Contubernium: descrizione e struttura

Giorgio Pesce

 

Il contubernium costituiva sia la più piccola unità organizzativa dell’esercito romano sin dalla tarda repubblica (1), sia lo spazio materiale in cui otto legionari condividevano la vita quotidiana. Che lo si intenda come unità, come tenda o come baracca, esso rappresentava il nucleo elementare su cui si basava l’efficienza di una legione. Analizzare il contubernium significa quindi osservare la struttura dell’esercito romano dalla sua componente minima, laddove addestramento, disciplina, convivenza e abitudini prendevano forma concreta.

Per comprendere al meglio questa realtà bisogna collocare il contubernium nel suo contesto più ampio: la legione, termine molto antico che designava semplicemente l’insieme degli uomini chiamati alle armi; etimologicamente deriva da lego, “raccogliere”. Nel periodo trattato in questo articolo la legione era composta da un numero variabile di uomini, dalle 4.000 alle 5.000 unità, divisi in dieci coorti, a loro volta divise in sei centurie da 80 uomini ciascuna. Si suppone che dopo Augusto sia stato iniziato un processo che portò la prima coorte, la più importante, a contare solo cinque centurie invece che sei, con però 160 uomini ciascuna invece di 80 e formata dai migliori uomini.

Ogni centuria era comandata da un centurio (centurione), schierato in prima linea durante la battaglia. Era affiancato dal portatore di insegna, detto signifer, e dal suonatore di corno, detto cornicen; il secondo in comando, detto optio, era posizionato sul fondo. All’interno della centuria troviamo dieci contubernia, ciascuna composta da otto uomini; secondo Vegezio, nella sua opera Epitoma rei militaris (l’Arte della guerra), alla guida di questo vi era il decanus, o caput contubernii, un titolo non ufficiale ma che rappresentava il soldato con più esperienza e anzianità, con il compito di gestire il gruppo e aiutare le reclute.

Alcuni sostengono ci fossero anche due servi (o schiavi) in aggiunta agli otto soldati, portando il numero a 10, questo porterebbe la centuria ad avere 100 persone, corrispondendo quindi con l’etimologia del termine; tuttavia, pur essendo ben nota e confermata la presenza di figure civili nell’esercito, come i calones, servi con il compito di gestire i muli gli impedimenta, di fare lavori presso i castra, pascolare gli animali, gestire l’equipaggiamento dei legionari e molto altro, va anche detto che nessuna fonte menziona precisamente due per contubernium; questo numero avrebbe origine invece in tempi più recenti, proprio come “necessità” di alcuni ricercatori di far “bilanciare i conti”, mentre invece si tratterebbe semplicemente di un retaggio dell’epoca repubblicana, quando la centuria realmente corrispondeva a 100 soldati (portati poi a 80 per fini strategici e organizzativi). Non è insolito che un termine, con un significato originale, ne acquisti uno nuovo come in questo caso.

In alto: Struttura di una legione romana del periodo alto imperiale (Illustrazione Autore)


Papilio: la tenda del legionario

Ogni contubernium inizialmente possedeva una tenda, spesso detta papilio per la forma che assumeva quando distesa a terra prima di essere montata, assomigliando a una farfalla. Essa, potendo arrivare a pesare dai 20 ai 40 kg, durante i viaggi veniva trasportata assieme agli impedimenta; il suo peso derivava dal tipo di materiale usato, spesso cuoio di vitello ma all’occorrenza anche di capra, a seconda delle disponibilità. Grazie agli scavi, in particolare quelli del sito di Vindonissa (Svizzera), Vindolandia (Regno Unito) e di Valkenburg (Paesi Bassi) è stato possibile recuperare importanti dati archeologici, confermando così le fonti documentarie e aggiungendo nuove scoperte, come le tecniche di cucitura e non solo; un’altra fonte sono i rilievi, come quelli presenti sulla Colonna di Traiano, nella quale è possibile osservare varie rappresentazioni di papiliones.

L’opera latina del II secolo a.C. De munitionibus castrorum (“Sulle fortificazioni degli accampamenti”) di autore incerto ma sicuramente con un passato nell’esercito, ci mostra una descrizione precisa e dettagliata di queste tende. Ciascuna, una volta montata, presentava una pianta quadrata larga dieci piedi romani (circa 2,96 metri) una misura assai modesta per otto persone. È logico supporre che non fosse pensata per ospitare tutto il contubernium nello stesso momento, contando che alcuni, almeno un quarto, dovessero fare turni di guardia, lasciando sempre non più di sei soldati all’interno. Inoltre, per ottimizzare gli spazi, l’equipaggiamento era lasciato fuori, nel caso della tenda, o in una zona apposita, nel caso delle successive baracche; questa zona era denominata arma (da cui deriva l’attuale termine “armeria”).

La tenda doveva proteggere dal vento e dal freddo ma anche dalla pioggia, per questo andava eseguita una costante manutenzione, riparando eventuali strappi e andandola a ingrassare periodicamente, migliorando la sua proprietà di impermeabilità all’acqua. Ogni tenda era composta da rettangoli di cuoio dalle dimensioni costanti di circa 42 x 60 cm o 52 x 72 cm, cuciti assieme in modo tale da impedire spifferi ed eventuali passaggi per la pioggia, sovrapponendo i due bordi con varie tecniche ugualmente efficaci, ancora oggi osservabili grazie ai ritrovamenti. Spesso le cuciture più delicate o soggette a maggiori sforzi, come per esempio gli angoli, venivano rinforzate con l’aggiunta di alcune pezze. Inizialmente, con le teorie formulate nella prima metà del ‘900, si pensava a una struttura triangolare, solo con ricerche più approfondite e con i ritrovamenti archeologici sopracitati si riuscì a comprendere meglio la loro forma, un pentagono irregolare come mostrato nell’immagine qui sotto. Questa struttura probabilmente comprendeva un supporto interno in legno, oltre che tiranti posti agli angoli, fissati al terreno tramite picchetti di legno duro.

Importante non era solo la struttura della tenda ma anche la sua posizione, che non era lasciata al caso bensì ordinata secondo un preciso schema funzionale, tracciato da personale con competenze e funzioni specifiche (gli agrimensores), tramite l’uso di bandierine e strumenti come la groma. Un esempio sono le corde dei tiranti della tenda, messe in modo tale da sovrapporsi con quelle delle due tende ai suoi lati, formando delle X, ottimizzando così lo spazio, rendendo difficile il passaggio tra di esse e aumentando dunque la sicurezza all’interno dei castra (2).

La tenda del centurio era di dimensioni maggiori, con un’altezza tale da consentire a chi vi era dentro di rimanere comodamente in piedi, cosa impossibile nelle tende dei miles, che raggiungevano circa 1,80 metri nella parte centrale e appena un metro nelle parti più basse, ai lati. È importante far notare come, nel caso dei castra rinvenuti attorno alla fortezza di Masada (Israele), il pavimento delle tende fosse stato ribassato, andando a scavare una buca di base quadrata profonda circa 40 cm, consentendo così un maggior spazio in altezza. Il pavimento poteva essere composto da vari materiali, come terra battuta, pietre, assi di legno ecc.

Nei castra della provincia romana della Germania di epoca augustea, il centurio alloggiava in un edificio in legno e pietra, mentre i milites continuavano ad alloggiare nelle già descritte papiliones in cuoio animale; solo successivamente anche queste ultime verranno costruite in legno. La struttura delle baracche può variare dal contesto e dall’epoca presa in analisi, con l’uso di tecniche diverse come l’uso di pali o plinti per le fondamenta; in ogni caso, erano generalmente strutture in legno, a volte presenti anche sottostrutture in pietra; l’uso del legno iniziò a essere sempre più raro dal II secolo d.C., con un sempre maggior utilizzo della pietra. Le pareti interne ed esterne potevano essere intonacate di bianco e di fronte a ciascun papilio veniva collocata l’arma; la presenza di piccole finestre è testimoniata da alcuni ritrovamenti archeologici, quadrati di vetro incastrati in una cornice di ferro, mentre gli interni consistevano semplicemente in alcuni letti a castello, visto il limitato spazio, con la presenza di un focolare sia per scaldarsi sia per cucinare. È possibile osservare alcune ricostruzioni fedeli di queste baracche nel museo di Saalburg (Germania), dove è possibile inoltre visitare una ricostruzione dell’originale castrum. Il papilio del centurio in certi casi poteva essere riccamente decorato, con la presenza di affreschi, alcuni di essi ancora visibili sempre nel museo di Saalburg. Poteva disporre anche dell’ipocausto (3) e di una personale latrina. All’interno di essa non vi era solamente il centurio ma anche il suo secondo in comando, l’optio.

