Quando i Crimini di Guerra diventarono Gare Sportive
Arturo Giusti
Tra il novembre e il dicembre 1937, il Tōkyō Nichinichi Shimbun seguì con toni celebrativi la presunta competizione tra due giovani ufficiali giapponesi: chi avrebbe ucciso per primo cento soldati cinesi con la spada durante l’avanzata verso Nanchino. La vicenda, passata alla storia come Hyakunin-Giri Kyōsō, non è soltanto un episodio della Seconda guerra sino-giapponese, ma un esempio estremo della capacità della propaganda di ridurre la violenza a spettacolo e la morte a punteggio. Ricostruirla significa quindi interrogarsi non solo su ciò che accadde, ma anche sul modo in cui venne raccontato, accolto e successivamente contestato.
Questo articolo analizza una delle più note e inquietanti vicende propagandistiche del conflitto: la cosiddetta “gara dei cento” attribuita ai sottotenenti Mukai Toshiaki e Noda Tsuyoshi. La sua ricostruzione non intende in alcun modo esaltare, spettacolarizzare o normalizzare la violenza narrata dalle fonti dell’epoca.
Al contrario, intende mostrare come l’uccisione di esseri umani poté essere trasformata dalla propaganda in una gara, in un record e in un racconto d’intrattenimento rivolto al pubblico.
In alto: Immagine pubblicata dal Tōkyō Nichinichi Shimbun il 13 dicembre 1937 che mostra i sottotenenti Toshiaki Mukai (sinistra) e Tsuyoshi Noda (destra) con le loro guntō dopo aver terminato la competizione. (Foto: Shinju Sato)
La Seconda Guerra Sino-Giapponese
Quando, nell'estate del 1937, gli incidenti presso il ponte Marco Polo precipitarono in una guerra aperta, l'ostilità tra Cina e Giappone aveva ormai alle spalle decenni di rivalità imperiali. La vittoria sulla Cina Qing nella Prima guerra sino-giapponese (1894-1895) aveva consacrato l’Impero di Giappone come potenza regionale; erano seguite la vittoria sull’Impero Russo nella Guerra russo-giapponese (1904-1905), l'annessione della Corea nel 1910 e, nel 1931, l'occupazione della Manciuria e la costituzione dello stato fantoccio del Manchukuo.
A questa espansione si accompagnò una concezione gerarchica dell'Asia. La Restaurazione Meiji (1), le vittorie militari e la costruzione di un impero alimentarono l'idea che il Giappone fosse riuscito laddove gli altri popoli asiatici avevano fallito: trasformarsi in una potenza capace di confrontarsi con l'Occidente. Componenti culturali, nazionali e razziali contribuirono così a separare il Giappone imperiale dalle popolazioni soggette alla sua influenza.
Per secoli la civiltà cinese aveva esercitato un'enorme influenza culturale sul Giappone; tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, tuttavia, alla tradizionale ammirazione si sovrappose un'immagine negativa. Instabilità, frammentazione, interferenze straniere e sconfitte vennero presentate come prove della decadenza cinese. Si diffuse inoltre l'impiego dispregiativo del termine Shina (支那), insieme a stereotipi che descrivevano i cinesi come arretrati, codardi e incapaci di organizzare uno Stato moderno.
Questi pregiudizi non determinarono il comportamento di ogni soldato, né spiegano da soli la violenza della guerra. Inseriti nella cultura dell'Esercito Imperiale Giapponese, contribuirono però a disumanizzare il nemico e ad abbassare le barriere morali verso la violenza (2).
Nelle forze armate giapponesi, disciplina, obbedienza e sacrificio raggiunsero livelli estremi. La resa poteva essere interpretata come perdita dell'onore; di conseguenza, l'avversario che deponeva le armi poteva essere ritenuto privo della dignità del combattente. Anche la violenza subita dai coscritti favoriva la brutalizzazione: percosse e punizioni corporali erano comuni e potevano propagarsi lungo la rigida gerarchia, fino a riversarsi su prigionieri e popolazione civile.
Il conflitto del luglio 1937 aggravò tali dinamiche. Quella che Tōkyō immaginava come una breve campagna si trasformò in una guerra enorme. Chiang Kai-shek, leader della Cina Nazionalista, o Kuomintang, rifiutò le condizioni giapponesi e schierò alcune delle proprie migliori divisioni a Shanghai. La battaglia durò circa tre mesi e costò perdite elevatissime a entrambi gli eserciti.
Le truppe giapponesi, persuase di ottenere una rapida vittoria, incontrarono una resistenza inattesa. Combattimenti urbani, assalti e gravi perdite alimentarono frustrazione e desiderio di rivalsa. Nel novembre 1937, dopo la ritirata cinese, l'esercito nipponico avanzò verso Nanchino, distante circa 300 chilometri.
Durante la marcia le unità giapponesi attraversarono un territorio devastato, mentre i cinesi tentavano di organizzare nuove difese. I reparti giapponesi dovevano spesso procurarsi localmente parte dei rifornimenti e il saccheggio divenne frequente. Alle requisizioni si accompagnarono incendi, violenze sessuali e uccisioni. Particolarmente vulnerabili erano gli sbandati e i prigionieri.
La distinzione tra combattente, prigioniero e civile divenne labile. Alcuni soldati cinesi abbandonavano l'uniforme per confondersi con la popolazione, mentre i giapponesi rastrellavano gli sbandati. Considerarli nemici da eliminare anziché prigionieri da custodire avrebbe avuto conseguenze catastrofiche a Nanchino. È in questo contesto che deve essere considerata anche la spada.
