L'attacco statunitense alla Corea: Shinmiyangyo 1871
Arturo Giusti
Nel giugno 1871, gli Stati Uniti intrapresero la spedizione militare in Corea, un episodio emblematico dell’espansionismo americano in Asia durante l’era dell’imperialismo. Ufficialmente motivata dall’esigenza di investigare l’incidente della SS General Sherman, una nave mercantile statunitense scomparsa nel 1866, e di negoziare un trattato commerciale, la spedizione rifletteva obiettivi più ampi. Seguendo il modello de “La diplomazia delle cannoniere” del commodoro Matthew Perry, che aveva aperto al commercio mondiale il Giappone nel 1854. Gli Stati Uniti, da poco usciti dalla Guerra civile americana (1861-1865), miravano a espandere la propria influenza economica, affermare la supremazia militare in competizione con le potenze europee (Regno Unito e Francia in primis) e il Giappone, e stabilire una presenza geopolitica in una regione strategicamente cruciale. Lungi dall’aspirare a una colonizzazione diretta, l’intervento incarnava una strategia di penetrazione commerciale e politica, evidenziando le tensioni tra l’isolazionismo coreano e le ambizioni globali di una potenza emergente. In Corea l'episodio è noto come Shinmiyangyo che può essere tradotto come: “Disturbo Occidentale dell'Anno Shinmi”.
Per chiunque abbia piacere è disponibile una mappa interattiva Google My Maps sulla battaglia, creata dall'Autore, pigiando questo link
In alto: Immagine successiva alla spedizione statunitense in Corea, giugno 1871. La bandiera del comandante generale delle forze coreane, chiamata Eo Jae-yeon Changgun'gi o Sujagi è fotografata a bordo della USS Colorado. Fonte: NARA via Felice Beato (Foto Felice Beato via NARA)
L'Asia nel XIX secolo
All’inizio del XIX secolo, l'Asia era caratterizzata da un forte isolazionismo in molte delle sue potenze principali, come Cina, Giappone, Vietnam e Corea, che resistevano all'influenza straniera per preservare la propria cultura, sovranità e struttura sociale. Tuttavia, l'espansionismo occidentale, guidato da potenze come Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e, in misura minore, Russia, portò a pressioni crescenti per aprire questi paesi al commercio e all'influenza politica.
La Cina, sotto la dinastia Qīng, adottava una politica isolazionista, limitando i contatti con l'Occidente al porto di Guǎngzhōu (Canton) attraverso il Sistema di Canton. Gli europei, in particolare i britannici, desideravano accedere al vasto mercato cinese, ma il governo Qīng era riluttante, considerando i prodotti occidentali inferiori e temendo influenze straniere. Tuttavia, il commercio dell'oppio, coltivato in India dai britannici, divenne una questione centrale.
I britannici esportavano oppio in Cina, creando una crisi di dipendenza e drenando l'argento cinese. Quando il governo Qīng confiscò e distrusse l'oppio britannico, scoppiò la Prima guerra dell'oppio (1839-1842). La superiorità navale britannica portò alla vittoria e al Trattato di Nánjīng (Nanchino).
La Cina fu costretta a cedere Xiānggǎng (Hong Kong), aprire cinque porti al commercio (tra cui Shànghǎi) e garantire privilegi extraterritoriali agli stranieri.
Le tensioni continuarono, con britannici e francesi che cercavano ulteriori concessioni, culminarono con la Seconda guerra dell'oppio (1856-1860). Conclusasi con il Trattato di Tiānjīn (Tientsin) del 1858 e la Convenzione di Pechino del 1860, i quali aprirono altri porti, legalizzarono il commercio dell'oppio e permisero missioni cristiane e la presenza di diplomatici stranieri a Běijīng (Pechino).
Questi eventi indebolirono la dinastia Qīng, alimentando ribellioni interne come la Rivolta dei Tàipíng (1850-1864), una guerra civile che causò tra i 25 ed i 30 milioni di morti (stimati tra l’8 e il 10% della popolazione cinese dell'epoca). La Cina fu costretta ad aprirsi, ma a costo di sovranità e stabilità interna.
Il Giappone, sotto lo shogunato Tokugawa, manteneva una politica di Sakoku (paese chiuso), limitando i contatti con l'Occidente a un piccolo commercio nel porto di Nagasaki. L'isolazionismo era motivato dal desiderio di evitare influenze cristiane e mantenere il controllo centralizzato.
Nel 1853, il commodoro statunitense Matthew Perry arrivò con una flotta di navi della US Navy (ribattezzate Kurofune, “Navi Nere” dai Giapponesi) e l’anno successivo durante la sua seconda visita costrinse il Giappone a firmare la Convenzione di Kanagawa, aprendo i porti di Shimoda e Hakodate agli americani sotto minaccia di invasione. Questo evento segnò la fine del Sakoku.
Negli anni successivi, il Giappone firmò trattati con altre potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia e Russia), che imposero tariffe basse e privilegi extraterritoriali, simili a quelli in Cina. Questi trattati furono percepiti come umilianti dalla popolazione locale.