A sinistra/In alto: Replica di un papilio romano conservata presso il Roman Army Museum & Magna Fort (Regno Unito) (Foto romanarmymuseum.com)

A destra/In basso: Rappresentazione di alcuni papiliones sulla Colonna Traiana (Foto Museo della Civiltà Romana via www.roma-victrix.com


L’arruolamento e l’addestramento del legionario

L’efficienza romana non si misura solo dalla sua organizzazione e dal suo armamentario ma soprattutto dall’addestramento, iniziato sin dal reclutamento e portato avanti per tutta la carriera militare, i Romani ritenevano infatti che l’addestramento fosse la vera forza e la chiave di vittoria di un esercito. Il tutto iniziava dall’arruolamento, in epoca repubblicana gestito dai consoli e successivamente, in età augustea, posto sotto il controllo dell’imperatore, delegando tale funzione alle figure dette conquisitores, già esistenti in epoca repubblicana. Il reclutamento, che poteva essere volontario o coscritto, iniziava dalla probatio, un esame fatto da una commissione che valutava l’idoneità al servizio; essa si basava su vari fattori: bisognava avere tra i 18 e 21 anni (4), con una certa altezza (imprecisata, forse sopra il metro e settanta) e una struttura fisica armoniosa, bisognava poi essere di salute robusta con una buona costituzione; ma anche possedere la cittadinanza romana, solo così si poteva accedere al servizio militare nella legione, dimostrandola tramite documenti o lettere e nomi di persone la cui cittadinanza era già nota che confermassero la sua (5). Il futuro soldato doveva inoltre dimostrare di conoscere il latino, lingua dell’impero ma soprattutto degli ordini militari, doveva saper leggere, scrivere e fare calcoli quantomeno ad un livello base, doveva possedere i giusti requisiti morali e di onestà, e infine veniva controllato il suo passato, se avesse avuto precedenti penali o se avesse svolto ruoli considerati non consoni per un futuro soldato, veniva valutato persino il padre e uno dei criteri di esclusione era l’adulterio. Una volta finita ogni valutazione, e considerato il soggetto valido, gli veniva dato il titolo di tiro, ossia recluta; a proprie spese doveva poi raggiungere il luogo a lui destinato, una volta lì sarebbe stato poi risarcito delle spese, inserito negli acta diurna (documenti amministrativi della legione, stilati giornalmente) e avviato al vero e proprio addestramento, praticato all’interno o all’esterno dei castra in un campus, situato su terreni pianeggianti, di solito costituiti da terreno smosso, per renderlo più morbido, utile per gli addestramenti della cavalleria, o in alternativa potevano essere piazzali di ghiaia, più adatti per l’addestramento della fanteria, come testimoniato dagli scavi di alcuni castra.

L’addestramento comprendeva varie attività, prima di tutte la marcia, eseguita di solito con l’equipaggiamento completo e a vari passi, sia lenti sia veloci, inoltre dovevano essere in grado di superare gli ostacoli, come fossati o fiumi; infine venivano addestrati al combattimento, venivano usate armi e scudi finti, come il gladio in legno detto rudis (o clava) e lo scudo circolare in vimini detto cratis; inizialmente combattendo contro pali usati come manichini, poi passando a finti duelli tra coppie o gruppi. Il compito di insegnare loro l’arte della guerra spettava a istruttori detti campidoctores (o doctores armorum), il cui obiettivo era quello di formarli all’uso di tutte le armi.

La cosa più importante era formare soldati in grado di eseguire le formazioni e di seguire gli ordini dei superiori; l’esercito era un corpo e ogni soldato doveva collaborare per il suo ottimale funzionamento, i soldati combattevano l’uno al fianco dell’altro, il proprio scudo doveva proteggere non solo se stessi ma il lato scoperto del commilitone alla propria sinistra, come accadeva nelle formazioni oplitiche. La fedeltà nel proprio imperatore, nei propri comandanti e nei propri compagni d’arme doveva essere totale, anche questo era aspetto veniva valutato, si poteva essere esclusi qualora venisse vista vacillare o essere incerta.

Una volta concluso l’addestramento, ogni tiro riceveva il signaculum (una sorta piastrina spesso fatta di piombo paragonabile grossolanamente all’odierna piastrina, verso il III secolo sarà sostituito da un tatuaggio) e diventava signatus, uno status particolare tra il civile e il soldato. Una volta prestato il giuramento (sacramentum), che consisteva in un patto con l’imperatore (prima di Augusto lo si faceva con il proprio comandante), giurando agli dei e al loro cospetto, il signatus diventava soldato di Roma, acquisendo il grado di miles.

A sinistra/In alto: Centuria romana e la sua suddivisione in contubernia (Illustrazione Autore)

A destra/In basso: Planimetria raffigurante un esempio di baracca romana (Illustrazione Autore)


L’armamentario difensivo del legionario

Cicerone nella sua celebre opera Tusculanae disputationes del 45 a.C. disse: [...] nam scutum, gladium, galeam in onere nostri milites non plus numerant quam umeros, lacertos, manus. Arma enim membra militis esse dicunt [...], traducibile come “di fatto lo scudo, la spada, l’elmo i nostri soldati non li considerano un peso più di quanto non considerino un peso i propri omeri, le braccia, le mani. Le armi, essi dicono, sono le membra del soldato”. Ogni soldato, oltre alla paga (stipendium), riceveva la propria dotazione individuale di base; tuttavia, siamo ancora ben lontani dal concetto di divisa che abbiamo oggi, per esempio l’elmo (galea o cassis) veniva sì dato dallo Stato (anche se il suo costo ed eventuali mantenimenti o riparazioni detratti poi dalla paga), ma è anche vero che i modelli presenti fossero tanti, di varia epoca e provenienza. Ancora in epoca augustea era possibile trovare i vecchi elmi repubblicani, come l’elmo montefortino, accompagnati dai più recenti modelli come quello imperiale di tipo gallico o di tipo italico. Lo stesso valeva per le armature, ancora molto simili al periodo tardo repubblicano, principalmente armature ad anelli (lorica hamata), con l’aggiunta di tipologie nuove per l’esercito romano ma di antica tradizione, come la corazza a fasce (lorica segmentata), già utilizzata durante la disfatta di Varo del 9 d.C. e la corazza a squame (Lorica squamata), forse introdotta grazie alle truppe ausiliarie (auxilia (6)) orientali. L’idea dei soldati romani alto imperiali tutti uguali nasce anche grazie alla stessa propaganda romana, un esempio importante è la già citata Colonna Traiana, dove i legionari vengono quasi sempre rappresentati tutti uguali, in special modo con indosso una lorica segmentata. La spiegazione più probabile è che si tratti di uno stratagemma per far capire all’osservatore che si trattava di soldati legionari e non ausiliari, in quanto entrambi i corpi utilizzarono le stesse tipologie di armature, fatta eccezione, appunto, per quella segmentata, principalmente usata dai legionari.

Altri tipi di protezione, come quelle agli arti superiori, non erano molto diffuse tra i legionari, alcuni casi vengono già citati secoli prima, ma in contesti di cavalleria; solo dal II secolo d.C. si iniziano a vedere protezioni di questo tipo in uso tra i legionari, per esempio le manicae, che consisteva in una protezione composta da varie lamine di metallo che permettevano una relativamente facile movimentazione, indossata sul braccio destro, quello non protetto dallo scudo. Altrettanto rare erano le protezioni agli arti inferiori, come gli schinieri, erano scarsamente usati dalla fanteria, lasciati principalmente alla cavalleria, con rare eccezioni come nel caso della campagna in Dacia di Traiano, durante la quale i legionari fecero uso di semplici schinieri per proteggersi meglio dalle particolari falci dache.