Nonostante il predominio delle armi da fuoco, la Guntō (3) degli ufficiali possedeva un significato simbolico superiore alla sua utilità tattica. Il richiamo alla tradizione samuraica ne faceva una manifestazione dello spirito guerriero. La propaganda valorizzava quindi gli episodi nei quali un ufficiale affrontava il nemico con la lama, trasformando la violenza individuale in dimostrazione di coraggio e superiorità marziale. Era un'immagine efficace per il pubblico interno. Artiglieria, mitragliatrici, bombe e fucili rendevano impersonale l'uccisione; l'ufficiale che abbatteva il nemico con la spada riconduceva invece la guerra industriale all'immaginario eroico del combattimento individuale, ovviamente ancora molto presente tra il pubblico giapponese.
La stampa svolse un ruolo fondamentale. I corrispondenti raccontavano assalti, conquiste e gesti di valore, mentre fotografie e titoli sensazionalistici trasformavano le operazioni in una narrazione quotidiana. Persino il conteggio dei nemici uccisi poteva diventare una competizione spettacolare, narrata con il linguaggio dello sport e dell'intrattenimento. Questa trasformazione della violenza in spettacolo è essenziale per comprendere quanto avvenne prima della caduta di Nanchino. Alla fine del novembre 1937, mentre l'esercito avanzava attraverso il Kiangsu, i corrispondenti del Tōkyō Nichinichi Shimbun incontrarono due giovani sottotenenti impegnati nell'offensiva: Mukai Toshiaki, ventisei anni, e Noda Tsuyoshi, venticinque.
Il 30 Novembre il quotidiano pubblicò una corrispondenza dal fronte con un titolo destinato a diventare tristemente celebre:
“Gara per abbatterne cento! I due sottotenenti sono già a ottanta.”
Secondo il giornale, Mukai e Noda avevano deciso chi sarebbe riuscito per primo a uccidere cento soldati cinesi con la spada prima della conquista di Nanchino. Mukai avrebbe già raggiunto 56 vittime e Noda 25. Il quotidiano continuò poi ad aggiornare i lettori, con i corrispondenti che furono invitati a fungere da giudici.
Per comprendere cosa possa esservi stato dietro il celebre risultato di 106 a 105, occorre quindi tornare all'autunno del 1937 e seguire i due ufficiali lungo la strada che, dalle sanguinose battaglie della regione di Shanghai, conduceva verso Nanchino.
A sinistra/In alto: Raccapricciante immagine degli ultimi istanti di vita di un prigioniero cinese poco prima di essere decapitato da ufficiali giapponesi durante il Massacro di Nanchino. L’immagine non è correlata alla vicenda dei sottotenenti Toshiaki Mukai e Tsuyoshi Noda. (Foto: H.J.Timperley)
A destra/In basso: Un’illustrazione della sfida tra i due sottotenenti pubblicata in un giornale dell’epoca, differentemente da come andarono i fatti, la propaganda giapponese descrisse i due sottotenenti come moderni samurai che combattevano all’arma bianca i nemici. (Foto: Japan's Carnival War Mass Culture on the Home Front, 1937-1945)
La strada verso Nanchino
Quando Mukai Toshiaki e Noda Tsuyoshi comparvero sulle pagine del Tōkyō Nichinichi Shimbun, alla fine del novembre 1937, la loro unità si trovava in Cina soltanto da poche settimane. Entrambi appartenevano al 9º Reggimento di Fanteria (Dai-kyū Hohei Rentai) della 16ª Divisione di Fanteria (Dai-jūroku shidan) dell'Esercito Imperiale Giapponese, proveniente dall'area di Kyōto.
La divisione, comandata dal tenente generale Nakajima Kesago, sbarcò nel basso Yangtze il 13 novembre, mentre la resistenza presso Shanghai stava cedendo. L'alto comando cercò allora di trasformare il successo in una vittoria definitiva, avanzando verso Nanchino.
L'operazione divenne un inseguimento. Le unità nipponiche attraversarono il Kiangsu più rapidamente dei propri servizi logistici, mentre l'esercito cinese in ritirata lasciava feriti, sbandati e reparti isolati.
Il 9º Reggimento, integrato nella 19ª Brigata, avanzò lungo l'asse Wuxi-Changzhou-Danyang-Jurong-Nanchino. La stampa lo indicava come “Unità Katagiri”, mentre il 3º Battaglione compariva come “Unità Toyama”, per non rivelare le denominazioni operative. Mukai e Noda appartenevano a questo battaglione.
Mukai, nato nel 1911 nella prefettura di Yamaguchi, proveniva dalla riserva e comandava il 3º Plotone Cannoni da Fanteria. Il giornale lo presentò come esperto di arti marziali e descrisse la sua spada come una lama di Seki no Magoroku (4) tramandata nella sua famiglia da generazioni, costruendo l'immagine dell'ufficiale moderno quale erede della tradizione guerriera.
Noda, nato nel 1912 nella prefettura di Kagoshima, si era diplomato alla 49ª classe dell'Accademia dell'Esercito Imperiale. Prestava servizio come aiutante del battaglione, incarico al quale avrebbe attribuito il proprio iniziale svantaggio.
I due non combattevano necessariamente fianco a fianco. I rispettivi incarichi potevano portarli a operare separatamente e persino gli articoli contemporanei li descrissero mentre agivano con elementi differenti del reparto e confrontavano poi i risultati.