L'apertura forzata, inoltre, alimentò il malcontento contro lo shogunato Tokugawa, considerato debole. Nel 1868, la Restaurazione Meiji rovesciò lo shogunato, riportando il potere all'imperatore. Il Giappone intraprese una rapida modernizzazione, adottando tecnologie e istituzioni occidentali per evitare la colonizzazione. A differenza della Cina, il Giappone trasformò l'influenza occidentale in un'opportunità, diventando una potenza imperialista entro la fine del secolo, riuscendo a sconfiggere, solo cinquant'anni dopo la sua apertura al mondo, l'Impero Russo nella Guerra russo-giapponese (1904-1905) .
Sotto la Dinastia Nguyễn, il Vietnam resistette inizialmente all'influenza occidentale, ma la Francia, sfruttando pretesti come la persecuzione di missionari cristiani, iniziò la colonizzazione nel 1858, stabilendo il controllo sulla Cocincina e successivamente su tutta l’Indocina entro il 1883. La Birmania fu gradualmente annessa dalla Gran Bretagna attraverso tre guerre, diventando una provincia dell'India britannica, insieme a Malesia e Singapore. Gli olandesi invece rafforzarono la loro presa sulle Indie orientali, l’attuale Indonesia.
Infine, l'Impero Russo espanse la sua influenza verso sud, annettendo territori come il Turkestan, espandendosi ad est strappando circa 1.5 milioni di km² alla Cina nel biennio 1858-60, firmando trattati con il Giappone e espandendosi a sud verso l'attuale Afghanistan e nel Caucaso scontrandosi con l'Impero Ottomano.
Le potenze occidentali imposero accordi che garantivano loro privilegi commerciali e giuridici, minando la sovranità asiatica. L'apertura forzata destabilizzò le strutture tradizionali, alimentando ribellioni e crisi di legittimità dei governi. Gli occidentali non erano gli unici attori; il Giappone, dopo la modernizzazione, divenne un concorrente imperialista, specialmente in Corea e Cina. La superiorità tecnologica e militare occidentale rese insostenibile l'isolazionismo, costringendo i paesi asiatici ad adattarsi o soccombere.
A sinistra/In alto: Dipinto di Richard Simkin rappresentante il 98th Regiment del British Army all'attacco delle truppe dei Qīng nei pressi di Chinkiang (l'odierna Zhènjiāng), 21 luglio 1842 (Foto Wikimedia Commons)
A destra/In basso: Vignetta di fine '800 che mostra l’Impero Russo “suggerire” alle altre potenze mondiali (Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Giappone) di cercare altrove altri territori da colonizzare. (Foto reddit.com r/korea)
Il Regno Chosŏn e il Preludio della Spedizione
La Corea, sotto la dinastia Chosŏn (Joseon) dal 1392, era nota in occidente come Regno Chosŏn o Regno Eremita per il suo rigido isolazionismo. I contatti dell'occidente con Hansŏng (antico nome di Seul capitale del regno) erano limitati, con i primi occidentali, dei missionari cattolici, arrivati nel paese solamente a fine del XVIII Secolo e una spedizione dell’East India Company arrivata nel paese nel 1832 con missionari e commercianti. Nel 1845 venne presentata una risoluzione alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti per la creazione di un rapporto commerciale con la Corea, ma la risoluzione finì per non essere presa in considerazione.
L'isolazionismo era alimentato nella penisola coreana da vari fattori, in primis vi erano fattori storici, con Cina e Giappone che per secoli tentarono di portare la Corea sotto la loro influenza, spesso in maniera brutale, come le invasioni giapponesi della Corea (1592-1598). In secondo luogo vi erano motivazioni successive ai conflitti asiatici.
Il già menzionato incidente della scuna SS General Sherman dell'agosto 1866 fu uno dei primi scontri armati tra la popolazione coreana e una forza straniera.
Il mercantile armato statunitense agli ordini del capitano William B. Page e con un equipaggio di altri 18 uomini, incluso un missionario, partì da Yāntái, Cina alla volta della Corea. Entrata nell'estuario del fiume Taedong, nella parte nord-ovest della penisola, navigò per alcuni giorni tentando di commerciare con i coreani e venendo più volte incoraggiata ad andarsene per rispettare l'isolazionismo coreano. Il 27 agosto, la nave si incagliò nei pressi di P'yŏngyang e dopo varie peripezie fu data alle fiamme con la morte dell'intero equipaggio il 3 settembre. A causa dell'isolazionismo coreano, nessuno al di fuori della penisola venne a conoscenza dell'incidente.
Le motivazioni dell’isolazionismo erano anche dovute a motivi religiosi, in Corea si era dapprima accettato l’arrivo di missionari, ma dopo aver fatto uscire allo scoperto alcuni funzionari legati al cristianesimo, la religione fu vietata e i credenti perseguitati a partire dal 1866.
I missionari della Società delle Missioni Estere di Parigi, 10 o 12 in tutto nel paese, vennero catturati e maltrattati. In totale tra i due e i quattro vennero rimandati oltre confine mentre sette vennero uccisi, tra cui il Vescovo cristiano in Corea Siméon-François Berneux che venne torturato e decapitato il 7 marzo 1866. Nel 1859 si stimava che in corea, la popolazione cattolica contasse i 17.000 credenti, saliti a 32.000 nel 1864.