Per quanto concerne lo scudo (scutum), le fonti archeologiche sono rare, anche a causa del materiale di cui erano fatti, principalmente legno e cuoio, con solo alcune parti in metallo. L’iconografia può tuttavia compensare molto e darci un’idea abbastanza precisa di come dovevano essere; inoltre, con l’aiuto delle fonti documentarie e delle, seppur poche, fonti archeologiche è possibile capire anche la tecnica usata per produrli. Sin dal I secolo a.C. gli scudi sembrano prendere la forma di una tegola con i bordi arrotondati, fino a prendere poi la tipica forma che tutti noi conosciamo; di esso abbiamo una testimonianza unica, il ritrovamento di Dura-Europos, seppur abbastanza postumo e datato al III secolo d.C. può fornire un ottimo spunto. È importante ricordare che, anche per lo scudo, le tipologie usate erano varie, con esemplari di forma ovale, ellittica o esagonale. Durante il trasporto, lo scudo era protetto da una custodia in pelle, detta tegimen, talvolta dotata di una tabula ansata, una specie di targhetta con lo scopo di segnare la propria legione di appartenenza, posta nella parte alta della custodia e, forse, anche direttamente sullo scudo, come sembrerebbe mostrare il rilievo del Tropaeum Traiani. Al di fuori dal combattimento, lo scudo veniva portato a spalla tramite cinghie di cuoio, ben visibili nelle rappresentazioni figurative e menzionate anche da Polibio

A sinistra/In alto: Rievocatore di un legionario romano dotato di lorica squamata; a sinistra è visibile un pugio.  Fotografia scattata durante il Cricău Festival (Romania) nel 2013 (Foto Wikimedia Commons via Saturnian)

A destra/In basso: Rievocatore di un legionario alto imperiale dotato di lorica segmentata e dell'elmo imperiale italico di tipo G; si vede inoltre il cingulum e il pilum (Foto Wikmiedia Commons via MatthiasKabel)


Il vestiario del legionario

L’indumento base del legionario era la tunica, detta tunica militaris, essa differiva dalla semplice tunica civile, preferendo la lana come materiale rispetto al lino e misure più contenute rispetto alle lunghe tuniche civili, la sua lunghezza raggiungeva le ginocchia; come quella civile, per esempio il famoso chitone greco, poteva essere fatta da due quadrati cuciti tra loro, lasciando le braccia scoperte, oppure poteva avere delle maniche, sia corte sia lunghe. Il buco per il collo era volontariamente largo, così da permettere al legionario di farci passare il braccio, scoprendo una spalla e lasciando più liberi i movimenti o dando al legionario maggior freschezza durante i lavori pesanti. Questa tunica non era parte di una qualche sorta di divisa, per i Romani era un semplice indumento; tuttavia, è possibile ipotizzare che vi fosse un certo tipo di standardizzazione per quanto riguarda il colore: autori come Marziale affermano infatti che il rosso era il colore preferito dai soldati, oppure Isidoro, il quale racconta di come i legionari venissero soprannominati “russati”, inoltre viene spesso fatto un collegamento simbolico con Marte, dio della guerra, da sempre associato al colore rosso. È possibile che i milites classiarii, ossia i soldati della marina militare romana, potessero adottare il colore blu per le loro tuniche, sia in stretto rapporto con il dio dei mari Nettuno, il cui colore era per l'appunto il blu, come il rosso per Marte, sia per un fattore di mimetismo. Vegezio racconta che le truppe a bordo di piccole imbarcazioni, con funzioni esplorative, indossavano tuniche color azzurro; anche se Vegezio tratta un’epoca postuma, è possibile ipotizzare che una simile pratica fosse già in uso anche durante l’Alto Impero. Ulteriori indizi provengono da Sesto Pompeo, che indossò una veste azzurra in riferimento a Nettuno, dopo essersi autoproclamato suo figlio, oppure Marco Agrippa, il quale ottenne in dono un vessillo azzurro da parte di Augusto a seguito delle vittorie navali di Nauloco e Azio. È dunque ragionevole supporre che fosse diffuso il colore blu, in sue varie tonalità. Si potevano indossare più di una tunica, arrivando anche ad averne cinque; la prima tunica, quella a contatto con la pelle, era detta Subucula.

La biancheria intima non vide grandi cambiamenti, utilizzarono ancora il tipico subligaculum, una semplice fascia di lino per coprirsi, legata attorno alla vita e fatta passare da dietro tra le cosce fissandola poi sul davanti. Per tutta l’epoca monarchica e repubblicana, i Romani, come anche i Greci, non usarono pantaloni, ritenuti indumenti da barbari; piuttosto, se necessario, si optava per i femoralia (o feminalia), delle fasce di lana che coprivano le gambe, in particolar modo la parte alta sulla zona dei femori, da cui il nome. Sarà solo dopo l’espansione in Gallia che le bracae, ossia pantaloni, si diffusero tra le file dei soldati, per proteggerli meglio dal freddo o, nel caso di truppe a cavallo, per proteggerli dallo sfregamento a contatto con la sella e il cavallo, utilizzando bracae di cuoio.

Al di sotto dell’armatura, il legionario indossava il thoracomachus (detto anche subarmalis) ossia un indumento fatto di cotone o lino spesso almeno 1 cm che non solo forniva una protezione aggiuntiva, ma attenuava anche il peso e lo sfregamento dell’armatura in metallo e riparava dal freddo. In alcuni casi poteva essere rinforzata con pelle “di origine libica” (7), ottenendo così una specie di “cappotto” impermeabile e resistente alla pioggia. Nella parte inferiore dell’indumento potevano essere applicate alcune frange di cuoio, dette pteruges, elementi sia ornamentali sia funzionali, che offrivano una protezione supplementare alla parte bassa del corpo.

Le calzature potevano variare a seconda delle necessità e dal clima, esistevano tanti tipi diversi ma le più famose erano sicuramente le caligae, fatte da un unico foglio di cuoio inciso in modo tale da formare delle stringhe, allacciate poi insieme sul collo del piede; questo genere di calzature era così diffusa e tipica del legionario da diventare un sinonimo, i soldati erano infatti detti caligati, e lo stesso imperatore Gaio Germanico è passato alla storia con il soprannome di Caligola, derivato proprio dalla stessa calzatura; inoltre, il termine “a caliga” veniva usato per designare colui che, partendo dal basso, raggiungeva alte cariche. Sulla suola venivano inseriti dei chiodi di metallo a testa conoidale, di solito con una forma tale da migliorarne la tenuta sul terreno ma a volte a formare disegni decorativi e simbolici. Un’alternativa chiusa e dunque più adatta a climi freddi era la greca carbatina, anch’essa di cuoio, oppure i calceus, spesso preferite dalle personalità di rango elevato. Secondo le proprie necessità, in caso di climi particolarmente freddi, venivano indossate anche delle calze di lana, dette udones, spesso cucite in modo tale da separare l’alluce dalle altre dita del piede, così da facilitare l’uso delle calzature.

Al collo veniva indossata una particolare sciarpa detta focale, fatta di lino, lana o altro materiale, con il duplice scopo di proteggere sia dal freddo sia dall’armatura, la quale sennò sfregherebbe contro il collo. Per quanto riguarda la testa poteva essere indossato un copricapo di feltro, utile anche come imbottitura per l’elmo, detto Pileus; in alternativa si utilizzava, soprattutto per i periodi caldi, un copricapo in paglia ma anche in cuoio o feltro, detto petasus, spesso portato dai contadini ma non per questo umile, tanto che gli stessi senatori e alcuni imperatori lo indossarono.

Per ripararsi dalla pioggia o durante certe attività, il legionario indossava un mantello sopra agli indumenti, detto sagum; questo mantello era già diffuso in epoca repubblicana, era fatto di lana e veniva indossato tenendolo unito da una fibbia posta sulla spalla destra, così da permettere maggiori movimenti col braccio destro, quello usato per la spada. In epoca imperiale si diffuse un’altra versione, la paenula, provvista di cappuccio e di alamari oltre che le fibbie.

