Gli Ŭibyŏng, gli "Eserciti Giusti" Coreani
Arturo Giusti
Nella storia coreana il termine Ŭibyŏng (1) (Coreano: 의병; Hanja: 義兵), traducibile letteralmente come “truppe della rettitudine” e generalmente reso nella storiografia occidentale con Righteous Armies, indica le formazioni armate volontarie sorte al di fuori delle normali strutture militari dello Stato in risposta a una minaccia percepita contro il paese, il sovrano o l'ordine politico e sociale. L'espressione non designò quindi un esercito permanente, né un'unica organizzazione dotata di una catena di comando comune, ma una particolare forma di mobilitazione che ricomparve in differenti momenti della storia coreana. Alla sua base vi era l'idea che, qualora le istituzioni non fossero state in grado di assolvere al proprio compito, anche uomini privi di un incarico militare potessero assumersi personalmente il dovere di difendere la comunità e ristabilire ciò che ritenevano essere l'ordine legittimo.
Il fenomeno precedette di diversi secoli l'espansione giapponese nella penisola. Formazioni definite ŭibyŏng avevano già avuto un ruolo importante durante le grandi crisi attraversate dalla dinastia Chosŏn, soprattutto nel corso delle invasioni giapponesi della fine del XVI secolo. Fu tuttavia tra la fine dell'XIX secolo e l'inizio del XX secolo che questa antica tradizione assunse una dimensione nuova. La progressiva penetrazione politica e militare del Giappone, le trasformazioni imposte alle istituzioni coreane e infine la perdita della sovranità della penisola trasformarono gli ŭibyŏng da strumenti occasionali di difesa dell'ordine tradizionale in una delle principali manifestazioni della resistenza armata contro l'espansione nipponica. La storiografia coreana distingue generalmente diverse fasi del movimento moderno, dalle prime insurrezioni del 1894-1896 fino alle grandi campagne del periodo 1907-1910.
Questa evoluzione non fu lineare. Le motivazioni che portarono uno studioso confuciano a prendere le armi nel 1895 non coincidevano necessariamente con quelle di un contadino o di un ex soldato dell'esercito imperiale coreano 12 anni più tardi. Accanto alla difesa della dinastia e dell'ordine confuciano comparvero progressivamente la difesa dell'indipendenza nazionale, l'opposizione al controllo politico ed economico giapponese e, infine, la necessità concreta di combattere contro un potere straniero che stava sostituendosi allo stesso Stato coreano. Dopo lo scioglimento forzato dell'Esercito Imperiale Coreano nell'agosto 1907, l'afflusso di militari addestrati ampliò inoltre in maniera considerevole sia la composizione sociale sia le capacità combattive delle formazioni ribelli.
Comprendere gli ŭibyŏng significa dunque osservare non soltanto una successione di rivolte e combattimenti, ma la trasformazione di una tradizione politica e morale molto più antica. Nel corso di alcuni secoli il significato stesso di ciò che questi uomini ritenevano necessario difendere cambiò profondamente: dalla dinastia e dall'ordine sociale Chosŏn si giunse, attraverso le crisi della fine del XIX secolo, alla difesa dell'indipendenza della Corea. È proprio questa continuità, insieme alla capacità del movimento di adattarsi a circostanze radicalmente differenti, a rendere gli “Eserciti Giusti” uno dei fenomeni più peculiari della storia militare e politica coreana.
In alto: Una formazione di Ŭibyŏng fotografata da Frederick A. McKenzie nel settembre od ottobre 1907, probabilmente nell'area di Yangp'yŏng, nella provincia del Kyŏnggi. Al centro è visibile un ex militare dell'Esercito Imperiale Coreano, affiancato da combattenti volontari armati con fucili di varia provenienza. McKenzie, colpito dalla disparità di mezzi rispetto alle forze giapponesi, domandò agli uomini perché continuassero a combattere. Nelle sue memorie il fotografo canadese riportò che uno di essi gli rispose che era “molto meglio morire da uomo libero che vivere come schiavo del Giappone”. La fotografia venne pubblicata l'anno seguente nel suo The Tragedy of Korea con la didascalia "A Company of Korean Rebels" (Foto Frederick A. McKenzie)
Una tradizione più antica: gli Ŭibyŏng prima dell'Ottocento
Quando alla fine del XIX secolo gruppi di coreani tornarono a definirsi ŭibyŏng, il termine possedeva già un significato storico ben preciso. Il precedente più importante risaliva alle invasioni giapponesi della Corea del 1592-1598, note complessivamente come Guerra Imjin. L'invasione ordinata dal daimyō giapponese Toyotomi Hideyoshi nella primavera del 1592 travolse con sorprendente rapidità le difese della dinastia Chosŏn. Pusan cadde il 14 aprile e, dopo una serie di sconfitte dell'esercito coreano, il 3 maggio le avanguardie giapponesi entrarono nella capitale Hansŏng, l'odierna Seul. Re Sŏnjo e la corte erano già fuggiti verso nord, mentre in diverse province l'amministrazione locale si era disgregata o aveva abbandonato i propri distretti. La crisi delle istituzioni lasciò quindi numerose comunità prive di una protezione effettiva proprio mentre gli eserciti giapponesi iniziavano a estendere il proprio controllo sul territorio occupato.
Fu in questo contesto che comparvero numerose formazioni armate volontarie. Non costituivano un esercito unitario e la loro origine era essenzialmente locale: un notabile, uno studioso confuciano, un ex funzionario o un militare raccoglieva attorno a sé familiari, seguaci, contadini e uomini provenienti dalle comunità circostanti. Le reti personali avevano un'importanza fondamentale. In alcune regioni i comandanti erano legati fra loro da rapporti familiari, matrimoniali o dall'appartenenza alla stessa scuola confuciana; la capacità di un esponente della Sajok (l'élite locale), di mobilitare uomini e risorse poteva così trasformarsi rapidamente nella capacità di costituire una forza armata. Gli ŭibyŏng della Guerra Imjin furono pertanto anche un prodotto della particolare struttura sociale della Corea Chosŏn e non soltanto una reazione spontanea all'invasione.