Uno dei preti, scampato alla cattura, riuscì a scappare a bordo di un peschereccio insieme a 11 coreani convertiti al cristianesimo salvandosi, si stima che nel 1866 fino ad un massimo di 10.000 coreani cristiani furono uccisi. Il prete fuggito sul peschereccio, padre Félix-Claire Ridel raggiunse il porto cinese di Yāntái a luglio 1866 dove per puro caso si trovava in quel momento il comandante della Division Navale des Mers de Chine et du Japon (Divisione Navale dei Mari della Cina e del Giappone) francese, il contrammiraglio Pierre-Gustave Roze. Saputa la vicenda tramite il console francese a Běijīng, Roze sostenne che bisognava lanciare una spedizione punitiva contro il Regno Chosŏn per l’offesa alla Francia e per l’affronto al cristianesimo. Il console francese Henri de Bellonet fu ben lieto di sostenere l’uso della forza e la Expédition Française en Corée venne pianificata.
Tra ottobre e novembre 1866, la spedizione punitiva in Corea composta da sette navi e 800 uomini di cui 300 fucilieri di marina approdò sull'isola di Kanghwa (Ganghwa), nell'estuario del fiume Salée (attuale fiume Han), 50 km ovest di Hansŏng. Dopo l'occupazione di alcuni villaggi e fortificazioni, i coreani riuscirono a resistere a successivi attacchi francesi per allargare la testa di ponte. I francesi furono quindi costretti a ritirarsi con il sopraggiungere dell’inverno mentre la Corea ripristinò il suo isolazionismo.
Curiosamente, i coreani non facevano distinzione tra le nazioni occidentali e si convinsero a torto, che la spedizione francese fosse stato un attacco di ritorsione per la distruzione del mercantile nel settembre 1866.
Nel novembre 1866 il contrammiraglio Henry H. Bell, comandante dell’Asiatic Squadron, venne informato da fonte ignota che la SS General Sherman venne distrutta dopo l'ordine del regnante coreano, Re Kojong (Gojong) nato nel 1852 e deceduto nel 1919. Il contrammiraglio statunitense mandò una nave dell'Asiatic Squadron e suggerì al governo degli Stati Uniti di rafforzare le sue forze con l'invio di 1.500-2.000 uomini al fine di conquistare Hansŏng per vendicarsi dell'attacco. Fortunatamente nessuno prese in considerazione il suggerimento del contrammiraglio Bell, in quanto probabilmente Re Kojong non venne nemmeno mai informato dai suoi consiglieri dell'incidente, considerando il fatto che all’epoca era un quattordicenne e il potere era stato assegnato al Hŭngsŏn Taewŏn’gun Yi Ha-eung, reggente del giovane re.
Una nave dell'Asiatic Squadron, lo sloop a vapore da guerra della Classe “Moichan”, la USS Wachusetts al comando del capitano Robert W. Shufeldt salpò da Yāntái, Cina, il 21 gennaio 1867 gettando l'ancora a largo dell'estuario del fiume Taedong, due giorni dopo.
Le autorità locali provenienti da P'yŏngyang furono elusive per quanto riguarda la nave statunitense e chiesero insistentemente al capitano Shufeldt di rispettare l'isolazionismo coreano e di tornare da dove erano venuti. Shufeldt però rimase per circa una settimana, nella quale i contadini locali raccontarono la sorte del mercantile statunitense.
La USS Wachusetts lasciò quindi la penisola ripartendo per la Cina ai primissimi di febbraio 1867.
Durante lo stesso anno, una fonte rimasta ignota, portò nuove informazioni riguardo la sorte della SS General Sherman: quattro marinai sopravvissuti sarebbero stati ancora detenuti a P'yŏngyang.
Il commodoro John R. Goldsborough, comandante provvisorio dell'Asiatic Squadron dell’US Navy dopo la morte per incidente del contrammiraglio Henry H. Bell, ordinò prontamente alla USS Shenandoah, uno sloop a elica con scafo in legno al comando del capitano John C. Febiger, di andare in Corea per indagare.
La USS Shenandoah salpò da Yāntái il 7 aprile 1868 e arrivò al largo dell'isola di Ch'o (Cho-do o Chodo), nella parte centrale della penisola coreana, il 9 aprile. La nave statunitense rimase a largo delle coste coreane per alcuni giorni spingendosi alla foce del fiume Taedong il 16 dello stesso mese. Il capitano Febiger perlustrò per diversi giorni il fiume, venendo anche attaccato da un forte coreano lungo le rive, che sparò una cannonata contro il piccolo sloop dell’US Navy, senza però colpirlo. Il cap. Febiger riuscì comunque ad avere un contatto con i locali che smentirono la teoria in cui alcuni membri dell’equipaggio della Sherman sarebbero sopravvissuti. La USS Shenandoah, dopo aver effettuato rilievi cartografici dell’accesso al fiume, e ad alcuni tratti di costa, ripartì per Yāntái il 18 maggio 1868.
Durante uno degli incontri con la popolazione locale, i marinai statunitensi ricevettero una lettera del re coreano, la risposta alla missiva inviata dal cap. Shufeldt della spedizione precedente. La versione coreana era che il mercantile statunitense aveva tenuto un atteggiamento aggressivo per tutta la sua permanenza lungo il fiume nonostante le reiterate richieste di rispettare l’isolazionismo. I coreani avevano distrutto la nave e ucciso l’equipaggio per legittima difesa dopo un episodio di violenza da parte dell’equipaggio.