A sinistra/In alto: Replica di una caliga romanda (Foto Wikimedia Commons via MatthiasKabel)

A destra/In basso: Ausiliari, raffigurati sulla Colonna Traiana con indosso i focalia (Foto Wikimedia Commons via MatthiasKabel)


L’armamentario offensivo del legionario

L’arma per eccellenza del soldato romano era la spada, detta gladius, termine generico con cui i Romani identificavano le spade a doppio filo corte, con una lunghezza variabile di circa 35 - 55 cm; un’altra celebre tipologia di spada era la spatha, spada a doppio filo di origine celtico-germanica lunga almeno 60 cm, inizialmente utilizzata dalla cavalleria e poi, attorno al II secolo d.C., dalla fanteria. Vegezio menziona, nel secondo libro, il termine semispatha; tuttavia, non è chiaro intuire a quale arma esso si riferisse, limitandosi a dire che erano più piccole delle spathae; si sostiene che possa trattarsi di qualche spada posizionabile in mezzo ai due tipi trattati prima, oppure qualche tipo di pugnale più lungo. Il tipo di gladio di epoca tardo repubblicana, di probabile origine iberica, da cui il nome gladius hispaniensis, ebbe ancora un ruolo importante in età augustea per poi venire accompagnato e rimpiazzato dai modelli più corti come il Gladius Mainz e il Gladius Pompei. Ciascuna di queste tipologie, secondo la classificazione proposta da Miks, presenta a sua volta delle sue varianti per forma e lunghezza. La spatha, invece, ebbe due varianti principali durante l’epoca qui trattata: il tipo Straubing- Nydam e il tipo Lauriacum.

Oltre alla spada, un’altra importante arma e strumento era il pugnale, detto pugio, anch’esso di origine iberica e dalla lama a foglia, non più lunga di 35 cm; sebbene fosse nato con una funzione pratica, venne spesso usato anche come oggetto ornamentale e rituale, e sono numerosi i ritrovamenti di pugiones riccamente decorati. Tutte queste armi erano tenute tramite una cintura in cuoio detta cingulum, molto importante per il legionario, che andava sempre indossata.

Ogni legionario aveva poi in dotazione il pilum, un tipo di giavellotto utilizzato dai Romani già secoli prima; le differenze tra quello alto imperiale e quello tardo repubblicano sono poche, la punta di metallo si allunga arrivando dai 60 ai 90 cm, con un codolo piatto impiantato in un castello che inizia a prendere una forma più piramidale tronca, in rari casi la punta era fissata tramite un manicotto; quest’arma veniva lanciata contro il nemico prima dello scontro frontale. Poco usata dal legionario alto imperiale ma comunque ancora presente fu l’Hasta, lancia di antica origine e utilizzata come arma lunga per tenere a distanza il nemico, diffusa perlopiù nella cavalleria e tra le truppe ausiliarie.

Oltre a tutte queste armi, ogni legionario poteva utilizzare anche strumenti non propriamente nati per quella funzione come armi improprie, ad esempio una scure o una piccozza; quest’ultima, come racconta Tacito, venne usata nel I secolo d.C. contro i crupellarii, una tipologia di gladiatori con armature complete a protezione di quasi tutto il corpo, durante le rivolte galliche, dimostrandosi molto utili a perforare le armature nemiche. Insomma, come è abitudine dire: “necessità fa virtù”.

In alto: Rievocatore rappresentante un legionario alto imperiale dotato di lorica hamata, elmo gallico imperiale di tipo H, Gladio probabilmente di tipo Mainz ed è visibile il thoracomachus; oltre a questo dispone di aggiuntive protazioni come gli schinieri e la lorica manicata. Inoltre è visibile la borsa, probabilmente una pera (Foto Wikimedia Commons via MatthiasKabel)


L’equipaggiamento del legionario

Non è un caso se, dopo la riforma militare del console e generale Gaio Mario, i legionari furono definiti “muli mariani”, essi dovevano infatti trasportare gran parte del loro equipaggiamento in spalla. Questa pratica continuò ancora nell’Alto Impero, un soldato poteva arrivare a trasportare 20 kg di armamento individuale, a cui si aggiungevano poi svariati chili di equipaggiamento aggiuntivo; in casi particolari, come durante marce forzate, il carico totale non superava i 25 kg e comprendeva solamente l’armamento individuale e le razioni alimentari per pochi giorni, in questo caso si trattava di milites expediti.

Il bagaglio personale del legionario, detto sarcina, veniva appeso ad un supporto costituito da due bastoni legati assieme a croce o a T, detto furca, e portato in spalla. Le fonti archeologiche sono poche, osservando i rilievi è possibile osservare la presenza di borse di cuoio e a rete, alcune borse di tela, vestiti, recipienti di terracotta o metallo e altro ancora. Il peso totale variava in base al clima e alla quantità delle razioni personali, a volte abbastanza da durare un mese, oltre ai tre giorni di razione portati con sé dai legionari, detto cibus. Le borse in cuoio erano di vario tipo: vi era la crumena, un tondo di cuoio chiuso a sacchetto tramite un laccio, il marsupium, costituito da due pezzi di cuoio uniti tra loro tramite la cucitura di tre lati e chiuso poi anch’esso da un laccio in cuoio, la pera, ossia una bisaccia di cuoio portata in spalla tramite una cinghia, il loculus era forse una versione “militare” della pera, più solido e rinforzato da strisce di cuoio poste ai margini e ad X lungo le diagonali, infine vi era il reticulum, una rete utilizzata per trasportare vasi, contenitori o oggetti di vario tipo. Grazie al ritrovamento di alcuni resti di una borsa datata attorno al II - III secolo d.C. nel paese olandese di Barger-Compascuum è stato possibile osservare alcuni divisori all’interno di essa, così da gestire meglio l’organizzazione interna. Gli effetti personali che si portava dietro il legionario dipendevano dal singolo individuo, poteva portarsi dietro dei rasoi per la barba, come testimoniato anche dal ritrovamento di Nimega (Paesi Bassi), oppure monete d’oro e d’argento, come nel caso sopracitato di Barger-Compascuum, ma poteva comprendere anche lumini, coltelli, oggetti con valore affettivo, gioielli, pentolame e molto altro.

Giuseppe Flavio, nella sua opera Bellum Iudaicum, racconta come ogni soldato fosse provvisto anche di attrezzi per compiere lavori di vario tipo, come scavare il vallo, disboscare alberi, creare terrapieni o ponti. Ci fornisce inoltre un piccolo elenco di cosa poteva portare con sé il legionario, come una zappa (detto ligo o pala a seconda del tipo), un falcetto (detto falx), una cesta (detta cophini) e un particolare attrezzo simile a un piccone, detto dolobra. Questo attrezzo poteva fungere sia da scure sia da piccone, uno strumento fondamentale, forse la parte più importante dell’equipaggiamento militare dopo l’armamentario; il generale romano Gneo Domizio Corbulone (I secolo d.C.) arrivò a dire che hostis est vincendus dolobra, ossia “il nemico deve essere sconfitto con la dolobra”. Sono state rinvenute alcune custodie in bronzo a Vindonissa, un’altra prova di quanto fosse importante per loro quell’attrezzo. Fra gli altri utensili potevano esserci dei tagliazolle (detto pizzuti), alcune funi, catene e molto altro a seconda del contesto e delle necessità.