Il 23 novembre i giapponesi occuparono Wuxi e proseguirono verso Changzhou. Secondo il primo resoconto del Tōkyō Nichinichi, fu alla partenza da Wuxi che Mukai e Noda decisero di stabilire chi avrebbe ucciso per primo cento nemici con la spada prima dell'arrivo a Nanchino.
La stampa definì la competizione Hyakunin-Giri Kyōsō (百人斬り競争), “Gara nel tagliare cento uomini”. Le vittime erano presentate come soldati abbattuti negli scontri. La distinzione tra realtà e costruzione giornalistica sarebbe divenuta, nel dopoguerra, il centro della controversia. Con certezza può essere ricostruito soprattutto ciò che i lettori furono chiamati a credere.
Secondo la prima corrispondenza, dopo Wuxi i due presero direttrici differenti. Noda avrebbe assaltato una posizione cinese e ucciso quattro difensori. Mukai, penetrato con i propri uomini nelle posizioni di Henglin, avrebbe invece portato il conteggio a oltre cinquanta. Il giornale attribuì poi a entrambi altre uccisioni lungo la strada verso Changzhou.
Il 29 novembre i due si incontrarono presso la stazione di Changzhou, dove furono raggiunti dai corrispondenti Asami, Mitsumoto e Yasuda. Il conteggio riferito era già considerevole: 56 uomini per Mukai e 25 per Noda, ossia 81 persone uccise con la spada in pochi giorni.
Mukai si disse certo di raggiungere quota cento già a Danyang e mostrò la propria lama, affermando che dopo 56 uccisioni presentava una sola scheggiatura. Noda replicò che i compiti di aiutante gli offrivano meno occasioni di partecipare agli scontri, ma promise di recuperare. Dichiarò inoltre che entrambi avevano deciso di non colpire chi fuggiva: la gara veniva dunque rappresentata come una sfida contro avversari combattenti, non come l'uccisione di prigionieri o persone indifese.
I giornalisti trattarono l'incontro con tono leggero, tanto da riportare negli articoli che quando suggerirono che la notorietà avrebbe attirato numerose proposte matrimoniali, i due ufficiali, secondo il resoconto, arrossirono imbarazzati.
Il 30 novembre 1937 quella conversazione apparve sul Tōkyō Nichinichi Shimbun. La competizione privata, ammesso che fosse realmente iniziata nei termini descritti, divenne così un avvenimento pubblico. Mukai e Noda non erano più soltanto due sottotenenti impegnati nell'avanzata del 9º Reggimento di Fanteria: avevano ormai un pubblico che attendeva il risultato.
In alto: Mukai Toshiaki e Noda Tsuyoshi durante la campagna di Nanchino, 1937. I due ufficiali dell'Esercito Imperiale Giapponese posano armati delle rispettive guntō. (Foto: Shinju Sato)
Hyakunin-Giri Kyōsō: la “Gara dei Cento”
Il 30 novembre 1937 il Tōkyō Nichinichi Shimbun trasformò quella che sarebbe stata una sfida tra due giovani ufficiali in una storia destinata al grande pubblico. Il titolo occupava uno spazio considerevole della pagina e non lasciava dubbi sul tono con cui la vicenda veniva presentata:
“Gara per abbatterne cento! I due sottotenenti sono già a ottanta”
L'articolo non presentava il numero come una stima delle perdite provocate dalle rispettive unità. Le uccisioni erano attribuite personalmente ai due sottotenenti e, soprattutto, alla loro spada. Mukai veniva descritto mentre accarezzava la propria Seki no Magoroku, mentre Noda portava una lama senza firma tramandata dalla famiglia. La contrapposizione assumeva così quasi le caratteristiche di un confronto tra due samurai.
Il tono con cui i giornali dell'epoca ne parlavano, era quello dell'impresa sportiva e militare. Non vi era alcun tentativo di nascondere la natura della competizione, né la necessità di giustificarla moralmente. Al contrario, i due uomini venivano presentati come giovani ufficiali valorosi impegnati in una sfida singolare.
Persino i particolari personali contribuivano a rendere la storia più attraente. La violenza estrema descritta poche righe prima conviveva così nello stesso articolo con un episodio leggero destinato a umanizzare i due protagonisti, come le proposte di matrimonio.
Il 4 dicembre, il Tōkyō Nichinichi pubblicò una seconda corrispondenza, inviata il giorno precedente da Danyang. Il titolo rendeva ancora più evidente la trasformazione della vicenda in una competizione seguita attraverso aggiornamenti successivi:
“Seguito della gara dei cento: 86 contro 65. Una serrata competizione”
Durante i pochi giorni trascorsi dalla precedente corrispondenza, Mukai sarebbe passato da 56 a 86, mentre Noda avrebbe compiuto una rimonta ancora più impressionante, passando da 25 a 65.
Secondo il giornale, lungo i circa 50 chilometri tra Changzhou e Danyang i due avevano quindi ucciso rispettivamente altri 30 e 40 soldati cinesi.
Il racconto descriveva una successione quasi continua di combattimenti presso Benniuzhen, Lücheng e Lingkou. I due ufficiali avrebbero ripetutamente fatto irruzione nelle posizioni cinesi combattendo con la spada. Mukai veniva inoltre accreditato come uno dei primi uomini penetrati attraverso la porta centrale di Danyang, mentre Noda aveva riportato una leggera ferita al polso destro ma la ferita non sembrava tuttavia sufficiente a interrompere la competizione.