A sinistra/In alto: Re Kojong sul suo trono in uno dei cinque palazzi reali di Hansŏng fotografato nel 1884, all'età di 32 anni, da Percival Lowell. (Foto Museum of Fine Arts, Boston )
A destra/In basso: La flotta francese del contrammiraglio Pierre-Gustave Roze sbarca a Kanghwa (Foto Wikimedia Commons)
I piani
Visto che si era creato un contatto con il Regno Chosŏn il governo statunitense si convinse della necessità iniziare scambi commerciali. Il contrammiraglio Stephen C. Rowan ed il parigrado John Rodgers, i successori del commodoro Goldsborough come comandanti dell’Asiatic Squadron, suggerirono entrambi una spedizione come quella del commodoro Perry in Giappone durante i loro mandati.
Il governo statunitense accettò di perseguire questa linea di condotta per la stipula di un trattato con il Regno Chosŏn agli inizi del 1870. Gli obiettivi della United States Expedition to Korea (Spedizione Statunitense in Corea) erano:
- Aprire relazioni diplomatiche e commerciali con la Corea,
- Ottenere spiegazioni ufficiali e scuse per l’incidente del mercantile SS General Sherman,
- Mappare le acque coreane e testare l’atteggiamento del regno di Chosŏn verso la presenza statunitense.
Come diplomatico per i negoziati fu scelto Frederick F. Low, ministro (ambasciatore) Statunitense in Cina. Al diplomatico e alla sua squadra sarebbe stata assegnata una flotta al comando del comandante dell’Asiatic Squadron, il commodoro John Rodgers, che avrebbe preso il comando in caso si fosse reso necessario difendersi.
Fu nel novembre del 1870 che l’ambasciatore Low ed il commodoro Rodgers si incontrarono a Běijīng per discutere i dettagli della missione. I due concordarono di eseguire un'azione simile a quella svolta dal commodoro Perry in Giappone: informare le autorità locali delle intenzioni della loro visita e di tornare, un mese dopo, per ricevere una risposta. Come spiegò Rodgers: “Questo avrebbe impedito l’insorgere di difficoltà tra i nostri popoli, evitato ogni apparenza di coercizione e lasciato spazio all’immaginazione dei coreani per ingigantire i pericoli derivanti da un rifiuto”
L’ambasciatore Low il 17 gennaio 1871 inviò un messaggio a Re Kojong grazie all’intermediazione della Cina. Il diplomatico voleva informare in anticipo il sovrano della loro visita e delle loro motivazioni, assicurando il carattere pacifico delle loro intenzioni. Venne proposto alla Francia di unirsi alla spedizione, ma la nazione europea declinò a causa delle perdite militari ed economiche subite nella Guerra franco-prussiana, terminata proprio nel gennaio 1871.
Nel maggio 1871 una piccola flotta di cinque battelli dell’Asiatic Squadron fu assemblata nel porto giapponese di Nagasaki. Sull’ammiraglia di Rodgers salì anche Low, il suo staff e cinque naufraghi coreani che venivano riportati in patria. In totale la flotta era composta da: USS Colorado, fregata con scafo in legno a elica con tre alberi di classe “Franklin”. Costruita presso il Norfolk Navy Yard e varata il 19 giugno 1856. Commissionata il 13 marzo 1858 sotto il comando del capitano W. H. Gardner, prese il nome dal fiume Colorado. Fu una delle cinque grandi fregate a vapore ordinate nel 1854, progettate con una combinazione di propulsione a vapore e vela per adattarsi alle esigenze della US Navy dell'epoca. Lunga 81,8 metri, larga 16 metri, con un pescaggio di 7,2 metri e dislocamento di 3.480 tonnellate.
La velocità massima era di 9 nodi (35 km/h), con propulsione a vapore. Sistema velico a tre alberi che consentiva di ridurre il consumo di carbone in lunghe traversate. L’armamento nel 1871 era composto quasi esclusivamente da cannoni ad avancarica: due Parrott Rifle da 6 pollici (152 mm), un Dahlgren Gun da 11 pollici (279 mm), 42 Dahlgren Gun da 9 pollici (229 mm). I modelli a retrocarica erano due Dahlgren Boat Howitzer da 2,25 pollici (57 mm) e sei Dahlgren Boat Howitzer da 4,62 pollici (117 mm). L’equipaggio era di circa 646 uomini (ufficiali e marinai).
USS Monocacy, una cannoniera a ruota laterale costruita presso il A. & W. Denmead & Son di Baltimore e varata il 14 dicembre 1864, venne commissionata nel 1866. Con una lunghezza di 81 metri, larga 11 metri, con un pescaggio di 2,7 metri e dislocamento di 3.480 tonnellate. La velocità massima, grazie al motore a vapore era di 11,2 nodi (20,7 km/h). L’armamento nel 1871 era composto da sei cannoni di grosso calibro. L’equipaggio era di circa 159 uomini (ufficiali e marinai).
USS Benicia, uno sloop-of-war in legno con un dislocamento di 2.439 tonnellate costruita al Portsmouth Navy Yard a partire dal 1868 e commissionata il 1° dicembre 1869. La lunghezza era di 76 m, la larghezza era di 12 m è il pescaggio era di 5,5 m. Il motore a vapore garantiva una velocità massima di 11,5 nodi (21 km/h). L'armamento era composto da un cannone a canna liscia da 280 mm, 10 cannoni a canna liscia da 230 mm, un 60-pdr Rifle e due 20-pdr Rifle con culatta. L'equipaggio era di 291 uomini.