A sinistra/In alto: Rilievo della Colonna Traiana raffigurante legionari romani in marcia con la sarcina in spalla (Foto Wikimedia Commons)
A destra/In basso: Replica di una sarcina conservata al Museo Gruppo Storico Romano (Foto Wikimedia Commons via Notafly)


L’alimentazione nel contubernium

L’imperatore Alexander Severus (Alessandro Severo) disse: miles non timendus si vestitus, armatus, calciatus et satur et habens aliquid in zonula, “Non bisogna temere un soldato se è vestito, armato, calzato, ha la pancia piena e qualcosa nella cintura [soldo in tasca]”. Il vettovagliamento, detto annona, era forse una delle principali prerogative logistiche; ogni soldato andava nutrito e non solo, aveva bisogno di una dieta sana e forte, con un grande apporto calorico, diviso in un prandium (pranzo) e un pasto serale più piccolo, la cena. Grazie alle ricerche condotte da studiosi come il professore Paul Erdkamp, è stato possibile stimare le calorie giornaliere di un legionario, cifra che poteva tuttavia variare in base al contesto, un legionario in tempi di pace richiedeva poco più di 2.900 kcal, mentre durante periodi di fatica poteva superare anche le 4.000 kcal. Polibio nella sua opera Historiae fa un resoconto della dieta del legionario romano; anche se visse secoli prima, attorno al III e II secolo a.C., la sua opera è importante per comprendere meglio la loro alimentazione, difficilmente essa cambiò molto in età alto imperiale, con variazioni e cambiamenti più per necessità e area geografica, rispetto a vere modifiche. Ogni contubernium riceveva giornalmente un modius (8) di frumento (frumentum) non macinato al mese (equivalenti a circa 35 litri), principalmente grano ma a necessità anche il miglio, il farro e l’orzo; va detto però che quest’ultimo era considerato inferiore, meno calorico e meno apprezzato, tanto da venir usato come punizione per quei soldati accusati di colpe lievi, come comportamenti scorretti. Qualora non fosse possibile reperire il frumento tramite la procedura standard (9), si poteva raccogliere in loco, utilizzando le falci citate nel paragrafo precedente. Il frumento poteva venir macinato per preparare poi del pane, detto panis, ma anche per altri cibi, come una specie di polenta fatta con frumento, acqua o latte e olio; oppure, come nel caso del cibus, poteva essere usato per preparare il bucellatum, una specie di biscotto secco di farina di grano che ne garantiva una maggior conservazione rispetto al semplice pane. Questo genere di biscotto veniva di solito cotto usando il testum, un recipiente di terracotta sopra al quale veniva posizionata la brace calda, così da cuocerne il contenuto sia sopra che sotto, senza doverlo rigirare.

Già gli antichi Greci avevano capito che per rimanere in salute serviva una dieta variegata, non limitata al solo cereale; per i Romani, tutto ciò che non era frumenta veniva definito cibaria, comprendendo carne, formaggio, verdure (spesso fave, piselli, lenticchie, ma anche radici o più in generale quello che offriva il posto), frutta (mele, fichi, tutta quello disponibile a seconda del luogo e della stagione), latte e olio.

Per quanto riguardava la carne, Aristofane spiega che ogni legionario portava con sé delle razioni, consistenti anche in carne (sia salata sia fresca); oltre a questa, ogni legione ne consumava una quantità discreta, come dimostrano le fonti archeologiche e documentarie, il bue era particolarmente scelto per i riti religiosi, venendo poi consumato, mentre per la regolare alimentazione si preferiva il maiale e in minor numero bue, pecora, capra, polli, anatre e oche, ma anche di animali da selvaggina direttamente cacciati in loco, come cervi, cinghiali o lepri. Raramente si poteva anche macellare animali da soma, per esempio in caso di gravi ferite che ne costringevano la morte, anche se di solito era preferibile prendersene cura tramite una figura specializzata detta medicus veterinarius. La carne poteva essere arrostita o bollita, essiccata o salata, si poteva fare prosciutti e salsicce, oppure veniva utilizzata per il brodo.

Per quanto concerne i liquidi, i soldati potevano bere, oltre alla semplice acqua, anche latte, vino e la celebre posca, una bevanda fatta principalmente da acqua e in minor parte vino acido (detto acetum) e/o vino comune (detto vinum), opzionalmente anche spezie o erbe per migliorarne il gusto; il vino presente nella bevanda ne garantiva una lunga conservazione e lo rendeva un discreto disinfettante per le ferite. Vi era poi il garum, una salsa molto apprezzata dai Romani, ricavata dalla lunga fermentazione delle sardine in recipienti o vasche piene di sale, le quali rilasciavano un liquido dal gusto molto forte e salato, usato nei più disparati modi come condimento; il garum poteva avere alcune varianti, per esempio poteva venir aggiunto il pepe, il vino, l’aceto o l’olio.

Il costo di tutto il cibo veniva detratto poi dallo stipendio; inoltre, visto che ai soldati venivano date solo le materie prime, stava a loro poi prepararle e cucinarle. Per fare ciò ogni soldato possedeva del pentolame, come una pentola (detta olla), una padella (detta patera) o una griglia, in aggiunta a questi, ogni contubernium possedeva una mola manuaria, ossia una piccola macina azionata a mano per macinare il grano. Poteva pesare più di 20 kg, veniva dunque trasportata, come per la tenda, sui muli. Il fatto di distribuire cibo crudo, non lavorato, non dipendeva solo da un’ovvia semplicità, ma garantiva anche un obbligo alla cooperazione da parte dei legionari; la mola manuaria era una per otto soldati, andava usata e custodita insieme, aumentando quel senso di fratellanza e cameratismo tra i così detti contubernales. Chiaramente gli ufficiali erano un’eccezione, il centurio di norma non mangiava in gruppo ma preferiva la propria tenda, con cibi migliori e preparati da altri. Infine, il legionario poteva contare anche sul cibo spedito dalla famiglia, oppure comprato nel canabae, l’aggregato urbano che si veniva a formare vicino al castrum romano.


La religione

In epoca romana la religione faceva parte di tutto, ogni momento di vita aveva un valore religioso, l’esercito non era laico come quelli moderni e ogni comandante, dall’imperatore fino al più umile dei centurioni, aveva il dovere di eseguire le varie funzioni religiose, dal recitare preghiere allo svolgere riti sacrificali. A volte si poteva far uso di figure come l’haruspex (ossia l’aruspice, colui che praticava l’aruspicina), assistito da figure come il pullarius (pollario, colui addetto al mantenimento dei polli sacri usati per l’auspicia ex tripudiis), il victimarius, colui che uccideva e manipolava l’animale sacrificale, oppure il turarius, ossia l’addetto all’incenso; tuttavia, non esisteva una precisa carica religiosa all’interno dell’esercito paragonabile, per esempio, ai cappellani militari odierni.

Augusto introdusse, nella sua celebre riforma, alcuni cambiamenti anche sotto l’aspetto religioso; i culti ufficiali nell’esercito furono “standardizzati” in tutto l’impero, creando un calendario preciso a cui attenersi. Nel sito archeologico di Dura-Europos (odierna Siria) venne rinvenuto un documento, datato attorno al 225 d.C. circa, contenente proprio un calendario delle festività, il cosiddetto Feriale Duranum, diviso in colonne. All’interno di questo papiro si possono leggere festività tradizionali e classiche, dedicate alle principali divinità, per esempio il 3 gennaio venivano sacrificati animali alle seguenti divinità: un bue a Giove Ottimo Massimo, una vacca a Giove Vincitore, a Giunone Regina, a Giunone Salvatrice, alla dea Vittoria e Minerva, un toro a Padre Marte e a Marte Vincitore. Oltre a queste festività più “classiche” si possono trovare moltissime altre dedicate a figure celebri, per esempio si può leggere il compleanno dell’allora imperatore Settimo severo (Pius Severus nel documento) l’11 aprile, oppure gli anniversari della sua nomina a console, pontefice massimo, cesare e infine augusto; si leggono anche festività dedicate a imperatori e figure celebri del passato come Cesare, Augusto, Claudio, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Commodo, Pertinace, oppure ai membri delle famiglie imperiali, come la madre di Settimo Severo Mamaea, tra il 14 al 29 agosto, la sua prima moglie Marciana, festeggiata tra il 15 e 30 agosto e sua nonna Maesa, il 7 maggio; infine festività legate a momenti storici, come la fondazione di Roma il 21 aprile.