Una delle figure più celebri fu Kwak Chae-u, proprietario terriero e letterato della provincia del Kyŏngsang (sud-est della penisola, oggi comprendente le città di Pusan, Ulsan e Taegu) che organizzò una delle prime formazioni di ŭibyŏng poche settimane dopo lo sbarco giapponese. Le sue attività mostrano bene tanto l'utilità quanto l'ambigua posizione iniziale di queste milizie. Non essendo inserito nella normale gerarchia militare, Kwak entrò infatti in contrasto con le autorità provinciali e venne inizialmente guardato con sospetto, al punto che le sue forze rischiarono di essere trattate come ribelli. Soltanto l'intervento del funzionario Kim Sŏng-il contribuì a legittimarne l'azione e a permettere una più stretta collaborazione con le forze governative.
Gli uomini di Kwak operarono soprattutto lungo il fiume Naktong e contro le vie utilizzate dai giapponesi per mantenere i collegamenti fra le proprie forze. Era questo uno degli impieghi nei quali gli ŭibyŏng potevano risultare particolarmente efficaci. Incapaci di affrontare sistematicamente in campo aperto le grandi formazioni nipponiche, potevano sfruttare la conoscenza del territorio per colpire distaccamenti, convogli e vie di comunicazione, sorvegliare guadi e passi montani e ostacolare la raccolta di viveri. Nel Kyŏngsang, dove transitavano alcune delle principali direttrici logistiche giapponesi dai porti meridionali ai fronti al nord, queste attività contribuirono a rendere più difficile il consolidamento dell'occupazione e l'espansione verso la provincia del Chŏlla (sud-ovest della penisola, comprendente l'odierna isola di Cheju, e le città di Mokp’o, Kwangju e Sunch’ŏn) importante per le sue risorse agricole.
Il fenomeno non rimase tuttavia confinato al Kyŏngsang. Nel Chŏlla si sollevò Ko Kyŏng-myŏng, studioso e già funzionario della corte, mentre nel Ch'ungch'ŏng (centro-occidentale, Taejŏn e Sejong) emerse Cho Hŏn, anch'egli esponente dell'élite confuciana. Quest'ultimo collaborò nell'estate del 1592 con le forze guidate dal monaco buddista Yŏnggyu nelle operazioni per la riconquista di Ch'ŏngju, importante posizione occupata dai giapponesi. L'esempio di Yŏnggyu ricorda inoltre come la mobilitazione contro l'invasione non riguardasse esclusivamente l'élite confuciana. Nonostante la posizione subordinata occupata dal buddhismo nella società Chosŏn, migliaia di monaci entrarono nelle cosiddette Ŭisŭnggun, le “truppe di monaci della rettitudine”, delle quali il monaco Hyujŏng, meglio conosciuto con il nome di Sŏsan Taesa, divenne la figura simbolicamente più importante.
Le varie formazioni conservarono generalmente una forte autonomia e non esistette un comando nazionale degli ŭibyŏng. Potevano cooperare fra loro e con l'esercito regolare, ma potevano anche divergere per obiettivi, rivalità locali e differenti legami politici o scolastici. Le operazioni attorno a Ch'ŏngju mostrano bene questa realtà: diverse formazioni nate separatamente finirono per collaborare contro i giapponesi, mentre altre rimasero escluse dalle operazioni proprio a causa delle differenti reti personali e scolastiche dei loro comandanti. La distinzione tra “esercito regolare” e “esercito giusto” non fu inoltre sempre rigida. Soldati dispersi dopo le sconfitte iniziali potevano aggregarsi alle formazioni locali e, con il progressivo ristabilimento dell'autorità governativa, alcuni reparti di ŭibyŏng finirono per cooperare stabilmente con le truppe della dinastia.
La loro importanza non deve essere esagerata fino a trasformarli nella forza che da sola salvò la Corea. La resistenza navale guidata da Yi Sun-sin, la riorganizzazione dell'esercito Chosŏn e soprattutto l'intervento delle armate cinesi della dinastia Ming furono determinanti per modificare l'andamento della guerra. Gli ŭibyŏng ebbero però un ruolo particolarmente importante nel colmare il vuoto creatosi durante il collasso iniziale dell'apparato militare e amministrativo. Operando nelle retrovie, difendendo comunità e centri locali e minacciando le comunicazioni nemiche, contribuirono a impedire che le rapide vittorie ottenute dagli eserciti di Hideyoshi si traducessero altrettanto rapidamente in un controllo stabile dell'intera penisola. Gli studi sulle singole regioni mostrano inoltre come alcune formazioni nate essenzialmente per proteggere famiglie e comunità locali acquisissero progressivamente un carattere più ampio, arrivando a considerare la propria azione come un servizio prestato direttamente al sovrano.
Proprio questo aspetto contribuì a trasformare l'esperienza della Guerra Imjin in un precedente destinato a sopravvivere al conflitto. Per gli studiosi confuciani, prendere le armi durante una crisi poteva essere interpretato come applicazione concreta della ŭi, la rettitudine: di fronte all'incapacità temporanea dello Stato di proteggere il sovrano e il paese, l'obbligo morale non veniva meno semplicemente perché l'individuo non apparteneva all'esercito. La morte in combattimento di figure come Ko Kyŏng-myŏng e Cho Hŏn contribuì a consolidare l'immagine dell'ŭibyŏng come uomo disposto a sacrificarsi nell'adempimento di questo dovere. Nel caso di Ko, la partecipazione alla guerra venne esplicitamente inserita nella tradizione confuciana della chŏrŭi, l'integrità e la fedeltà ai propri principi dimostrate nei momenti di crisi.
