 8.000 falangiti macedoni, supportati e protetti sul fianco scoperto sinistro da circa 1.500 truppe mercenarie, mentre la sua ala sinistra, guidata dal generale Nicanore, cercava di raggiungere anch’essa la collina in formazione di marcia, rallentati dal terreno e rimasti indietro poiché mandati precedentemente in cerca di provviste e rifornimenti. Questa prima fase vide i Macedoni avere la meglio sui Romani, la falange in campo aperto aveva un netto vantaggio, anche se in un terreno accidentato, e l’ala sinistra romana fu costretta a indietreggiare. Flaminino, un ottimo e capace generale, decise di attaccare la falange in una situazione così sfavorevole probabilmente per non abbandonare alla totale disfatta l’avanguardia.
Il proconsole, vista la situazione e la ritirata, corse verso la sua ala destra, richiamandola e facendola avanzare con in testa i 20 elefanti da guerra (anche se altre fonti ne citano di meno) (3) per andare contro all’ala sinistra macedone, giunta in rinforzo a Filippo V. Se inizialmente l’esito sembrava portare alla vittoria dei Macedoni, adesso la situazione si era ribaltata; l’ala sinistra non era ancora in formazione da battaglia, bensì da marcia, con molti soldati che dovevano ancora salire e, dunque, in una posizione di svantaggio. Flaminino sperava che l’ala sinistra, non ancora del tutto vinta, potesse reggere fino all’arrivo dell’ala destra una volta sconfitta l’ala sinistra macedone. La sola avanzata degli elefanti bastò per distruggere le forze nemiche, le quali fuggirono disorganizzate; i soldati romani, presi forse dalla foga, si misero all’inseguimento e al massacro dei nemici. Tuttavia, da quest’ala si staccarono venti manipoli romani che, guidati da un tribuno di cui non ci è pervenuto il nome, si diressero in supporto di quella sinistra, ancora alle prese con la loro difficile situazione. La falange macedone non fu più in una posizione di vantaggio bensì nel più totale caos, le lunghe sarisse e la formazione compatta non permettevano il facile movimento e, con l’arrivo di questa forza in supporto in direzione delle loro spalle, i Macedoni si ritrovarono circondati e schiacciati. Nelle ultime fila avvenne una vera e propria carneficina, quelle davanti furono incapaci di reagire e probabilmente sentendo le grida e comprendendo la situazione si diedero alla fuga, abbandonando le armi in un caos totale; a questo punto l’ala sinistra romana in ritirata riprese l’avanzata, unendosi al massacro. Filippo V riuscì a salvarsi e a fuggire, portandosi con sé quanti più uomini possibili. Flaminino, nel mentre, continuava l’avanzata verso l’ala sinistra macedone (o quello che ne restava) in fuga; molti di loro, capendo di non poter fuggire, si arresero alzando le loro sarisse come gesto di resa; Flaminino conosceva bene la cultura greca, riconobbe il gesto ma i legionari romani, ignari del significato, non si fermarono e proseguirono il massacro dei nemici. Solamente una parte riuscì a fuggire, abbandonando la propria panoplia che ormai li rallentava soltanto.
A sinistra/In alto: Ricostruzione della battaglia di Cinocefale; in alto la prima fase con la ritirata dell'ala sinistra romana mentre in basso l'avanzata dell'ala destra romana (Mappa Autore)
A destra/In basso: Ricostruzione della battaglia di Cinocefale, i (Illustrazione Marco Capponi presente in Mark Van der Enden, Cynoscephalae 197 BC: Rome Humbles Macedon, op. cit. in bibliografia)
Conclusione
Dopo la vittoria, le due ali romane si diedero alla cattura dei pochi superstiti per farli schiavi e al saccheggio dei cadaveri. Per loro sfortuna l’accampamento nemico fu già saccheggiato dagli etoli, creando non poche polemiche tra i legionari. Le perdite romane furono relativamente basse, probabilmente meno di 1.000 (4) e quasi tutte avute nell’ala sinistra durante i primi scontri, con una piccola parte nell’ala destra. I Macedoni ebbero enormi perdite, con circa 8.000 soldati morti, 5.000 prigionieri e un gran numero di fuggiaschi che non fecero ritorno tra le file di Filippo V, rifugiatosi a Gonnoi, perdendo dunque più della metà del suo esercito. La situazione nelle altre zone non era migliore, i Macedoni persero fuori Corinto e i loro ultimi alleati, gli Acarnani, vennero sconfitti dal fratello di Flaminino, Lucio Quinzio Flaminino. Filippo V non poté far altro che chiedere una tregua, nel frattempo, che un’altra ambasciata macedone andasse al Senato romano per chiedere la pace. Con la sconfitta di Filippo V non finì solo la guerra durata tre anni ma finirono i due secoli di egemonia macedone.