Particolare importanza era data alle insigne, tanto da crearne un culto attorno a esse. Tertulliano nella sua opera Ad Nationes disse: “[...] itaque in Victoriis et cruces colit castrensis religio. Signa adorat, signa deierat, signa ipsi Iovi praefert. (L I, XII) traducibile come: “così, nella vittoria, la religione militare venera anche le croci. Adora le insigne, sulle insigne giura, alle insigne antepone perfino lo stesso Giove.” Chiaramente va contestualizzata, Tertulliano era un cristiano vissuto nel II e III secolo d.C., questi versi volevano rispondere alle critiche pagane rivolte ai cristiani sul fatto che “venerassero” la croce, resta comunque un utile spunto per comprendere quanto effettivamente fossero importanti le insigne e i vessilli per i soldati romani. Esse prendevano a parte a riti come il giuramento (sacramentum) o il congedo (sacramentum solvere), venivano portate in marcia e in battaglia, il loro luogo di custodia era detto aedes, spesso una stanza situata nel principia, il quartier generale del castrum, sede anche del comandante. Vi era una festa dedicata all’insigne dell’aquila, il dies natalis aquilae e la sua difesa (come più in generale quella delle insigne) era di vitale importanza per i soldati; pensiamo per esempio alla battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., dove vennero perse le aquile delle tre legioni (la Legio XVII, la Legio XVIII e la Legio XIX), un fatto gravissimo e considerato come una orribile vergogna, un sacrilegio. La vendetta di Germanico non fu fatta solo per ovvi motivi politici e militari, ma anche per dare modo a Roma di risollevarsi dall’onta avuta, recuperando le tre aquile e vendicando la sconfitta. L’evento fu tanto grave che, probabilmente anche per fattori scaramantici, le tre legioni non furono mai più ricostituite.

Polibio nel libro VI della sua opera Historiae, racconta che il sacramentum veniva pronunciato solamente da un signatus, mentre gli altri pronunciavano alla fine una formula simile a “idem in me” e traducibile all’incirca come “uguale per me”; chiaramente Polibio non è dell’epoca trattata in questo articolo, resta però possibile che questo metodo sia rimasto in uso anche in epoca imperiale.

Oltre a questi riti ufficiali e formali, esistevano poi altre sfere religiose all’interno dell’esercito romano, per esempio potevano partecipare ai riti di stampo civile o per esempio quelli agricoli/pastorali nella prata legionis, e così via. Esistevano poi figure come i genii, spiriti maschili che proteggevano certi luoghi o gruppi, come nel caso dell’esercito con le professioni e i gradi, esisteva infatti il Genius Centuriae, colui che vegliava sui centurioni, ma anche genii dedicati agli optiones, ai mensores, ai signiferi e così via; come detto prima potevano proteggere anche luoghi, detti genius loci, e potevano proteggere il praetorio, il valetudinarium e tutti gli altri luoghi del castrum di rilevante importanza. Infine, come ultima e più piccola sfera religiosa, vi era quella personale; infatti, ogni legionario era libero di professare la propria fede nel modo in cui ritenesse essere giusto farlo, purché tali credi e riti non andassero contro i doveri del soldato, la sua fedeltà all’imperatore e non mettessero a rischio la Pax Deorum, la pace degli dei, rifiutandosi per esempio di festeggiarli o di partecipare ai riti. L’esercito fu il principale mezzo di diffusione dei riti e dei miti religiosi, ogni soldato portava con sé usanze, credi e anche oggetti religiosi della propria terra d’origine. Per esempio, il tipico gesto di stringersi la mano nacque dal culto del dio Mitra, divinità orientale e di origine persiana particolarmente amata tra i soldati; venne introdotto proprio da loro, a seguito delle guerre contro i Parti, giunse sino al Danubio, nel Castrum di Carnuntum (odierna Austria), dove furono rinvenuti vari mitrei, luoghi sotterranei sacri per il culto. Diverso fu per i cristiani, chiaramente già noti dal I secolo d.C., essi furono esclusi dal servizio militare e il loro culto non tollerato tra le file, poiché considerato incompatibile con le regole dette poc’anzi, venendo accettati solo verso il IV secolo d.C., quindi in epoca ormai tardo imperiale. I Romani erano inoltre un popolo molto superstizioso, Plinio il Vecchio racconta di come molti pensassero che il solo pronunciare certe frasi (formule) potesse cambiare le sorti di eventi persino già stati prestabiliti dal fato; addirittura usate in ambito medico, come la celebre formula abracadabra, citata nell’opera medica Liber Medicinalis di Quinto Sammonico Sereno del III secolo d.C.; esistevano anche portafortuna, come piccoli gladi da portare appesi al collo, o gesti scaramantici, come il sputare per terra (spesso dopo aver recitato alcune formule), poiché considerata capace di allontanare il male.

A sinistra/In alto: Rilievo raffigurante la processione di alcuni animali sacrificali presente sulla Colonna Traiana (Immagine Colonna Traiana)

A destra/In basso: Affresco raffigurante il dio Mitra che lotta contro il toro situato presso il mitreo di Marino (Roma) databile al II secolo d.C. (Foto Wikimedia Commons) 


I gradi del legionario

Chiaramente, in quanto soldati, il compito principale dei legionari era quello di combattere le guerre di Roma, di proteggerla e servirla; tuttavia, non si trattava di semplici guerrieri, bensì ingranaggi di una macchina ben più complessa e articolata. Definire i gradi militari dell’esercito romano non è cosa facile, non si seguiva una linea precisa; possiamo però dire che alla base vi era il soldato semplice, detto miles gregarius, il quale svolgeva ruoli semplici, di solito usato come forza lavoro (pensiamo a tutte quelle strade, ponti e gallerie costruite proprio grazie ai soldati, avendo in primis un ruolo strategico militare e solo secondariamente funzioni commerciali o in generale civili); dopo anni di servizio, potevano diventare immunes, ossia “immuni” a quei lavori di fatica citati prima, svolgendo al loro posto funzioni più specialistiche; all’interno del Digesta dell’imperatore Giustiniano è contenuto un elenco di tali immunes tratto dalle opere, ormai quasi del tutto perse, dell’autore Publio Tarrutieno Paterno, generale e segretario dell’Imperatore Marco Aurelio e poi praefectus praetorio sotto Commodo. In questo elenco vengono citate figure professionali di vario tipo:

 

“Quibusdam aliquam vacationem munerum graviorum condicio tribuit, ut sunt mensores, optio valetudinarii, medici, capsarii, et artifices et qui fossam faciunt, veterinarii, architectus, gubernatores, naupegi, ballistrarii, specularii, fabri, sagittarii, aerarii, bucularum structores, carpentarii, scandularii, gladiatores, aquilices, tubarii, cornuarii, arcuarii, plumbarii, ferrarii, lapidarii, et hi qui calcem cocunt, et qui silvam infindunt, qui carbonem caedunt ac torrent. In eodem numero haberi solent lani, venatores, victimarii, et optio fabricae, et qui aegris praesto sunt, librarii quoque qui docere possint, et horreorum librarii, et librarii depositorum, et librarii caducorum, et adiutores corniculariorum, et stratores, et polliones, et custodes armorum, et praeco, et bucinator. Hi igitur omnes inter immunes habentur.”

 

All’interno di questo elenco troviamo coloro che, grazie ai loro incarichi, ottenevano l’esenzione dai compiti più onerosi; in questo testo si possono leggere varie figure professionali come: i geometri (mensores), il responsabile dell'ospedale (optio valetudinarii), i medici, gli infermieri e coloro che prestavano un primo soccorso in battaglia (capsarii), gli artigiani (artifices), coloro che scavano la fossa, i veterinari (veterinarii), l'architetto (architectus), i piloti delle navi (gubernatores), i costruttori navali (naupegi), gli operatori di baliste (ballistrarii), gli esploratori (specularii), i fabbri, chi produceva frecce e archi (sagittarii), gli artigiani del bronzo (aerarii), i fabbricanti di elmi (bucularum structores), i costruttori di carri (carpentarii), i costruttori di scandole, ossia tegole in legno (scandularii), quelli che potrebbero essere esperti e insegnanti di scherma (gladiatores), gli addetti all'acqua e idraulici (aquilices), i suonatori di tromba (tubarii), i fabbricanti di corno (cornuarii), i fabbricanti di archi (arcuarii), gli artigiani del piombo (plumbarii), gli artigiani del ferro (ferrarii), i tagliapietre (lapidarii), e coloro che producono la calce, i taglialegna e i carbonai. Il testo continua poi con i macellai (lani), i cacciatori (venatores), gli addetti ai sacrifici (victimarii), il responsabile dell’officina (optio fabricae), gli addetti ai malati, gli scrivani (librarii), coloro addetti all’insegnamento, i responsabili del granaio (horreorum librarii), gli addetti a gestire il deposito di denaro (librarii depositorum), gli scribi dei beni confiscati o senza eredi (librarii cadacorum), gli aiutanti dei cornicularii (adiutores cornicularium), gli scudieri/stallieri (stratores), gli addetti ai puledri (polliones), i custodi dell’armeria (custodes armorum), l’araldo (praeco) e il suonatore di bucina (bucinator).