La tradizione non scomparve con la fine delle invasioni giapponesi. Quando la Corea fu nuovamente invasa dai popoli Manciù nel 1627 e nel 1636, gruppi di ŭibyŏng tornarono a formarsi in diverse province. Durante la prima invasione, condotta dal regno del Later Jin, le forze regolari coreane subirono ancora una volta una rapida serie di sconfitte. In P'yŏngan (nord-ovest, P’yŏngyang, Namp’o e Sinŭiju), Chŏng Pong-su organizzò una forza volontaria che operò nell'area della fortezza di Yonggol e contro le retrovie nemiche. Formazioni analoghe comparvero anche altrove, confermando come il modello sperimentato durante la Guerra Imjin fosse ormai entrato stabilmente fra le possibili risposte della società Chosŏn a un'invasione.
Il fenomeno si ripeté durante la Seconda Invasione Manciù del 1636-1637. Rifugiatosi nella Fortezza di Namhansansŏng (Fortezza del Monte Namhan), Re Injo chiamò direttamente alla mobilitazione i notabili delle otto province, ordinando di raccogliere uomini, armi e rifornimenti. Nel Chŏlla vennero organizzate diverse formazioni, tra le quali quelle guidate da Yi Hŭng-bal, Cho Su-sŏng e An Pang-jun; altre sorsero nel Kyŏngsang e nelle province settentrionali. Questa volta, tuttavia, il tempo giocò contro di loro. La rapidissima avanzata Qing isolò Namhansansŏng e la guerra terminò con la resa di Injo nel gennaio 1637 prima che molte delle forze raccolte nelle province meridionali potessero incidere significativamente sulle operazioni. Nel complesso, il contributo degli ŭibyŏng durante le invasioni Manciù rimase quindi assai inferiore a quello raggiunto durante la Guerra Imjin.
Dopo il XVII secolo la Corea non conobbe per oltre 200 anni un'altra invasione straniera paragonabile a quelle del 1592 o del 1636. L'ŭibyŏng sopravvisse quindi soprattutto come precedente storico e modello morale. Le figure dei comandanti della Guerra Imjin entrarono nella memoria della dinastia e delle comunità locali, mentre l'idea secondo cui uomini estranei all'esercito potessero legittimamente armarsi in difesa del sovrano e del paese rimase parte della cultura politica Chosŏn.
Quando questo concetto riemerse alla fine del XIX secolo, tuttavia, il contesto era profondamente mutato. La minaccia non sarebbe più stata quella di un esercito straniero destinato prima o poi a ritirarsi dalla penisola, ma quella di una potenza intenzionata a trasformare progressivamente la Corea stessa. Fu in queste condizioni che, nel 1895, l'antica tradizione degli ŭibyŏng avrebbe assunto un significato politico e militare completamente nuovo.
A sinistra/In alto: Una formazione di ŭibyŏng in marcia, guidati da una banda improvvisata è pronta ad entrare in azione contro le forze giapponesi. Si tratta ovviamente di un esagerazione storica volta a glorificare i cittadini che si sollevarono contro le forze giapponesi. Questo dipinto è oggi esposto al Tempio Buddista Chŏngnyŏl, nella città di Naju. L'uomo in primo piano a cavallo è Ko Kyŏng-myŏng. (Foto Tempio Buddista Chŏngnyŏl)
A destra/In basso: Un' altra immagine di un dipinto esposto all'interno del Tempio Buddista Chŏngnyŏl che mostra i duri combattimenti attorno alla Jinjusŏng (Fortezza di Jinju) sostenuti dagli ŭibyŏng durante la Guerra Injim (Foto Tempio Buddista Chŏngnyŏl)
Gli Ŭibyŏng del 1895-1896
Quando, nell'autunno del 1895, iniziarono a comparire i primi gruppi armati nelle province coreane, la penisola attraversava una delle fasi più traumatiche della propria storia recente. La Guerra sino-giapponese del 1894-1895 aveva definitivamente ridimensionato l'influenza cinese sulla Corea, ma la conseguenza non era stata una reale indipendenza del regno. Al contrario, la vittoria aveva consentito al Giappone di esercitare una pressione sempre maggiore sulla corte del Re coreano Kojong e sul processo di riforma dello Stato. Le riforme Kabo, avviate nel 1894, intervennero in profondità sull'amministrazione, sul sistema sociale, sull'esercito e sulle consuetudini tradizionali, mentre una parte consistente dell'élite confuciana percepiva il nuovo governo come sempre più subordinato agli interessi nipponici.
La tensione raggiunse il culmine l'8 ottobre 1895, quando un gruppo composto da giapponesi e coreani penetrò nel Palazzo di Kyŏngbok e assassinò la regina Min, successivamente conosciuta con il titolo postumo di imperatrice Myŏngsŏng. Il coinvolgimento del ministro giapponese Miura Gorō e di elementi giapponesi nell'operazione rese l'assassinio, agli occhi di molti coreani, la dimostrazione più evidente dell'incapacità della monarchia di difendere persino la propria corte dall'ingerenza straniera.