Mukai, intervistato mentre il reparto riprendeva l'inseguimento, osservava che Noda stava recuperando rapidamente terreno e che, continuando in quel modo, la sfida sarebbe probabilmente terminata prima di raggiungere Jurong. In tal caso, aggiungeva, i due avrebbero potuto iniziare una seconda gara dei cento prima ancora di arrivare a Nanchino.
Anche la sua spada mostrava ormai le conseguenze dell'impiego. Mukai raccontò che la lama si era scheggiata in un punto colpendo le ossa di un avversario a Lingkou. Nonostante ciò, avrebbe assicurato, ridendo, che l'arma era ancora perfettamente capace di “tagliarne altri cento o duecento”, invitando contemporaneamente i giornalisti del Tōkyō Nichinichi e dell'Ōsaka Mainichi a svolgere il ruolo di giudici della competizione.
L'immagine costruita dalla stampa era ormai perfettamente definita. Non si trattava più soltanto di comunicare il numero degli uomini che i due sostenevano di avere ucciso. Esistevano concorrenti, punteggi, un traguardo e persino dei possibili arbitri. La possibilità di una seconda competizione veniva discussa prima ancora che fosse terminata la prima. Due giorni dopo arrivò un nuovo aggiornamento; il 6 dicembre, da Jurong, il quotidiano pubblicò la terza corrispondenza:
“89-78. La «gara dei cento» diventa serratissima. Valorosi i sottotenenti Mukai e Noda.”
La progressione di Mukai aveva subito un brusco rallentamento. Dalle 86 vittime dichiarate a Danyang era passato a 89. Noda, al contrario, aveva continuato ad avvicinarsi al rivale, raggiungendo quota 78.
Mancavano 11 uomini a Mukai e 22 a Noda.
L'articolo era molto più breve dei precedenti, ma ribadiva che entrambi avevano combattuto in prima linea anche durante l'ingresso a Jurong. A questo punto il raggiungimento di quota cento appariva imminente e il pubblico poteva ormai seguire una vera e propria classifica:
- 30 novembre: Mukai 56, Noda 25.
- 4 dicembre: Mukai 86, Noda 65.
- 6 dicembre: Mukai 89, Noda 78.
Restava soltanto da stabilire chi avrebbe raggiunto per primo il traguardo ma lLa risposta, tuttavia, non arrivò nel modo previsto.
Il 13 dicembre, proprio mentre la caduta di Nanchino occupava le pagine dei quotidiani giapponesi, il Tōkyō Nichinichi pubblicò la quarta e più celebre corrispondenza sulla competizione. Era stata inviata il giorno precedente dalle pendici della Montagna Purpurea, Zijinshan, dai corrispondenti Asami e Suzuki.
Il titolo annunciava un risultato che superava ormai l'obiettivo originario:
“«Record straordinario» nella gara dei cento. Mukai 106 - Noda 105. I due sottotenenti continuano la sfida ai tempi supplementari”
Secondo il giornale, durante i combattimenti per Zijinshan del 10 dicembre entrambi avevano superato quota cento. Quando si incontrarono a mezzogiorno, portavano ancora con sé le spade ormai segnate dall'uso.
Noda domandò al rivale quale fosse il suo risultato, lui aveva raggiunto quota 105 mentre Mukai rispose 106 e alla fine i due risero. (5)
Non potendo stabilire chi avesse raggiunto per primo la centesima vittima, Mukai e Noda dichiararono la gara conclusa in parità e fissarono il nuovo traguardo a 150 uomini. La competizione sarebbe ripresa l'11 dicembre, durante la conquista di Nanchino.
La fotografia pubblicata dal Tōkyō Nichinichi Shimbun li ritraeva fianco a fianco, in uniforme e con le rispettive spade, come protagonisti di un'impresa sportiva. Ripresa anche dall'Ōsaka Mainichi Shimbun e dalla stampa anglofona in Giappone, la vicenda acquisì ampia circolazione.
Il linguaggio dei titoli era indicativo: kyōsō, competizione; daisekkin, gara serrata; chōkiroku, record straordinario; enchōsen, tempo supplementare. Le uccisioni venivano trasformate in punteggi e presentate come prova di valore militare, non come atrocità.
L'autenticità dei singoli episodi non modifica questo dato documentario. Rimane però difficile credere che i due ufficiali avessero ucciso con la spada oltre cento soldati armati ciascuno, sopravvivendo a una successione eccezionale di combattimenti corpo a corpo. La domanda inevitabile è dunque chi fossero realmente gli uomini conteggiati. Le testimonianze successive, comprese parole attribuite allo stesso Noda, avrebbero dato alla “gara dei cento” un significato molto diverso.
In alto: Prima pagina del Tōkyō Nichinichi Shimbun in edicola il 13 dicembre 1937. (Foto: Tōkyō Nichinichi Shimbun)
Combattimenti o esecuzioni?
La successione di cifre pubblicata dal Tōkyō Nichinichi Shimbun tra novembre e dicembre 1937 presenta un problema evidente. Per accettarne letteralmente il racconto bisognerebbe ritenere che Mukai Toshiaki e Noda Tsuyoshi fossero riusciti, in poche settimane, ad avvicinarsi individualmente a più di cento soldati cinesi ciascuno e a ucciderli con la spada durante combattimenti corpo a corpo.