Questi sono solamente alcuni, gli immunes erano certamente molti di più, come per esempio i frumentarii, termine che in origine designava i responsabili all'approvvigionamento del frumentum per le legioni, ma che in epoca augustea acquistò un significato diverso, acquisendo compiti di spionaggio, di controllo e sicurezza interna, di gestione delle carceri e di polizia militare. Vi erano anche i vigiles, corpo militare fondato da Augusto e formato da sette coorti, una per ogni due regioni di Roma, con il compito di vigilare la notte e di spegnere gli incendi; la caserma (detta cohortium vigilum stationes) della VII Coorte è ancora oggi visibile.

Dopo l’immunes vi erano i principales, oggi paragonabili ai sottoufficiali; si dividevano in due categorie in base alla paga: principalis sesquiplicarius, con una paga 1,5 volte più alta del semplice miles, e il principalis duplicarius, con una paga doppia. All’interno della prima categoria possiamo trovare figure come il suonatore di corno (cornicen) o di tuba (tubicen), il responsabile della tessera, ossia la tavola di legno su cui veniva scritta la parola d’ordine per le guardie del castrum (tesserarius) e soldati investiti del beneficio di un superiore per svolgere ruoli particolari, come segretario personale o la gestione delle stazioni (beneficiarius). Per quanto riguarda la seconda categoria possiamo citare il portatore dell’aquila d’oro, simbolo importantissimo per la legione (aquilifer), il portatore di insigne, di solito dischi metallici o simboli militari e religiosi (signifer), quello dell’immagine dell’imperatore (imaginifer) e infine quello del vessillo (vexillifer), ma troviamo anche figure come l’addestratore delle truppe (campidoctor), l’addetto e capo dell’ufficio amministrativo e dell’archivio (cornicularius). Come nel caso degli immunes, questi citati sono solo alcuni esempi ma le figure erano molte di più, mi sono limitato a citare i più famosi e importanti.

Dopo i principales vi erano i centuriones (10), caratterizzati dal loro tipico bastone di vite detto vitis, paragonabili agli ufficiali odierni; il centurio poteva avere ruoli e poteri diversi in base al suo grado (ordines, uno per ogni coorte), per esempio un principalis come l’optio ottenendo una promozione sarebbe diventato un centurio Decimus Hastatus Posterior, ossia il gradino più basso dei centurioni, al comando della sesta centuria della decima coorte e facente parte dei decimi ordines; a salire sopra di lui vi erano il Decimus Hastatus Prior, il Decimus Princeps Posterior, il Decimus Princeps Prior, il Decimus Pilus Posterior e infine il Decimus Pilus Prior, più alto in grado tra i centurioni delle coorti “standard”, ossia dalla seconda alla decima, poiché la prima, come già spiegato all’inizio, aveva uno status speciale, contando solamente cinque centurie ma con il doppio dell’organico (160 uomini invece di 80). I gradi dei centuriones della prima coorte erano simili ma non uguali ed erano, dal più basso al più alto, il Primus Hastatus Posterior, il Primus Princeps Posterior, il Primus Hastatus Prior, il Primus Princeps Prior e infine il Primus Pilus (o Primipilus), il grado in assoluto più alto a cui un semplice milites potesse aspirare, l’unico ad avere accesso al gabinetto di guerra.

Una volta finito il suo servizio e diventato Primipilare (ex Primus Pilus fuori carriera) poteva aspirare a diventare Praefectus Castrorum, il comandante di grado equestre con il compito di gestire l’amministrazione e il comando della legione e del Castrum, terzo in comando nell’intera legione dopo il tribunus e il legatus Legionis; in alternativa poteva diventare Praefectus Cohortis, comandante di una coorte ausiliaria di 500 uomini detta quingenaria, distinto in Praefectus Cohortis Peditatae, al comando dunque di fanti appiedati, oppure Praefectus Cohortis Equitatae, al comando di cavalieri; il passo successivo era poi il Tribunus Cohortis (o Praefectus Cohortis Milliariae) al comando di 1.000 uomini, anche qui distinto in Peditatae o Equitatae; un’altra opzione era quella di diventare Praefectus Fabrum, al comando del genio militare e responsabile di tutti quei immunes che operavano in tale ambito, come i fabbri, carpentieri o geometri già citati, era colui che guidava la costruzione di ponti, strade, sia in ambito di pace sia durante le campagne militari, supervisionando anche la costruzione delle macchine d’assedio; infine, un Primipilare poteva finire a Roma, con altre cariche, oppure scegliere una carriera civile, le opportunità erano molteplici.

Le lettere e le fonti epigrafiche ci forniscono molte testimonianze di avanzamenti di carriera, sono molte le collezioni nel mondo, come le lettere conservate presso l’Università del Michigan; un esempio è la storia di Caio Iulius Apollinaris, un soldato della Legio III Cyrenaica, contenuta nella lettera P.Mich 466, scrive al padre (o tutore) Celer spiegandogli di aver richiesto al consularius Claudius Severus di renderlo suo segretario, il quale gli rispose dicendo che non c’erano posti vacanti ma che lo avrebbe reso segretario della legione con la speranza di un avanzamento di carriera. In questa lettera si può quindi vedere come Apollinaris, già immunes in quanto esonerato dai lavori di fatica, come egli stesso dice nella lettera, ottenga il grado di librarius legionis, un grado sempre da immunes ma con speciali incarichi amministrativi nella legione. La sua storia continua in altre sue lettere, in particola modo nella P.Mich. 562, datata circa al 119 d.C., dove lo stesso soldato scrive a Sabinus per una questione economica legata all’affitto di alcuni terreni; quello che ci interessa è però la premessa, Apollinaris si firma come frumentarius, mostrando quindi un cambiamento di grado; la lettera ci fornisce anche uno spiraglio sulle sue proprietà, particolarmente estese e dunque dimostrative di un certo benessere da parte sua, anche se va detto che probabilmente erano tutti i suoi possedimenti, dati in affitto non potendoci lavorare visto il suo servizio militare.

In alto: Rappresentazione di insigne romane, tra cui un'aquila romana, sulla Colonna Traiana (Illustrazione Conrad Cichorius)


Il tempo libero

I soldati romani passavano gran parte del loro tempo a lavorare o ad addestrarsi, era fondamentale per avere un esercito forte e disciplinato; tuttavia, non tutto il loro tempo era occupato dai doveri ma anzi, si era consci del fatto che un soldato felice è un soldato più fedele e affidabile, e come renderli felici se non con del tempo libero per dedicarsi ai piaceri e agli svaghi? I soldati romani potevano infatti fare richiesta di licenza (11), ottenendo così un periodo di allontanamento dalla vita militare, potendo far visita ai propri cari, dedicarsi una “vacanza” o occuparsi di propri affari e interessi (12). Oltre alla licenza, i soldati avevano chiaramente momenti liberi o particolarmente tranquilli in cui poter svagarsi; in questi casi si era soliti giocare, come ancora accade, a vari giochi da tavola, detti tabulae lusoriae, spesso fatti di legno ma spesso anche incise sulla pietra o sul marmo nel luoghi pubblici, potendole usare per vari giochi, molti dei quali ad oggi poco conosciuti e dunque difficili da comprendere a pieno, mancando alcune regole; un esempio è il ludus ladrunculorum, giocato con delle pedine di pietra o legno poste su di una scacchiera, queste venivano poi mosse in linea retta con lo scopo di circondare quelle nemiche ostacolando l’avversario. In alternativa è possibile che giocassero anche al gioco del mulino (in inglese nine men’s morris), forse già citata da Ovidio, seppur molto brevemente egli descrisse un gioco nel quale bisognava posizionare tre pedine in fila retta, proprio come nel gioco del Mulino anche se sicuramente in una sua versione arcaica. Altra grande passione dei Romani furono i dadi, usati spesso nel gioco d’azzardo andando a scommettere soldi (pratica vietata ma di fatto molto diffusa); non di rado se ne trovano alcuni durante gli scavi archeologici dei castra, particolarmente diffusi anche grazie al loro essere semplici da fare o comprare, leggeri da trasportare e dando molte possibilità di gioco. Oltre a dadi vi erano gli astragali (o talus), forse loro antenati, consistevano in particolari ossa animali (13) usate come una sorta di dado a quattro facce, grazie ai loro quattro lati abbastanza regolari.