Le prime mobilitazioni precedettero tuttavia di alcuni mesi l'esplosione generale del movimento. Già all'inizio del 1895 Mun Sŏk-pong, un ex funzionario e ufficiale di formazione militare, aveva iniziato a raccogliere armi e uomini. Dopo l'assassinio della regina egli passò apertamente alla ribellione: il 18 settembre secondo il calendario lunare dell'epoca, corrispondente all'autunno del 1895, organizzò nell'area di Yusŏng una formazione che avrebbe raggiunto, secondo le ricostruzioni coreane, circa un migliaio di uomini. Mun proclamò come obiettivo la vendetta per l'offesa subita dal paese e cercò di impadronirsi delle armi conservate negli arsenali locali. Il tentativo di avanzare verso Kongju venne però respinto da forze governative e giapponesi, costringendo i suoi uomini a disperdersi.
Fu però un altro provvedimento a trasformare una serie ancora relativamente circoscritta di proteste in un'insurrezione molto più vasta. Il 30 dicembre 1895 il governo pubblicò il decreto con il quale Kojong annunciava di essersi tagliato i capelli e invitava i propri sudditi a fare altrettanto. Il cosiddetto Tanballyŏng, l'ordinanza sul taglio dei capelli, venne applicato inizialmente con particolare rigore a funzionari, poliziotti e militari. A un osservatore occidentale può apparire una riforma di costume relativamente marginale; nella società coreana dell'epoca possedeva invece un significato assai più profondo. Il sangtu, il tradizionale nodo portato dagli uomini adulti, era intimamente collegato all'identità sociale e ai precetti confuciani riguardanti il corpo ereditato dai genitori. La sua rimozione forzata venne quindi interpretata da molti non come una semplice modernizzazione dell'aspetto esteriore, ma come un'aggressione all'ordine morale sul quale si fondava la società coreana.
L'assassinio della regina e il Tanballyŏng finirono così per sovrapporre motivazioni differenti. Alla volontà di respingere la crescente influenza giapponese si univano la fedeltà al sovrano, la difesa dei costumi tradizionali e l'ostilità nei confronti dei funzionari considerati collaboratori del nuovo ordine. Tra gennaio e febbraio 1896 le insurrezioni si estesero rapidamente dal Kyŏnggi e dal Ch'ungch'ŏng al Kangwŏn e al Kyŏngsang, raggiungendo anche zone più settentrionali. Nacquero formazioni a Ich'ŏn, Yŏju, Ch'unch'ŏn, Chech'ŏn, Hongju, Kangnŭng, Andong e in numerose altre località.
Questi eserciti non costituivano una struttura nazionale unitaria. Ogni ŭijin, o formazione dell'Esercito Giusto, nasceva essenzialmente su base locale e riconosceva l'autorità del proprio comandante. La direzione politica era frequentemente assunta da studiosi confuciani e membri della yangban (antica classe aristocratica, differente da quella nobiliare), spesso appartenenti alle correnti più ostili alle riforme e all'apertura verso l'estero. Fra queste ebbero particolare rilievo le scuole legate al movimento wijŏng ch'ŏksa, letteralmente “difendere l'ortodossia e respingere l'eterodossia”. La massa dei combattenti era invece molto più eterogenea e comprendeva contadini, cacciatori, artigiani e uomini provenienti dagli strati popolari. La distinzione tra un comando prevalentemente aristocratico-confuciano e una base largamente plebea sarebbe rimasta una delle caratteristiche, e talvolta una delle contraddizioni, del movimento.
Un buon esempio della natura di questi eserciti fu la formazione sorta nell'area di Chech'ŏn. Intorno a Yu In-sŏk, uno dei più autorevoli studiosi della scuola confuciana di Hwasŏ, si raccolsero uomini come Yi P'il-hŭi, An Sŭng-u, Sŏ Sang-nyŏl e Yi Ch'un-yŏng. Il 28 gennaio 1896 Yu venne riconosciuto come comandante dell'Ho-jwa Ch'angŭijin, una delle più importanti formazioni del periodo. L'organizzazione cercava di riprodurre, almeno formalmente, una struttura militare ordinata, con comandanti responsabili dell'avanguardia, del centro e della retroguardia, ma la sua effettiva capacità combattiva dipendeva in misura considerevole dai contingenti armati disponibili.
Particolarmente importante fu l'arrivo di Kim Paek-sŏn, un uomo di origini modeste che condusse con sé circa 400 p'ogun, tiratori o cacciatori armati di fucile. Il loro contributo fornì alla formazione di Yu una componente dotata di esperienza nell'uso delle armi da fuoco, assai più preziosa delle dimensioni numeriche complessive dell'esercito. Le fonti relative alla successiva offensiva contro Ch'ungju mostrano bene la sproporzione tra numero degli uomini e armamento disponibile: dei circa 3.500 uomini riuniti per l'operazione, soltanto circa 400 avrebbero posseduto armi da fuoco, mentre molti altri erano equipaggiati con lance di bambù o praticamente disarmati.
Nonostante queste limitazioni, il 17 febbraio le forze di Yu riuscirono a impadronirsi di Ch'ungju, uno dei maggiori successi militari della prima fase dell'insurrezione. La città rivestiva un'importanza notevole: controllava le comunicazioni verso il Ch'ungch'ŏng, ospitava strutture amministrative e costituiva un punto di transito per le forze e i rifornimenti giapponesi. L'operazione sembra essere stata facilitata anche da contatti stabiliti preventivamente con elementi delle forze governative presenti in città. Una volta entrati a Ch'ungju, gli insorti eliminarono alcuni funzionari ritenuti responsabili dell'applicazione delle nuove politiche e tentarono di trasformare la città in una base dalla quale estendere la rivolta.