USS Alaska, sloop-of-war in legno con un dislocamento di 2.171 tonnellate. Costruita alla Boston Navy Yard nell'agosto 1867 è commissionata nel dicembre 1869. La lunghezza era di 76 m, la larghezza era di 12 m e il pescaggio era di 4,9 m. Il motore a vapore garantiva una velocità massima di 11,5 nodi (21 km/h). L'armamento era identico a quello della USS Benicia, 14 cannoni in totale. L’equipaggio era di 273 uomini.
USS Palos, rimorchiatore di squadra a vapore, in scafo metallico impiegato in caso di malfunzionamenti delle altre navi. Fu costruita ai cantieri navali James Tetlow di Chelsea, Massachusetts. Assemblata a partire dal 1865, venne commissionata l’11 giugno 1870. La nave aveva una lunghezza di 42 m, una larghezza di 7,9 m, un pescaggio di 3 m e un dislocamento di 420 tonnellate. La propulsione era garantita da un motore a vapore che spingeva il rimorchiatore ad una velocità di 10 nodi (18,5 km/h). L'armamento era composto da 2 cannoni.
A sinistra/In alto: John Rodgers in un'immagine scattata durante la Guerra civile americana, quando era capitano della Union Navy. John Rodgers era contrammiraglio all'epoca della spedizione in Corea e diventò ammiraglio negli anni successivi. (Foto Library of Congress)
A destra/In basso: La USS Monocacy fotografata da C.H. Graves nel 1902. L'immagine fu scattata sul fiume Hǎi Hé a Tiānjīn (Tientsin), quando la città era parte della Concessione Italiana di Tientsin. (Foto US Naval Historical Center)
La United States Expedition to Korea
La spedizione navale statunitense salpò da Nagasaki il 16 maggio 1871 arrivando a largo della penisola il 19 maggio e svolgendo operazioni di rilevamento cartografico per diversi giorni. Finalmente la piccola flotta dell’US Navy gettò l’ancora vicino alla costa, a 7 ore di navigazione da Hansŏng/Seul il 30 maggio 1871.
Tra il 19 ed il 30 maggio gli statunitensi ebbero dei contatti con la popolazione civile che rimase molto elusiva. Il 26 maggio avvenne il primo incontro semi-ufficiale con i dignitari coreani, il dignitario coreano Shin Cheol-gu venne mandato su tre barche a remi verso due navi statunitensi. Al primo contatto ci si scambiò messaggi, ma a bordo delle due navi statunitensi non vi erano interpreti (facendo ipotizzare si trattasse di navi in pattuglia, o addirittura, di barche a remi). Secondo le testimonianze coreane dopo lo scambio di lettere illeggibili da entrambi le parti, gli statunitensi, indicando una nave più grande, chiesero ai coreani di seguirli, ma ci si limitò solamente ad uno scambio di rifornimenti. Gli statunitensi spiegavano nei loro messaggi che le loro intenzioni erano pacifiche e che avrebbero esplorato la zona della foce del fiume Salée.
Se già la politica isolazionista coreana non permetteva l’avvicinamento ed il commercio di navi occidentali, l’accesso al fiume Salée (fiume Han) era severamente proibito anche alle delegazioni cinesi e giapponesi (uniche con il permesso di visitare il paese). A poche decine di chilometri dalla foce, sulla sponda nord del fiume si trovava la città portuale di Yongsan (oggi quartiere di Seul) che fungeva da porta d’accesso alla capitale Hansŏng.
A Yongsan i commercianti coreani arrivavano per vendere e comprare merci, mentre dignitari, nobili e diplomatici arrivavano per incontrare il sovrano. Nessuno straniero aveva il permesso di solcare il fiume Salée.
Per i coreani era inammissibile che una nazione straniera insistesse per aprire i commerci. Dal punto di vista del Re Kojong, non informato dei fatti in maniera chiara dai suoi consiglieri, i coreani stavano solo esercitando il loro diritto all’isolazionismo dal resto del mondo. Re Kojong fu estraneo agli scontri precedenti al 1871 e anche a quelli durante la spedizione statunitense, non diede mai ordini di tipo bellico, se non quello di rinforzare i difensori nei forti costieri a febbraio 1871, dopo aver ricevuto la missiva dell’ambasciatore Low dai cinesi. In generale, a causa della deferenza e della generale mal comprensione nei confronti degli statunitensi, il sovrano coreano non fu mai del tutto cosciente di cosa stava succedendo non potendo quindi né aggravare, né pacificare la situazione.
Il 30 maggio 1871 la piccola flotta statunitense gettò l’ancora nella baia della città di Chemulp’o (Inch’ŏn, attuale seconda città per dimensioni in Corea), e lo stesso giorno un gruppo di quattro emissari coreani salì a bordo della USS Colorado, per comunicare che tre diplomatici del governo erano sulla sponda ad attenderli. Il giorno successivo, l’ambasciatore Low si rifiutò di incontrarli, incaricando due suoi sottoposti in quanto i diplomatici coreani erano di basso rango.
Secondo le dichiarazioni statunitensi, i tre diplomatici coreani, tra cui il Munjŏnggwan di Chosŏn, furono informati che l’ambasciatore Low doveva discutere di importanti affari al sovrano coreano, e che avrebbe discusso i dettagli dell’incontro solamente ad una persona di suo pari grado, debitamente nominata dal sovrano coreano. Ovviamente l’intento era quello di stabilire relazioni pacifiche con la Corea e fu anche detto agli emissari che la flotta statunitense avrebbe perlustrato l’area del fiume Salée. In tutta risposta gli emissari coreani risposero che avrebbero riferito al governo e che la popolazione coreana non avrebbe attaccato la flotta.