Su questa battaglia sono stati spesi fiumi di inchiostro per propagandare ambo le parti, partendo dallo stesso Polibio nella sua opera Historiae, che semplifica la formazione a falange e ne accentua i difetti. È vero che la falange macedone ormai aveva visto i suoi giorni migliori e che da lì a poco avrebbe visto la sua definitiva scomparsa nella celebre battaglia di Pidna del 168 a.C., va però fatto notare che l’errore non fu tanto l’utilizzo di tale tattica, bensì l’aver cercato battaglia ancor prima di avere entrambe le ali schierate, come fecero i Romani, ritrovandosi così con metà esercito impreparato e in formazione di marcia. Il suolo sfavorevole per la falange, con un terreno irregolare in pendio, non fermò i Macedoni, che riuscirono a far retrocedere le truppe romane ottenendo buoni risultati. La colpa fu di Filippo V che valutò male, forse per resoconti imprecisi ricevuti dai suoi generali, la situazione reale in cui si trovava. Detto questo, il valore dell’esercito romano non fu comunque da meno; questa battaglia dimostrò, in due momenti diversi, come il manipolo non fosse solo un sistema organizzativo ma una risorsa: nella prima fase dello scontro, l’ala sinistra romana subì duri colpi dall’ala destra macedone eppure, nella sua ritirata, non perse l’ordine e non finì nel pieno caos dettato dalla paura, come successe invece all’esercito macedone dell’ala sinistra (anche se va fatto notare, per dovere di cronaca, l’importante ruolo che ebbe la cavalleria etole in supporto ai legionari romani in ritirata); inoltre, il sistema manipolare permise a quel tribuno ignoto di distaccare 20 manipoli e di compiere un’azione militare di propria iniziativa.
Proprio questa flessibilità tattica costituisce il cuore dell’efficienza del sistema manipolare rispetto alla falange macedone. Mentre quest’ultima operava come un blocco unico e impenetrabile, con una forza devastante negli urti frontali ma irrimediabilmente rigido e poco agile, la legione manipolare funzionava come un organismo snodato. La sua struttura a scacchiera, detta quincunx (5) dai moderni storici, permetteva non solo di adattarsi alle difficoltà del terreno senza spezzare lo schieramento ma anche di sostituire agilmente le prime linee stanche con truppe fresche delle linee posteriori durante il combattimento. L’autonomia dei manipoli si dimostrò molto efficace a Cinocefale: a differenza del falangita, addestrato a combattere in una formazione compatta e dipendente dai compagni di fila, il legionario romano era in grado di eccellere anche nel combattimento ravvicinato e individuale, con un addestramento specifico e un equipaggiamento più versatile. L’azione dell’ignoto tribuno che sfondò le retrovie macedoni dimostrò come la falange non fosse in grado di riorganizzarsi velocemente e di muoversi agilmente; l’equipaggiamento, formidabile per lo scontro frontale, divenne un ostacolo e soltanto un peso per i soldati. Queste due tecniche tanto diverse nacquero cronologicamente vicine, attorno al IV secolo a.C., entrambe da un comune passato: la falange oplitica. Si diversificarono poi per necessità e in luoghi differenti.
Sono tanti i discorsi sterili e “anti-storici” fatti, chiedendosi quale delle due fosse la migliore, la verità è che furono due formazioni militari ugualmente importanti ed efficienti nel loro modo, nel rispondere alle diverse esigenze nel quale si vennero a trovare i due popoli, segnando per sempre la storia politica, militare e culturale una dell’oriente e l’altra dell’occidente.
Note
1 - La più antica assemblea romana, risalente all’epoca regia e formata dai cittadini romani divisi in curie.
2 - Un obolo era un’antica moneta d’argento greca, una dracma valeva sei oboli. L’asse era invece una moneta antica romana di bronzo e poi rame, un denario equivaleva a dieci assi.
3 - Furono donati dal re berbero Massinissa (240 a.C. - 140 a.C.), sovrano del regno di Numidia (odierna Algeria nord- occidentale) e alleato dei Romani
4 - Secondo Polibio 700.
5 - Formazione dell’esercito romano in cui lo spazio tra i manipoli era di lunghezza simile alla larghezza del proprio fronte, formando uno schema simile ad una scacchiera o la faccia del dado con il numero cinque, da cui il nome.
Fonti
Fonti antiche
- Polibio, Historiae, Libro VI, XVIII
- Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro XXXIII
- Plutarco, Vite Parallele, Tito Quinzio Flaminino
Bibliografia
- Adrian Goldsworthy, Roman Warfare. Cassel, London, 2000.
- Cascarino Giuseppe, L’esercito romano, armamento e organizzazione VOL I: Dalle origini alla fine della Repubblica. Il Cerchio, Rimini, 2007.
- Christopher Matthew, An Invincible Beast. Understanding the Hellenistic Pike-phalanx at War. Pen and Sword Military, Barnsley, 2015.
- David Potter, Impero, Roma dalla Repubblica ad Adriano. Hoepli, Milano, 2024.
- Mark Van der Enden, Cynoscephalae 197 BC: Rome Humbles Macedon. Osprey Publishing, Oxford, 2025.
- Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma Antica, storia e documenti. Il Mulino, Bologna, 2014.
- Nic Fields, Roman Republican Legionary 298 - 105 BC. Osprey Publishing, Oxford, 2012.
- Paul Erdkamp, A Companion to the Roman Army. Blackwell Publishing, Oxford, 2007.
- Yann Le Bohec, The Encyclopedia of the Roman Army (VOL I - III). Wiley-Blackwell, Hoboken, 2015.
Aggiungi commento
Commenti