Altri nuclei ottennero successi analoghi, seppure generalmente temporanei. A Ch'unch'ŏn, Yi So-ŭng raccolse circa un migliaio di uomini, occupò il centro amministrativo locale e fece mettere a morte il governatore Cho In-sŭng. Nell'area di Ich'ŏn e Yŏju diverse formazioni si unirono fino a raggiungere circa 2.000 uomini e occuparono la fortezza di Namhansansŏng nel febbraio 1896. La notizia che altri contingenti, forse alcune migliaia di uomini, avrebbero potuto convergere sulla posizione allarmò seriamente il governo di Seul. Nell'area di Andong la mobilitazione assunse dimensioni ancora maggiori: le fonti coreane parlano dell'afflusso di decine di migliaia di persone, cifre che devono tuttavia essere trattate con cautela poiché comprendono probabilmente sostenitori e uomini radunati temporaneamente, non altrettanti combattenti effettivamente armati.
Gli obiettivi degli ŭibyŏng non erano esclusivamente militari. Oltre ad affrontare le truppe governative e i piccoli reparti giapponesi, gli insorti colpivano funzionari accusati di collaborazionismo, interrompevano linee telegrafiche, attaccavano installazioni utilizzate dai giapponesi e cercavano di impossessarsi di arsenali e sedi amministrative. La scelta degli obiettivi rifletteva una concezione della lotta nella quale il nemico esterno e quello interno tendevano a sovrapporsi: il funzionario coreano che applicava il taglio dei capelli o collaborava con il governo riformista poteva essere considerato altrettanto responsabile del soldato giapponese della dissoluzione dell'ordine legittimo.
Il carattere conservatore della leadership non deve tuttavia portare a immaginare gli ŭibyŏng come un movimento socialmente uniforme. Al loro interno emersero tensioni anche violente. Lo stesso Kim Paek-sŏn, il comandante plebeo dei tiratori che aveva fornito a Yu In-sŏk una parte importante della sua forza combattente, venne successivamente giustiziato dopo un conflitto con i comandanti aristocratici. L'episodio è stato interpretato dalla storiografia coreana come una manifestazione particolarmente evidente delle persistenti divisioni di classe all'interno degli eserciti del 1895-1896: uomini appartenenti agli strati inferiori potevano combattere e comandare sul campo, ma ciò non significava che le gerarchie sociali della società Chosŏn fossero improvvisamente scomparse.
L'insurrezione raggiunse il proprio apice nei primi mesi del 1896, ma il mutamento della situazione politica a Seul ne indebolì rapidamente le ragioni immediate. L'11 febbraio re Kojong abbandonò segretamente il palazzo reale e si rifugiò presso la legazione russa (ambasciata russa). Il governo filo-giapponese di Kim Hong-jip crollò, il Tanballyŏng cessò di essere imposto e dalla corte partirono ordini e appelli affinché gli eserciti volontari deponessero le armi. Per molti comandanti, che avevano giustificato la propria ribellione precisamente come un atto di fedeltà alla monarchia, continuare a combattere contro le truppe governative dopo un'esplicita richiesta del sovrano divenne difficile da giustificare.
La dissoluzione non fu immediata. Yu In-sŏk e altri comandanti continuarono le operazioni ancora per diversi mesi. Dopo la perdita di Chech'ŏn nell'aprile 1896, il suo esercito venne progressivamente spinto verso nord dalle forze governative; durante la lunga ritirata perse diversi comandanti importanti e una parte consistente dei suoi uomini, fino a quando Yu attraversò infine lo Yalu e si rifugiò in territorio cinese.
La prima grande ondata degli ŭibyŏng moderni si concluse dunque con una sconfitta militare, ma aveva introdotto un elemento destinato a sopravvivere. Quella del 1895-1896 non era ancora, in senso pienamente moderno, una guerra nazionale per l'indipendenza. Gli uomini che vi parteciparono potevano combattere contemporaneamente contro l'ingerenza giapponese, contro le riforme di stampo occidentale, per vendicare la regina, per proteggere il sovrano o per difendere un ordine confuciano che ritenevano minacciato. Proprio questa sovrapposizione di motivazioni distingue gli ŭibyŏng del 1895 dalle formazioni che sarebbero sorte poco più di un decennio più tardi. Nel 1907, quando a insorgere sarebbero stati anche migliaia di soldati di un esercito coreano appena disciolto dal Giappone, il significato stesso della lotta avrebbe ormai cominciato a mutare.
A sinistra/In alto: Rappresentazione degli Ŭlmi ŭibyŏng insorti tra il 1895 e il 1896. Il movimento, composto in larga parte da studiosi confuciani, contadini, cacciatori e uomini delle comunità locali, sorse in opposizione alla crescente ingerenza giapponese, all'assassinio della regina Min e alle riforme che minacciavano l'ordine tradizionale coreano (Foto gdlsg.tistory.com)
A destra/In basso: Stampa giapponese raffigurante uno scontro tra le truppe imperiali nipponiche e gli ŭibyŏng coreani nel 1895. L'opera presenta la repressione della resistenza coreana secondo la prospettiva propagandistica giapponese, enfatizzando la disciplina e la superiorità militare delle forze imperiali contrapposte agli insorti (Foto gdlsg.tistory.com)
Gli Ŭibyŏng del 1907: dalla rivolta alla guerra nazionale
Se le sollevazioni del 1895 avevano trovato uno dei propri principali catalizzatori nell'assassinio della regina Min e nelle riforme imposte sotto la crescente influenza giapponese, 12 anni più tardi la situazione politica della Corea era ormai profondamente mutata. Nel 1897 Kojong proclamò la nascita dell'Impero Coreano nel tentativo di mantenere l'indipendenza, ma la vittoria giapponese nella Guerra russo-giapponese aveva eliminato l'ultimo serio ostacolo alla supremazia di Tokyo sulla penisola. Con il Trattato di Ŭlsa del novembre 1905, l'Impero coreano era stato privato della propria autonomia diplomatica e trasformato di fatto in un protettorato. La resistenza armata non era peraltro mai completamente cessata: già nel 1905-1906 nuovi gruppi di ŭibyŏng erano comparsi in diverse province, guidati da uomini quali Ch'oe Ik-hyŏn, Min Chong-sik e Sin Tol-sŏk. Fu tuttavia la crisi dell'estate del 1907 a trasformare quelle formazioni disperse in un'insurrezione di dimensioni nazionali.