Il punto di vista coreano racconta una storia leggermente diversa ricostruita tramite le trascrizioni degli annali storici del regno. Gli emissari coreani giunti per chiedere le intenzioni statunitensi, vennero trattati con sufficienza in quanto gli intrusi volevano parlare con diplomatici di alto rango. I diplomatici coreani respinsero ogni ulteriore richiesta dichiarando: "Che razza di logica è venire con un esercito per negoziare? Non sentiamo alcuna necessità di aprire i porti"
Durante la notte le notizie circa i dialoghi con gli statunitensi giunsero alla capitale Hansŏng e entro l’alba del 1° giugno le difese a nord di Chemulp’o vennero rafforzate con l’invio di nuove truppe che però sembra non arrivarono se non dopo alcuni giorni.
A sinistra/In alto: Una delle immagini scattate da Felice Beato, fotografo della spedizione, che mostra una barca di emissari coreani, la prima delle tante, che si avvicinò alla USS Colorado non appena gettarono l'ancora a Chemulp’o. (Foto Felice Beato)
A destra/In basso: Mappa dell’area che interessò la Spedizione Statunitense in Corea. L'isola di Kanghwa è in alto. Sono anche ben visibili le città di Hansŏng (Seoul) e Chemulp’o (Incheon). (Foto europa.uk)
L’Isola di Kangwha
Anche se la flotta statunitense iniziò i contatti diplomatici a largo di Chemulp’o, il resto della spedizione interessò solamente l'isola di Kanghwa e lo Stretto di Sondol un corridoio di circa 20 km di lunghezza, e una larghezza media di un km che divide l'isola dalla penisola di Kimp’o (Gimpo).
L'isola gode di una posizione strategica, controllando l'accesso al fiume che raggiunge la capitale della Corea del Sud, Hansŏng. Con una superficie di 302,4 km², (quarta isola della penisola per dimensioni) costituisce la maggior parte della contea di Kanghwa (una divisione amministrativa odierna di Inch'ŏn). L'isola ha oggi una popolazione di circa 65.500 abitanti, metà dei quali vive nella città di Kanghwa (Ganghwa-eup) nel nord-est.
L'isola di Kanghwa era all'epoca, ed è tutt'oggi, un importante punto strategico che controlla la foce del fiume Salée. Le oltre 60 fortezze e bastioni a protezione dell'isola servivano per rallentare o fermare ogni puntata nemica da nord (tramite il fiume Salée) e da sud (tramite lo Stretto di Sondol) per proteggere la capitale del Regno Chosŏn.
Nei secoli le guarnigioni dell'isola vennero impiegate, in tempo di pace, come dogana, perquisendo le navi dirette verso Hansŏng per commerciare.
Oltre alla funzione strategica vi era quella reale. Durante il Regno Koryŏ (Goryeo), regno formatosi dopo il crollo dei “tre regni” nel 918 e scioltosi nel 1392, quando venne creato il Regno Chosŏn. Il sovrano della dinastia Koryŏ, Re Kojong di Koryŏ (1192–1259) sconfisse i Khitan, popolazione nomade che attaccava la Corea da nord grazie all'alleanza con i Mongoli nel 1219. Nel 1231 i mongoli di Ögödei Khan attaccarono il regno coreano, costretto a spostare la capitale nel 1232 a Kanghwa, principale insediamento dell'isola, nell'area nordorientale. Sull'isola gli straordinari guerrieri mongoli, che si spostavano a cavallo, non sarebbero mai riusciti ad arrivare grazie alla mancanza di ponti. All’epoca infatti, l’unico modo per raggiungere l’isola era in barca.
Risalgono proprio a questo periodo alcune delle fortezze che presero parte allo scontro con gli statunitensi nel 1871, come le fortezze di Kwangsŏngbo, Yongjin e la Kanghwa Sansŏng (Fortezza di Kanghwa), a protezione della nuova capitale, con una cinta muraria di oltre 7 km.
Benché la capitale venne nuovamente spostata a Hansŏng nel 1270, l'isola di Kanghwa rimase molto importante per il Regno Koryŏ prima, e Chosŏn poi.
Entro l'inizio della Dinastia Chosŏn nel 1392, vennero costruiti 48 Tondae, saliti a 53 entro il 1871, senza contare la decina di fortificazioni di maggiori dimensioni dell'isola.
Oltre a circa 150 dolmen risalenti all'età del bronzo, sull'isola era presente il tempio buddista Chŏndŭngsa (Jeondeungsa), uno dei più antichi in Corea, risalente al 381, all'epoca dei Tre Regni è molto importante per la cultura coreana. Sull'isola si trovano poi la Tomba Reale di Hongnŭng e la Tomba Reale di Wonhŭng. La prima è la tomba di Re Kojong di Koryŏ, la seconda è la tomba di Re Wŏnjong (1219-1274), suo successore. I due furono rispettivamente 23° e 24° sovrani della dinastia Koryŏ.