Per tenersi in movimento, allenarsi ma soprattutto divertirsi, i soldati romani potevano giocare ad alcuni sport, i quali potevano spaziare da quelli di lotta come il pugilatus, praticato con l’uso di protezioni di cuoio per le mani dette caestus e importante anche in funzione addestrativa; oppure di squadra come il celebre harpastum, un gioco di cui si sa molto poco e per cui è impossibile stilare delle regole precise, doveva tuttavia essere simile a giochi di palla come il calcio storico fiorentino o il rugby, nel quale vengono usate le mani per lanciare e trasportare la palla (nel caso romano sferica e forse costituita da esagoni cuciti tra loro come quelle da calcio, come dimostra la lapide romana ritrovata a Sinj, Croazia), in ogni caso possiamo essere certi, grazie alle fonti antiche che ne parlano, che si trattasse di un gioco molto violento, comprendendo prese di collo e mosse di lotta per fermare gli avversari, arrivando a ricevere infortuni di media intensità.

A tenere compagnia ai soldati, al seguito della legione, vi erano le famiglie, mogli e figli, un fatto non inusuale, tenendo conto del fatto che era dovere dell’esercito romano quello di insediarsi nei nuovi territori annessi, cosa difficile da fare senza mogli e figli. Tuttavia, non tutti i soldati avevano la fortuna di avere una persona amata al proprio fianco, senza contare come fosse vietato, dal principato di Augusto fino a Settimo Severo, contrarre matrimonio durante il proprio servizio nell’esercito, permettendolo solo prima o dopo. In questi casi il legionario poteva trovare conforto tramite unioni non formali, vivendo de facto come fosse sposato, generando anche figli; oppure poteva trovarlo presso i lupanari, luoghi paragonabili alle vecchie case di tolleranze, con prostitute (dette meretrices o lupa a seconda del contesto) che offrivano i propri servizi a prezzi modesti, spesso seguendoli per tutti i loro spostamenti e stanziandosi nel canabae. Oltre alle prostitute, la legione era spesso seguita da commercianti di vario tipo, pronti a vendere la loro merce ai soldati; per esempio, come già trattato nel paragrafo precedente, potevano vendere cibi più sfiziosi o pregiati, ma anche vestiti, utensili, oggetti e molto altro. I legionari stanziati nei pressi di città potevano approfittare anche di tutti quegli svaghi e piaceri che essa offriva, come le terme, teatri e anfiteatri o godersi un buon pasto caldo nei thermopolium. Infine, come accennato nel paragrafo sulla religione, i legionari potevano dedicarsi ai propri riti e culti o visitare i tempi.

A sinistra/In alto: Dado romano conservato al Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia (Foto Wikimedia Commons via Guguitar)
A destra/In basso: Esempi di astragali e di un dado conservati presso il Kanellopoulos Museum di Atene (Foto Wikimedia Commons via Zde)


Conclusione

Lo studio del contubernium, inteso come la più piccola parte della legione, permette di comprendere con maggior chiarezza la natura complessa dell’esercito romano, superando alcuni dei cliché nati anche da interpretazioni moderne o cinematografiche. Analizzare il contubernium significa infatti andare oltre a questi stereotipi che vedono la legione come una macchina tutta uguale, semplice e omogenea, per coglierne invece l’aspetto più umano e fondamentale: quello di una struttura basata sulla disciplina, sull’organizzazione e sull’addestramento costante, ma anche sulla capacità di adattamento e sulla solidarietà tra uomini legati da un senso di dovere ma anche di fratellanza. La vita quotidiana, i loro giacigli, le abitudini e le relazioni personali dei soldati mostrano un esercito prima di tutto fatto da persone, con bisogni fisici, spirituali e mentali reali, non di figure astratte e spesso idealizzate. Tutto ciò rende il tema più vicino a noi, più umano e comprensibile, pur nel rispetto delle dovute differenze storiche e culturali.

 

Note

1 - Il termine compare in età tardo repubblicana ma su numero preciso di soldati compresi non si hanno fonti certe, gli otto soldati solo di epoca alto imperiale.

 

2 - Accampamenti militari, campi fortificati, il singolare è castrum

 

3 - Antico sistema romano di riscaldamento, consisteva nel far passare aria calda tramite insenature o tubi posti al di sotto del pavimento o lungo le pareti, riscaldando così l’ambiente.


4 - In casi particolari, era concesso l’arruolamento di persone più anziane che già prestarono servizio; in questo caso, i veterani richiamati alla leva erano detti evocati.

 

5 - Non era raro che, in caso di necessità, l’accesso alla legione venisse esteso anche ai peregrini (civili residenti nell’impero ma senza cittadinanza romana), dando loro la cittadinanza il momento stesso del reclutamento, ovviando così al problema dell’obbligo.

 

6 - Gli Auxilia erano truppe ausiliarie dell’esercito romano, composta da peregrini, ossia persone non aventi la cittadinanza romana, reclutati sia dentro che fuori l’impero.

 

7 - De rebus bellici, un trattato di uno scrittore anonimo del IV secolo d.C., pur non essendo contemporaneo all’epoca trattata, la sua descrizione può tornarci utile, in quanto egli stesso dice che questa thoromacus fosse già in uso dagli “antichi”.

 

8 - Un modius, letteralmente “misura”, era l’unità di misura romana dei prodotti aridi, come il grano o in generale il frumento. Ogni modius calcolava il volume e non il peso, oggi equivarrebbe circa a 8,73 litri circa.

 

9 - Il sostentamento della legione romana dipendeva dai prata legionis, ossia terreni di proprietà della legione e gestite localmente, oppure fornite da un procurator, funzionario di grado equestre, con il compito di comprare i rifornimenti dai privati. In caso di campagne militari poteva essere requisito o ottenuto tramite tributo dalle popolazioni locali.

 

10 - Nel caso di Alae, ogni legione disponeva di dieci Turnae, la più piccola unita equestre (paragonabile alla centuria della fanteria), formata da 30 cavalieri comandati da un centurione detto Decurio, assistito anch’egli dal vice Optio e dal Vexillarus.

 

11 - Inizialmente a spese del soldato, il quale era costretto a pagare il proprio centurione per ottenerla, spesso finendo in situazioni spiacevoli, con frequenti casi di estorsioni; sotto Otone (69 d.C.) fu messa a carico dello stato.

 

12 - Non era raro che soldati, più spesso principali ma anche semplici milites, avessero proprie attività o terre lasciate in gestione ad altri.

 

13 - L’astragalo (o talo) è un osso corto del piede, situato nel tarso e che si articola superiormente con la tibia e il perone, inferiormente con il calcagno e anteriormente con il navicolare.

Fonti

 

Fonti antiche

  • De munitionibus castrorum, autore ignoto, I - II secolo C.
  • De rebus bellici, autore ignoto, IV secolo C.
  • De vita Caesarum, Gaio Svetonio Tranquillo, I - II secolo C.
  • Epitoma rei militari, Publio Flavio Vegezio Renato, IV - V secoloC.
  • Epigrammi, Marco Valerio Marziale, I secolo C.
  • Historiae, Polibio di Megalopoli, III - II secolo C.
  • Strategemata, Sesto Giulio Frontino, I secolo C.
  • Bellum Iudaicum, Giuseppe Flavio, I secolo C. 

Bibliografia

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  • David Breeze, L’esercito romano. Mulino, Bologna, 2019.
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  • Guy de la Bédoyère, The Real Lives of Roman Britain. Yale University Press, New Haven,

Articoli

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  • Domenico Carro, Classiari, i precursori romani delle moderne fanterie di marina in “Rivista Marittima” supplemento aprile - maggio 2024.

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