Il tentativo dell'Imperatore Kojong di denunciare la progressiva erosione della sovranità coreana alla Conferenza Internazionale dell'Aia fornì ai giapponesi il pretesto per costringerlo ad abdicare nel luglio 1907. Pochi giorni dopo, il nuovo accordo nippo-coreano del 24 luglio sottopose ulteriormente l'amministrazione del paese al controllo del Residente Generale. Rimaneva però una delle ultime istituzioni che, almeno simbolicamente, rappresentavano l'indipendenza dello Stato: l'esercito imperiale coreano. Già drasticamente ridotto negli anni precedenti, esso contava allora circa 8.000 uomini. Il 31 luglio venne segretamente promulgato l'ordine che ne disponeva lo scioglimento; la mattina seguente, 1º agosto, i reparti della capitale furono convocati per essere disarmati.
La decisione provocò immediatamente una reazione armata. Il maggiore Pak Sŭng-hwan, comandante del 1º Battaglione di Fanteria del 1º Reggimento della Guardia, rifiutò di accettare lo scioglimento e si suicidò. La notizia della sua morte contribuì a innescare la rivolta dei soldati della Guardia Imperiale, circa 3.600. A Seul gli uomini dei reparti destinati alla smobilitazione recuperarono le armi e affrontarono le truppe giapponesi nella zona della Namdaemun (let. Grande Porta Sud, porta meridionale della fortezza di Seul), dando luogo a uno dei rarissimi combattimenti aperti combattuti nella capitale contro le forze nipponiche. La superiorità materiale e organizzativa giapponese rese tuttavia impossibile una resistenza prolungata. La battaglia terminò con la sconfitta dei coreani, mentre lo scioglimento veniva progressivamente esteso anche alle guarnigioni provinciali.
Il significato dell'episodio andò però molto oltre Seul. Migliaia di militari improvvisamente privati del proprio esercito, e spesso intenzionati a continuare a combattere, si dispersero nelle province; una parte di essi raggiunse gli ŭibyŏng già attivi oppure costituì nuove formazioni. Per la prima volta il movimento ricevette quindi un apporto consistente di uomini professionalmente addestrati, capaci di utilizzare armi militari moderne e dotati almeno delle nozioni fondamentali di disciplina, tattica e organizzazione. In diverse località furono gli stessi reparti provinciali a opporsi al disarmo prima di confluire nella guerriglia. Le fonti coreane considerano proprio questo passaggio l'elemento distintivo dei cosiddetti Chŏngmi Ŭibyŏng, gli “Eserciti Giusti dell'anno Chŏngmi”.
La conseguenza non fu semplicemente un aumento numerico. Cambiò anche la composizione sociale della resistenza. Accanto agli studiosi confuciani e ai notabili locali, che avevano fornito gran parte della leadership delle precedenti sollevazioni, comparvero in numero crescente ex militari, contadini, cacciatori, minatori e lavoratori. Emersero comandanti estranei alla tradizionale élite yangban, come Sin Tol-sŏk, mentre militari quali Min Kŭng-ho trasferirono nella guerriglia l'esperienza maturata nell'esercito regolare. Un'indagine giapponese relativa a 430 comandanti attivi tra il 1908 e il 1909 identificò la provenienza sociale di 255 di essi: soltanto circa il 30% apparteneva alla categoria degli yangban e degli studiosi confuciani, mentre oltre il 70% proveniva da gruppi popolari, comprendenti contadini, soldati, cacciatori e minatori.
Tra l'estate e l'autunno del 1907 la rivolta si propagò rapidamente. Le singole formazioni operavano generalmente nel proprio territorio, sfruttando la conoscenza delle montagne e delle vie locali per attaccare piccoli presidi, stazioni di polizia, funzionari collaborazionisti e linee di comunicazione. La loro consistenza poteva variare enormemente, da poche decine di uomini a formazioni di diverse centinaia o migliaia. La presenza degli ex soldati aumentò la capacità combattiva di alcuni reparti, ma non eliminò i problemi fondamentali degli ŭibyŏng: scarsità di munizioni, armamento eterogeneo, difficoltà nel mantenere grandi concentrazioni di uomini e assenza di un comando nazionale stabile.
Nonostante tali limiti, alla fine del 1907 venne compiuto il più ambizioso tentativo di coordinamento dell'intera storia degli Eserciti Giusti. Su iniziativa di Yi In-yŏng, numerosi comandanti provinciali concentrarono le proprie forze nell'area di Yangju, a nord di Seul, dando vita al 13-to Ch'angŭigun, l'Esercito Giusto delle Tredici Province. Yi ne assunse il comando supremo, mentre Hŏ Wi divenne responsabile delle operazioni militari. Vi aderirono, tra gli altri, Min Kŭng-ho per Kangwŏn, Yi Kang-nyŏn per Ch'ungch'ŏng, Sin Tol-sŏk per Kyŏngsang e altri comandanti provenienti dalle diverse province. Secondo la ricostruzione dell'Istituto Nazionale di Storia Coreana, la concentrazione arrivò a comprendere 48 formazioni per circa 10.000 uomini, dei quali approssimativamente 3.000 erano ex soldati dell'esercito imperiale.