All'epoca della presenza della capitale a Kanghwa, Kojong ordinò la creazione dei Tripitaka Koreana (Palman Daejanggyeong), scolpiti tra il 1236 e il 1251, per sostituire quelli distrutti durante le invasioni mongole.
Durante il regno di re Hyojong (1619 - 1659), fu pianificata una politica di spedizioni a nord e furono costruiti forti e fortezze lungo la costa come Wolgotjin, Jemuljin e Gwangseongbo, e le mura della fortezza furono riparate. Re Sukchong eresse 53 forti sulle aree sporgenti lungo la costa , trasformando l'intera area dell'isola di Kanghwa in una fortezza. Molte strutture militari della dinastia Chosŏn costruite in questo modo sono ancora oggi esistenti. Inoltre Chŏng Je-du (1649-1736) famoso studioso confuciano, creò il Yangmingismo, filosofia pratica soggettiva del neoconfucianesimo. Trascorse la sua vita sull'isola di Kanghwa, dove nacque uno stile accademico chiamato “Scuola Kanghwa", che non si avvicinava al confucianesimo ma enfatizzava il significato originale delle scritture.
Nel 1637, dopo una guerra con la dinastia Qīng cinese, il governo della dinastia Chosŏn istituì 12 fortificazioni principali come parte di un piano difensivo per proteggere l’isola. Successivamente, furono erette numerose torri di guardia anche tra una fortificazione e l’altra. La costruzione di queste torri, comprese nel sistema di difesa costiera, fu realizzata nel 1679. Vi presero parte 3.000 soldati della Guardia Reale e 8.000 soldati provenienti dalle province di Hamgyŏng, Hwanghae e Kangwŏn, e l’opera fu completata in soli 40 giorni.
Durante la spedizione francese del 1866, 600 soldati della flotta francese sbarcarono in questa zona e occuparono temporaneamente la fortezza di Kanghwa. Tuttavia, furono sconfitti nella battaglia della fortezza di Chŏngjoksansŏng dalle truppe guidate da Yang Hŏn-su e costretti a ritirarsi.
Le forze in campo
Le difese coreane della zona coprendevano una decina di fortezze e 53 Tondae sull'isola di Kanghwa e un numero imprecisato sulla penisola di Kimp’o (Gimpo).
Il comando della forza coreana era affidato al comandante militare della regione di Kanghwa (Chinmuchunggun) Eo Jae-yeon, di 48 anni, nominato comandante della regione solamente il 16 aprile 1871, in seguito alla richiesta di Re Kojong di rafforzare l’area a febbraio.
Il comandante Jae-yeon aveva combattuto contro le forze francesi nel 1866 come Sŏnbongchang (comandante d’avanguardia) del forte Kwangsŏngbo e al maggio 1871 controllava circa 500 soldati ripartiti in 12 forti sull’isola di Kanghwa, due fortezze sulla sponda est dello stretto, nella penisola di Kimp’o e quattro batterie costiere posizionate lungo le spiagge nei giorni prima per intimidire gli statunitensi. Il numero totale di armi coreane è ignoto, ma sappiamo per certo che i tre forti meridionali sull’isola di Kanghwa avevano un totale di almeno 300-400 bocche da fuoco di vario calibro.
Partendo da sud, queste difese erano contrassegnate dalla desinenza "-jin" (진), fortezze.
- Ch’ojijin (초지진) 37°38′56″ N, 126°30′53″ E
La fortezza più meridionale dello schieramento sull’isola Kanghwa, fu rinominata dagli statunitensi Fort Du Conde. Nella seconda metà del 1600, Re Hyŏnjong ordinò la creazione di un Manhoyŏng della marina militare nella parte meridionale dell’isola.
Vennero quindi schierati 11 ufficiali, 98 soldati, 18 soldati di guarnigione e 210 Mokcha che iniziarono la costruzione della fortezza Ch’ojijin nel 1666. Un'aliquota di Mokcha era sempre presente nei forti o nelle loro vicinanze per riparazioni e logistica.
La fortezza controllava, inoltre, tre bastioni (Tondae) a difesa dello stretto:
- Ch’oji (초지)
- Changjapyŏng (장자평)
- Sŏmam (섬암)
Queste postazioni formavano con la fortezza principale un sistema di difesa coordinata che massimizzava l'efficacia della protezione militare, e ciascuna delle tre postazioni era dotata di tre piazzole d’artiglieria sulle quali erano installati cannoni, per difendere lo Stretto di Sondol.
- Tŏkchinjin (덕진진) 37°38′51″ N, 126°31′35″ E
La seconda fortezza coreana sull’isola, 2 chilometri a nord della fortezza Ch’ojijin, fu rinominata dagli statunitensi Fort Monocacy.
Costruita a partire dal 1679, quando fu completata, era la fortezza più grande dell’isola e fu fondamentale per la difesa contro le truppe francesi nel 1866.
La fortezza Tŏkchinjin, controllava due fortificazioni secondarie:
- Ryongdu (용두)
- Tŏkchin (덕진)
Come per la fortezza di Ch’ojijin, queste fortificazioni erano annesse alla fortezza centrale con cui concorrevano alla difesa dello stretto.