L'impiego della guntō sul campo di battaglia non era impossibile. Gli ufficiali giapponesi potevano servirsene durante assalti, scontri nelle trincee o combattimenti ravvicinati. È la scala della presunta impresa a rendere scarsamente credibile la narrazione. Nel primo articolo Mukai avrebbe ucciso 52 uomini in una sola incursione a Henglin; nei giorni seguenti entrambi avrebbero continuato ad accumulare decine di vittime, fino al risultato di 106 contro 105 in poco più di 30 giorni. Gli avversari disponevano però di fucili, mitragliatrici, granate e baionette, mentre i due ufficiali svolgevano compiti di comando: Mukai comandava un plotone di cannoni da fanteria e Noda era aiutante del 3º Battaglione, incaricato anche del collegamento e della trasmissione degli ordini.
Esiste inoltre un problema materiale spesso trascurato. Una lama giapponese possiede un filo molto duro, capace di conservare un'elevata affilatura ma anche relativamente vulnerabile agli urti trasversali e contro materiali rigidi. Colpire ripetutamente ossa, soprattutto la zona del cranio e le articolazioni, oppure elmetti, fibbie ed equipaggiamento avrebbe prodotto scheggiature del filo, deformazioni, incrinature e, in caso di colpi angolati, persino piegature o rotture. Sangue, grasso e frammenti di tessuto avrebbero inoltre ridotto la presa e l'efficienza dei colpi, imponendo pulizia, controllo e riaffilatura. Non è possibile stabilire dopo quante uccisioni una specifica spada sarebbe divenuta inutilizzabile, poiché molto dipendeva dalla qualità della lama e dalla tecnica; tuttavia, oltre cento colpi letali contro corpi ed equipaggiamento senza manutenzione avrebbero quasi inevitabilmente causato danni seri. Gli stessi articoli ammettevano che la spada di Mukai si era scheggiata sulla punta colpendo un elmetto, mentre a più riprese negli articoli, gli autori raccontavano che i sottotenenti avessero fatto vedere danni al filo della lama.
L'immagine di due ufficiali capaci di attraversare ripetutamente gruppi di soldati armati abbattendone decine con la sola lama appartiene quindi più alla rappresentazione eroica della stampa e al mito dei guerrieri Samurai del feudalesimo nipponico che alla realtà del combattimento moderno. Ciò non significa necessariamente che i numeri fossero completamente inventati. Esiste una possibilità più inquietante: che una parte consistente degli uomini conteggiati fosse costituita da soldati già disarmati, catturati, incapaci di opporre resistenza o ,ancora più terribile, da civili inermi.
La testimonianza principale in questo senso riguarda lo stesso Noda. Dopo un temporaneo ritorno in Giappone, l'ufficiale parlò in una scuola elementare della prefettura di Kagoshima. Tra i bambini presenti vi era Shishime Akira, che nel 1971 riferì il contenuto del discorso. Secondo il suo ricordo, Noda avrebbe dichiarato di avere ucciso in autentici combattimenti corpo a corpo soltanto quattro o cinque uomini. Gli altri sarebbero stati soldati catturati, radunati, allineati e abbattuti uno dopo l'altro con la spada.
La testimonianza deve essere trattata con cautela. Non esistono registrazioni o trascrizioni contemporanee e Shishime pubblicò il proprio ricordo più di trent'anni dopo. Il nucleo del racconto offre tuttavia una spiegazione plausibile della sproporzione tra i punteggi e le normali possibilità del combattimento: il conteggio avrebbe compreso esecuzioni di uomini ormai prigionieri.
Il contesto dell'avanzata verso Nanchino rende questa interpretazione tutt'altro che inverosimile. Fonti giapponesi e cinesi documentano l'eliminazione di militari catturati durante la marcia e, in misura ancora maggiore, dopo l'ingresso nella capitale. Nel proprio diario, il già citato tenente generale Nakajima Kesago, comandante della 16ª Divisione di Fanteria alla quale appartenevano Mukai e Noda, scrisse della politica adottata nei confronti dell'enorme numero di prigionieri, indicando che non sarebbero stati mantenuti in detenzione. Al di là delle controversie sulla traduzione di singole espressioni, il documento colloca l'uccisione dei prigionieri nella realtà operativa delle unità coinvolte.
L'avanzata era rapidissima e i reparti disponevano di capacità limitate per custodire, alimentare e trasferire centinaia o migliaia di uomini catturati dopo la disgregazione delle unità cinesi. In diversi casi la soluzione adottata fu la loro eliminazione. Anche il verbo kiru, “tagliare”, non implicava necessariamente un duello: l'esecuzione di prigionieri mediante la guntō è documentata nella Guerra sino-giapponese e poteva essere presentata come prova dell'efficacia della lama o esercizio per gli ufficiali.
Le vittime attribuite alla gara potrebbero dunque avere compreso uomini uccisi in scontri ravvicinati, soldati colpiti dopo la conquista di una posizione, feriti, sbandati, prigionieri e civili. La cifra dei “quattro o cinque” ricordata da Shishime presenta inoltre una curiosa corrispondenza con il primo articolo del Tōkyō Nichinichi, che attribuiva a Noda quattro uccisioni nell'assalto a una posizione presso Wuxi. La coincidenza non dimostra che si trattasse delle stesse persone, ma rafforza la necessità di distinguere le singole azioni di combattimento dalla successiva crescita del punteggio.
Nemmeno i giornalisti avevano assistito alle presunte 211 uccisioni. I dati provenivano necessariamente dai protagonisti, dai commilitoni o dagli ambienti militari. La storia possedeva inoltre una struttura mediatica perfetta: due giovani ufficiali, due spade, un obiettivo numerico, aggiornamenti continui e un risultato tanto equilibrato da richiedere la prosecuzione della sfida.