L'obiettivo era eccezionalmente ambizioso: marciare su Seul e riconquistare la capitale. Non si trattava più, almeno nelle intenzioni dei suoi organizzatori, di limitarsi alla guerriglia provinciale. L'unificazione delle varie formazioni avrebbe dovuto permettere agli ŭibyŏng di presentarsi come una vera forza belligerante; furono persino inviate comunicazioni ai consolati stranieri per rivendicare tale condizione. Tra la fine del 1907 e il gennaio 1908 elementi dell'esercito avanzarono verso la capitale e le attività degli insorti nelle sue immediate vicinanze suscitarono forte preoccupazione tra le autorità giapponesi e i funzionari coreani collaborazionisti.
L'operazione, tuttavia, mise in evidenza la distanza che ancora separava una coalizione di formazioni guerrigliere da un esercito capace di conquistare una grande città difesa da truppe regolari. I giapponesi reagirono prima che gli ŭibyŏng potessero concentrare efficacemente tutte le proprie forze e l'avanzata verso Seul venne arrestata. Alla superiorità nipponica si aggiunsero problemi di coordinamento interno. Lo stesso Yi In-yŏng abbandonò successivamente il comando alla notizia della morte del padre, ritenendo che il proprio dovere confuciano gli imponesse di osservarne il lutto; Hŏ Wi continuò la resistenza, ma l'occasione di concentrare una grande forza contro la capitale era ormai perduta. L'episodio è particolarmente significativo perché mostra quanto, anche nel pieno di una guerra anti-coloniale moderna, il comportamento di alcuni comandanti continuasse a essere regolato da concezioni tradizionali del confucianesimo.
Il fallimento dell'offensiva su Seul non significò però la fine della guerra. Al contrario, il 1908 rappresentò il momento di massima intensità dell'intero movimento. Le statistiche compilate sulla base della documentazione dell'epoca registrano 323 combattimenti e 44.116 partecipanti tra agosto e dicembre 1907; nel 1908 i combattimenti salirono a 1.452, con complessivamente 69.832 presenze di ŭibyŏng registrate negli scontri. Queste cifre non devono essere interpretate come il numero di individui contemporaneamente sotto le armi, poiché uno stesso combattente poteva comparire in più episodi, ma restituiscono efficacemente l'ampiezza raggiunta dalla guerra. Nel 1909 risultano ancora 898 combattimenti e 25.763 partecipazioni.
L'incapacità di mantenere grandi concentrazioni favorì progressivamente il ritorno a formazioni più piccole e mobili. Gli ŭibyŏng colpivano dove potevano ottenere una superiorità locale e si disperdevano quando comparivano reparti giapponesi più consistenti. In questa fase la guerra assunse sempre più chiaramente i caratteri della guerriglia. Parallelamente, il centro di gravità della resistenza si spostò: particolarmente intensa nel Kangwŏn durante il 1908, l'attività degli insorti raggiunse nel 1909 una notevole forza nelle province meridionali e soprattutto nel Chŏlla.
Non mancarono però atti organizzati nel nord. Un caso significativo fu quello di An Chunggŭn, che dopo essersi rifugiato nel Primor'e russo nel 1907 partecipò all'organizzazione degli ŭibyŏng coreani presenti nella regione. Nell'estate del 1908, al comando di circa 200 uomini inseriti in una forza più ampia proveniente dal territorio russo, attraversò il fiume Tumen e penetrò nell'Hamgyŏng settentrionale. Il 7 luglio i suoi uomini attaccarono le forze giapponesi a Hongŭi-dong e pochi giorni dopo ottennero un nuovo successo a Sin'asan. An tentò quindi di avanzare verso sud per congiungersi con gli uomini di Hong Pŏm-do, ma il 21 luglio le forze provenienti dal Primor'e furono sconfitte dai giapponesi presso Yŏngsan, nel distretto di Hoeryŏng, costringendolo infine a ripiegare oltre il confine russo.
Tokyo rispose aumentando considerevolmente l'apparato militare e di polizia impiegato nella penisola. Nel 1908 furono rafforzati i reparti dell'Esercito Imperiale Giapponese e venne progressivamente integrata l'azione di esercito, gendarmeria e polizia. Alla fine di quell'anno la gendarmeria disponeva di 51 distretti e 452 distaccamenti, con 2.374 gendarmi affiancati da oltre 4.200 ausiliari; a questi si aggiungevano quasi 5.000 uomini della polizia distribuiti in una rete sempre più capillare di stazioni e posti locali. Tale sistema permetteva non soltanto di inseguire gli insorti, ma soprattutto di controllare strade, villaggi, comunicazioni e popolazione, restringendo progressivamente lo spazio nel quale la guerriglia poteva operare.
La repressione raggiunse il proprio culmine nel 1909. Nel settembre di quell'anno le autorità giapponesi avviarono la grande operazione generalmente ricordata come “Grande campagna di soppressione del Sud”, destinata soprattutto a distruggere le forti concentrazioni ancora attive nel Chŏlla. Rastrellamenti sistematici, controllo delle comunità rurali, arresti e distruzione delle basi logistiche spezzarono progressivamente la capacità degli ŭibyŏng di mantenere formazioni importanti. Nel 1910 l'attività armata all'interno della penisola era ormai drasticamente diminuita: le statistiche registrano appena 147 scontri durante l'anno, contro i 1.452 del 1908.
La sconfitta militare degli ŭibyŏng precedette quindi di poco l'annessione formale della Corea all'Impero giapponese nell'agosto 1910, ma non determinò la scomparsa della resistenza armata coreana. Una parte dei superstiti attraversò i confini settentrionali stabilendosi in Manciuria e nel Territorio del Litorale russo, dove l'autorità giapponese non poteva esercitare lo stesso controllo. In quelle regioni uomini provenienti dall'esperienza degli Eserciti Giusti contribuirono alla formazione delle successive organizzazioni armate indipendentiste. Gli ŭibyŏng del 1907-1910 costituiscono così un punto di passaggio fondamentale: nati ancora all'interno di una tradizione politica e morale risalente alla dinastia Chosŏn, finirono per confluire nella moderna lotta per l'indipendenza nazionale coreana.
A sinistra/In alto: Sedici comandanti degli Ŭibyŏng dello Honam catturati dalle forze giapponesi durante la Grande campagna di soppressione del Sud del 1909. In piedi, da sinistra: Hwang Tu-il, Kim Wŏn-guk, Yang Chin-yŏ, Sim Nam-il, Cho Kyu-mun, An Kye-hong, Kim Pyŏng-ch'ŏl, Kang Sa-mun, Pak Sa-hwa e Na Sŏng-hwa; seduti: Song Pyŏng-un, O Sŏng-sul, Yi Kang-san, Mo Ch'ŏn-yŏn, Kang Mu-gyŏng e Yi Yŏng-jun. Condannati dalle autorità giapponesi dopo la cattura, quattordici dei sedici uomini furono successivamente giustiziati, mediante fucilazione o impiccagione, tra il 1909 e il 1912; soltanto Hwang Tu-il e Song Pyŏng-un scamparono all'esecuzione. La fotografia venne inclusa nel Namhan p'okto taet'obŏl kinyŏm sajinch'ŏp, album commemorativo della campagna pubblicato dai giapponesi nel 1910 (Foto Namhan p'okto taet'obŏl kinyŏm sajinch'ŏp)
A destra/In basso: Combattenti degli Ŭibyŏng dello Honam fotografati durante le lotte anti-giapponesi degli ultimi anni dell'Impero Coreano. L'immagine mostra alcuni volontari armati davanti a un'abitazione rurale; la varietà dell'abbigliamento e dell'armamento riflette il carattere irregolare delle formazioni che operarono nelle province meridionali contro le forze giapponesi (Foto hiks.or.ko)
Conclusioni
La repressione degli ŭibyŏng e l'annessione della Corea all'Impero giapponese nell'agosto 1910 non posero fine alla resistenza armata coreana. Ne determinarono, piuttosto, una trasformazione. Già prima dell'annessione, mentre le grandi formazioni operanti nella penisola venivano progressivamente disperse, uomini e gruppi legati alla lotta anti-giapponese avevano iniziato a cercare rifugio oltre i confini settentrionali.
Emblematica fu la vicenda di An Chunggŭn, che dopo il fallimento dell'attacco del 1908, il 26 ottobre 1909, alla stazione ferroviaria di Harbin, in Cina, assassinò Itō Hirobumi, Residente Generale Giapponese della Corea e uno dei principali artefici dell'espansione giapponese nella penisola. Arrestato immediatamente, venne processato dalle autorità giapponesi e impiccato a Lüshun l'anno successivo. La sua azione mostrava come la resistenza coreana stesse ormai oltrepassando tanto i confini geografici della penisola quanto le forme tradizionali attraverso le quali si era espressa negli ŭibyŏng .
Dopo il 1910 questi ultimi sembrarono progressivamente scomparire. In realtà, una parte degli uomini, delle reti e soprattutto dell'esperienza accumulata durante oltre un decennio di combattimenti sopravvisse nelle comunità coreane della Manciuria e dell'Estremo Oriente russo. Il grande Movimento del Primo Marzo del 1919, pur essendo essenzialmente una mobilitazione popolare non armata, e la durissima repressione giapponese che seguì fornirono nuova linfa al movimento indipendentista. Migliaia di coreani attraversarono il confine per sfuggire alla depressione e le organizzazioni già presenti all'estero conobbero una rapida espansione, mentre comparvero nuove formazioni armate.
Gli ŭibyŏng non tornarono propriamente con lo stesso nome, né potevano più essere gli stessi eserciti volontari sorti in difesa della monarchia e dell'ordine confuciano. Il contesto era radicalmente cambiato: non esisteva più uno Stato coreano da preservare, ma una colonia dalla quale riconquistare l'indipendenza. Durante gli anni successivi gruppi indicati generalmente come tongnipgun, “eserciti dell'indipendenza”, continuarono quindi la lotta dalla Manciuria e dalla Siberia. Nel 1920 alcune di queste formazioni riuscirono persino a infliggere pesanti rovesci alle truppe giapponesi, prima a Pongodong e successivamente nei combattimenti di Ch'ŏngsan-ri.
Esiste dunque una linea di continuità, per quanto tutt'altro che semplice, tra gli Eserciti Giusti e la successiva resistenza armata. Cambiarono i comandanti, le organizzazioni, le basi territoriali e soprattutto il linguaggio politico: alla difesa del sovrano e dell'ordine tradizionale si sostituì progressivamente l'obiettivo esplicito della liberazione nazionale. Non scomparve, tuttavia, l'idea fondamentale che aveva animato gli ŭibyŏng fin dalla loro origine: quando lo Stato non era più in grado di difendere il paese, spettava agli uomini comuni assumersi personalmente quel compito.
Gli ŭibyŏng furono quindi sconfitti, ma la guerra che avevano iniziato non terminò con loro. Dopo il 1919 riapparve sotto altri nomi, con altri uomini e con obiettivi ormai pienamente nazionali, continuando oltre i confini della Corea una lotta armata che sarebbe proseguita, attraverso successive trasformazioni, fino alla fine del dominio coloniale giapponese.
Note
1 - In tutto l'articolo, per le parole coreane dell'alfabeto hangŭl, l'autore utilizzerà il sistema di romanizzazione McCune-Reischauer, uno dei due sistemi più utilizzati di traslitterazione del coreano, insieme alla latinizzazione riveduta. Per quanto meno comune, questo sistema di romanizzazione risulta più corretto nelle pronunce.
Fonti
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