Nel dopoguerra Mukai e Noda sostennero che la gara fosse stata esagerata o costruita dai corrispondenti. Contestare la versione letterale è legittimo, ma non dimostra che nessuna uccisione sia avvenuta. I 52 uomini attribuiti a Mukai a Henglin potrebbero essere stati prigionieri, vittime aggregate da episodi differenti, un numero gonfiato oppure una completa invenzione. Le fonti non consentono di ricostruire individualmente tutte le vittime, ma non autorizzano neppure ad affermare che l'intera vicenda fosse priva di qualsiasi fondamento.
La «gara dei cento» può quindi essere stata contemporaneamente reale e deformata: reale nell'esistenza di uccisioni e forse di una competizione informale; deformata nella trasformazione di esecuzioni e altre violenze in eroici combattimenti corpo a corpo. Dieci anni dopo, gli stessi numeri, le fotografie e gli articoli utilizzati per celebrare i due ufficiali sarebbero stati presentati davanti a un tribunale cinese.
A sinistra/In alto: Foto segnaletiche di Tsuyoshi Noda durante la sua detenzione nella prigione di Sugamo, Tōkyō. (Foto: The United States Military)
A destra/In basso: Foto segnaletiche di Toshiaki Mukai durante la sua detenzione nella prigione di Sugamo, Tōkyō. (Foto: The United States Military)
Il processo di Nanchino
La guerra terminò senza che Mukai e Noda fossero chiamati a rispondere delle uccisioni celebrate nel 1937. La situazione cambiò dopo la resa giapponese dell'agosto 1945, quando la Cina nazionalista istituì tribunali militari per giudicare i crimini commessi durante l'occupazione. Tra questi vi fu il Tribunale militare per i criminali di guerra di Nanchino, creato nel 1946 nella città divenuta simbolo delle violenze contro prigionieri e civili.
La vicenda era sopravvissuta negli archivi della stampa. Mukai e Noda comparivano nelle fotografie con nomi, unità di appartenenza e risultati della competizione. Ciò che nel 1937 li aveva trasformati in figure celebrative poteva ora apparire come una confessione pubblica di uccisioni su vasta scala.
Entrambi erano sopravvissuti alla guerra: Mukai aveva raggiunto il grado di maggiore e Noda quello di capitano. Arrestati in Giappone dalle autorità d'occupazione statunitensi su richiesta cinese e detenuti a Sugamo, furono consegnati alla Cina il 18 agosto 1947. Con loro venne giudicato anche Tanaka Gunkichi, accusato separatamente di avere ucciso con la spada centinaia di prigionieri e civili. Il suo caso fu associato al procedimento, pur non facendo parte della gara raccontata dal Tōkyō Nichinichi.
La difesa di Mukai e Noda rovesciò la narrazione del periodo bellico: la competizione, sostennero, non era mai avvenuta. Gli articoli sarebbero nati da conversazioni informali poi trasformate dai corrispondenti in un racconto sensazionalistico. I giornalisti non avevano assistito alle singole uccisioni, non esisteva un elenco delle vittime e mancavano testimonianze capaci di collegare ciascuna morte ai due imputati.
Esisteva inoltre una contraddizione giuridica. Gli articoli descrivevano principalmente nemici uccisi in combattimento, fatto che non avrebbe costituito di per sé un crimine di guerra. Per utilizzare la gara come prova criminale occorreva sostenere che almeno una parte sostanziale delle vittime fosse composta da prigionieri, feriti o uomini ormai fuori combattimento. Il tribunale ritenne che ciò fosse avvenuto, inserendo il caso nel più ampio quadro delle esecuzioni di massa commesse dalle forze giapponesi durante la conquista di Nanchino.
Il procedimento non ricostruì tuttavia una per una le 211 uccisioni attribuite ai due uomini, né stabilì luogo, data e circostanze di ogni morte. Questo limite probatorio sarebbe diventato centrale nella successiva controversia storiografica.
Il 18 dicembre 1947 Mukai, Noda e Tanaka furono riconosciuti colpevoli e condannati a morte. Nel loro appello, i primi due ribadirono che articoli propagandistici scritti da giornalisti non presenti alle uccisioni non potevano dimostrare oltre duecento omicidi. L'argomento avrebbe alimentato per decenni una questione essenziale: quale valore probatorio può possedere una storia di propaganda militare quando viene interpretata retroattivamente come documentazione letterale?
L'appello venne respinto. Il 28 gennaio 1948 i tre uomini furono fucilati a Yuhuatai, a sud di Nanchino. Mukai aveva trentasei anni e Noda trentacinque. Entrambi continuarono a proclamarsi innocenti rispetto alla “gara dei cento”; le lettere lasciate prima dell'esecuzione sarebbero poi divenute importanti per quanti considerarono il processo una condanna fondata su un'invenzione giornalistica.
La sentenza stabilì una verità giudiziaria, ma non risolse il problema storico. Mettere in dubbio il risultato di 106 contro 105 non implica necessariamente ritenere innocenti i due ufficiali; documentare le esecuzioni di prigionieri compiute durante la campagna non dimostra invece che ogni vittima attribuita dalla stampa sia stata personalmente uccisa da Mukai o Noda.
Rimane infine un'ironia decisiva. I loro nomi furono conservati perché la stampa aveva voluto celebrarli; senza quegli articoli sarebbero probabilmente rimasti anonimi tra centinaia di migliaia di militari giapponesi. Dopo la sconfitta, la fotografia con le spade e il punteggio 106-105 cambiarono significato: da testimonianze di valore militare divennero elementi dell'accusa. La vicenda giudiziaria terminò con la fucilazione; quella storica era appena cominciata.
A sinistra/In alto: Toshiaki Mukai, Tsuyoshi Noda e Tanaka Gunkichi scesi da un autocarro nel luogo dell’esecuzione il 28 gennaio 1948. (Foto: chinaww2.com)
A destra/In basso: Ai tre condannati è concessa l’ultima sigaretta prima dell’esecuzione. (Foto: chinaww2.com)
Dalla memoria al revisionismo
Per anni la “gara dei cento” rimase marginale nella memoria pubblica giapponese. La situazione cambiò tra la fine degli anni ‘60 e l'inizio degli anni ‘70, quando giornalisti e studiosi iniziarono a indagare sistematicamente le atrocità commesse dall'Esercito Imperiale Giapponese in Cina.
Tra il 1971 e il 1972 Honda Katsuichi pubblicò sull'Asahi Shimbun una serie di reportage, poi raccolti in Chūgoku no tabi (Viaggio in Cina), nei quali presentò testimonianze di massacri, esecuzioni e violenze, dedicando spazio anche alla gara. Per alcuni lettori fu la scoperta di un aspetto rimosso della guerra; per altri, un esempio di giornalismo accusatorio troppo disposto ad accettare testimonianze cinesi.
Nello stesso periodo Shishime Akira rese pubblico il ricordo del discorso scolastico di Noda. Se autentica, l'ammissione secondo cui soltanto quattro o cinque uomini erano stati uccisi in combattimento trasformava la gara da impresa marziale in una serie di esecuzioni. La distanza di oltre trent'anni tra il discorso e la testimonianza, priva di registrazioni contemporanee, offrì però ai critici un importante argomento.
Nel 1972 Suzuki Akira pubblicò Nankin Daigyakusatsu no maboroshi (L'illusione del massacro di Nanchino), sottoponendo a critica le incongruenze degli articoli e la possibilità che la competizione fosse stata costruita come propaganda. Yamamoto Shichihei, scrittore ed ex militare, ne contestò soprattutto la plausibilità tecnica: due ufficiali con compiti di comando difficilmente avrebbero potuto uccidere sistematicamente decine di nemici armati con la spada.
La controversia si polarizzò. Honda e lo storico Hora Tomio collocavano la gara nel quadro delle atrocità compiute durante l'avanzata verso Nanchino; Suzuki, Yamamoto e autori dell'area revisionista ritenevano invece che le contraddizioni provassero l'inattendibilità, se non l'invenzione, della vicenda. Le due parti tendevano però a rispondere a domande diverse. Dimostrare che Mukai e Noda non potevano avere sconfitto 211 avversari in duello non esclude l'uccisione di prigionieri; documentare le esecuzioni perpetrate dall'Esercito Imperiale Giapponese non permette, da solo, di attribuire personalmente ai due tutte le vittime indicate dal giornale.
Anche la testimonianza di Shishime rimase contestata. Alcune persone che avevano ascoltato Noda dichiararono di non ricordare una confessione relativa a cento prigionieri. Un altro presente ricordò invece che l'ufficiale aveva parlato di esecuzioni, sebbene non di cento uomini. Mochizuki Gozaburō, militare che aveva servito con Noda, lasciò inoltre un resoconto che associava entrambi gli ufficiali a uccisioni compiute fuori dal normale combattimento. Nessuna testimonianza consente di ricostruire matematicamente il risultato, ma il loro insieme rende problematica anche la tesi di una storia creata interamente dal nulla.
La disputa tornò in tribunale nel 2003, quando le figlie di Mukai e la sorella di Noda citarono Honda, l'Asahi Shimbun, il Mainichi Shimbun e la casa editrice Kashiwa Shobō. Sostenevano che presentare la gara come fatto storico danneggiasse l'onore dei familiari e chiedevano risarcimenti e rettifiche.
Il 23 agosto 2005 il Tribunale distrettuale di Tōkyō respinse le richieste. La corte non dichiarò storicamente dimostrato ogni particolare degli articoli del 1937 e riconobbe i dubbi sulle circostanze delle uccisioni. Esaminò con cautela anche il racconto di Shishime, condizionato dalla giovane età del testimone e dal lungo intervallo trascorso. Rilevò tuttavia elementi convergenti sul fatto che Noda avesse parlato dell'uccisione di prigionieri e non ritenne possibile liquidare la testimonianza come falsa.
La conclusione fu limitata ma significativa: risultava difficile sostenere che l'intera storia fosse una pura creazione dei giornalisti. Gli articoli erano nati da conversazioni con i due ufficiali e potevano riflettere una qualche forma di competizione, anche se rimanevano incerti il suo svolgimento e le modalità delle singole uccisioni. La Corte superiore confermò la decisione il 24 maggio 2006 e la Corte Suprema respinse definitivamente il ricorso il 22 dicembre.
Le sentenze non stabilirono che Mukai avesse decapitato esattamente 106 prigionieri e Noda 105. Stabilirono soltanto che, sulla base delle fonti disponibili, la ricostruzione contestata non poteva essere considerata manifestamente falsa né la gara dimostrata come un'invenzione integrale della stampa.
La posizione storicamente più sostenibile si colloca pertanto tra due estremi. Non sappiamo se i punteggi fossero reali, quante vittime fossero prigionieri o quanto i corrispondenti abbiano “abbellito” una competizione informale. Sappiamo però che Mukai e Noda parlarono con i giornalisti, che quattro articoli seguirono pubblicamente la loro gara, che esistono testimonianze relative all'uccisione di prigionieri e che il racconto eroico del 1937 non può essere accettato come registrazione letterale degli avvenimenti.
Un dato rimane incontestabile: uno dei maggiori quotidiani giapponesi raccontò ripetutamente che due ufficiali gareggiavano per uccidere cento cinesi con la spada e, raggiunto il traguardo, celebrò il record innalzandolo a 150. Che dietro quei numeri vi fossero combattimenti, esecuzioni, esagerazioni o una combinazione di questi elementi, il pubblico del 1937 fu invitato a considerarli motivo di ammirazione.
In alto: Ultima immagine dei condannati pochi minuti prima dell’esecuzione. (Foto: chinaww2.com)
Conclusioni
La hyakunin-giri kyōsō resta una vicenda nella quale propaganda, crimine di guerra e memoria storica sono difficili da separare. La versione del Tōkyō Nichinichi Shimbun, secondo cui Mukai e Noda avrebbero ucciso rispettivamente 106 e 105 avversari in combattimenti con la spada, è troppo inverosimile per essere accettata letteralmente. Ciò non dimostra però che dietro la gara non vi fosse alcuna realtà.
L'uccisione di prigionieri durante la campagna di Nanchino è ampiamente documentata e alcune testimonianze collegano i due ufficiali a simili esecuzioni. Rimane impossibile stabilire il numero reale delle vittime, le circostanze di ogni morte e quanto i punteggi dipendessero dall'elaborazione giornalistica. Nemmeno il processo del 1947 chiarì questi interrogativi: condannò Mukai e Noda, ma non ricostruì individualmente le oltre duecento uccisioni.
È quindi necessario distinguere la critica delle fonti dal revisionismo. Negare che due ufficiali potessero abbattere oltre cento nemici armati ciascuno con la spada non significa negare le esecuzioni di prigionieri. Allo stesso modo, la certezza di quelle atrocità non trasforma automaticamente ogni cifra della propaganda in un dato accertato.
L'elemento più sicuro e significativo rimane costituito dagli articoli stessi. Tra novembre e dicembre 1937 un grande quotidiano trasformò l'uccisione di esseri umani in una competizione quantificabile, aggiornata con il linguaggio del record e dell'impresa individuale. Dieci anni dopo, quelle medesime pagine contribuirono a condurre davanti al plotone d'esecuzione gli uomini che avevano celebrato. Le spade e i sorrisi della fotografia, un tempo simboli di valore militare, divennero l'immagine di una guerra nella quale la disumanizzazione del nemico aveva consentito di trasformare la violenza in spettacolo.
Note
1 - La Restaurazione Meiji fu il processo politico avviato nel 1868 che pose fine allo shogunato Tokugawa, restituì formalmente il potere all’imperatore e inaugurò la modernizzazione e la centralizzazione dello Stato giapponese.
2 - Durante la guerra del Pacifico, la propaganda statunitense rappresentò spesso i giapponesi attraverso stereotipi razziali e immagini disumanizzanti. Tale retorica contribuì a legittimare agli occhi dell’opinione pubblica la violenza contro la popolazione giapponese, compreso l’impiego delle bombe atomiche.
3 - La guntō era la spada d’ordinanza portata dagli ufficiali delle forze armate imperiali giapponesi. Le sue forniture standardizzate potevano contenere sia lame prodotte industrialmente sia lame forgiate secondo metodi tradizionali.
4 - Seki no Magoroku è una denominazione associata alla scuola Kanemoto di Seki, celebre centro della produzione spadaia giapponese. Il nome richiama in particolare Magoroku Kanemoto, rinomato fabbro del periodo Muromachi.
5 - Tratto dal quarto articolo pubblicato dal Tōkyō Nichinichi Shimbun nel dicembre 1937.
Fonti
Bibliografia
- Kasahara Tokushi, La “gara dei cento” e l'incidente di Nanchino: dalla ricostruzione dei fatti al dialogo storico, Ōtsuki Shoten, 2008. (in giapponese)
- Honda Katsuichi, Hoshi Tōru e Watanabe Harumi, Il quadro completo del massacro di Nanchino e della “gara dei cento”, Kin'yōbi, 2009. (in giapponese)
- Bob Tadashi Wakabayashi, Il dibattito sulla «gara dei cento» di Nanchino: colpa di guerra tra illusioni fabbricate, 1971-1975, The Journal of Japanese Studies, 2000.
- Zhang Sheng, Cao Dachen e Lei Guoshan, Educazione militarista giapponese, «gara dei cento» e documenti consolari di Nanchino, Jiangsu Renmin Chubanshe e Fenghuang Chuban Chuanmei Jituan, 2007. (in cinese)
- Tōkyō Nichinichi Shimbun, La «gara dei cento» in "Tōkyō Nichinichi Shimbunsha", 1937. (in giapponese)
- Honda Katsuichi, Viaggio in Cina, Asahi Shinbunsha, 1972. (in giapponese)
- Suzuki Akira, L'illusione del “massacro di Nanchino”, Bungei Shunjū, 1973. (in giapponese)
- Yamamoto Shichihei, L'Esercito giapponese dentro di me, Bungei Shunjū, 1975. (in giapponese)
- Inada Tomomi, Dal processo sulla “gara dei cento” a Nanchino, Bungei Shunjū, 2007. (in giapponese)
- Associazione per il sostegno al processo sulla «gara dei cento», Raccolta degli atti del processo sulla “gara dei cento”, Tentensha, 2007. (in giapponese)
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