- Kwangsŏngbo (광성보) 37°39'45.497'' N, 126°31'45.162'' E
Unica fortificazione con desinenza “-bo” (보), forte. Traduzione letterale “Forte della Vasta Fortificazione”, ad indicare che era in realtà un complesso di forti, la più grande opera difensiva dell’isola di Kanghwa con una superficie di quasi 145.000 m2. Alcune sue parti risalgono addirittura alla prima metà del 1200 per difendersi dalle incursioni mongole, ma venne ampliata e fortificata durante i secoli diventando ufficialmente una fortezza nel 1658. L’ultimo grande ammodernamento avvenne nel 1745, in quell’anno la fortezza disponeva di quattro differenti Tondae:
- Yongdu (용두) noto come Elbow Fort per gli statunitensi
- Odu (오두)
- Hwado (화도) noto come Hidrographer Fort per gli statunitensi
- Kwangsŏng (광성) nota come Water Battery per gli statunitensi
La fortezza di Kwangsŏngbo era il quartier generale del comandante delle forze coreane, il Chinmuchunggun Eo Jae-yeon. La fortificazione venne chiamata dagli statunitensi Fort McKee.
Sull’isola di Kanghwa erano poi presenti altre nove fortezze permanenti più un numero imprecisato di batterie ed accampamenti posizionati nei giorni precedenti agli scontri.
Delle dodici fortificazioni totali sull’isola, oltre alle tre già descritte, altre tre vennero colpite dalle bordate delle navi statunitensi:
- Yongjin (용진)
- Kapkojin (갑곶진)
- Wŏlgojin (월곶진), fortezza più settentrionale dell’isola di Kanghwa.
Varie altre fortificazioni si trovavano sulla costa est dello Stretto di Sondol, le più grandi erano:
- Tŏkp’ojin (덕포진), fortezza meridionale della penisola di Kimp’o. Nota come Fort Palos per gli statunitensi.
- Munsusansŏng (문수산성), fortezza più settentrionale della penisola di Kimp’o.
Ma nessuna fortificazione o batteria della costa est venne coinvolta nello scontro con gli statunitensi. L’armamento dei coreani era del tutto obsoleto, partendo dalle artiglierie, composte da cannoni ad avancarica di produzione ormai obsoleta, con gittate non idonee e inadatti a causare danni significativi alle navi statunitensi. L’armamento personale era ancor più carente, componendosi di vecchi archibugi ad avancarica a miccia (e non a pietra focaia), archi e frecce, lance e spade. Alcune fonti suggeriscono l’utilizzo di Hwach’a, un vero e proprio sistema di lancio multiplo di frecce montato su carretti. Il sistema lanciava in successione fino a un paio di centinaia di frecce che potevano essere dotate di una piccola carica incendiaria o esplosiva. Ma l’utilizzo di questi sistemi avrebbe sicuramente causato un numero maggiore di morti e feriti alle forze statunitensi, o almeno, avrebbe suscitato l’interesse statunitense. Invece, al contrario, gli statunitensi non fanno riferimento a sistemi d’arma simili durante gli scontri. La forza coreana fu stimata dagli statunitensi in circa 1.000 soldati nelle fonti ufficiali.
Nella realtà, le forze di Chinmuchunggun Eo Jae-yeon erano del tutto impreparate: il 7 giugno gli erano stati assegnati tre Ch'o di nuova costruzione. I componenti delle tre unità provenivano da distretti militari diversi, con diversi addestramenti, struttura, armamento e comando, il che implicava una più difficile gestione delle unità. Ad aggravare la situazione, a parte il generale, nessun soldato o ufficiale era mai stato a Kanghwa prima di allora, rendendo incapaci le forze sul campo di sfruttare il terreno dell’isola a loro vantaggio.
In ultimo, secondo fonti sudcoreane, essendo di nuova formazione, i componenti dei Ch'o non avevano completato l’addestramento base del Hullyŏndogam, istituzione responsabile dell’addestramento militare, mancando quindi di compattezza e disciplina.
Tramite resoconti statunitensi successivi alla battaglia, nei tre forti vennero catturati circa 6.000 moschetti e dai 300 ai 400 cannoni, numeri forse sovrastimati, ma che fanno intendere le capacità che avrebbe potuto avere l’esercito Chosŏn con truppe addestrate e preparate allo scontro.
Gli statunitensi, dal canto loro, disponevano di un totale di oltre 1.500 uomini contando marinai, marines e diplomatici. Probabilmente gli uomini erano di più, ma non si è mai riuscito a calcolare con precisione il numero. La stima di 1.500 uomini è stata formulata sommando l’equipaggio standard di quattro delle cinque navi statunitensi (non si hanno dati sulla USS Palos), più circa 150 soldati del Corpo dei Marines.
Di questi uomini, 542 marinai e 109 marines presero parte agli scontri di terra, per un totale di 651 uomini mentre i rimanenti rimasero ad operare sulle navi.
Gli statunitensi disponevano, in totale, di 89 cannoni, di cui sei Dahlgren Boat Howitzer da 4,62 pollici vennero sbarcati insieme alla forza mista di 651 marinai e marines.
Non c’era un vero armamento standard per le truppe statunitensi, marines e marinai erano armati principalmente con:
- Il fucile Remington Model 1868
In calibro .50-70 Springfield con una cadenza di 8-10 colpi al minuto grazie al sistema di ricarica “trapdoor”
- Il fucile Remington Rolling Block M1867
In calibro .50-70 Springfield o .50-45 Centerfire con una cadenza di 13 colpi al minuto grazie al sistema di ricarica “Rolling Block”
Gli ufficiali erano armati di Colt 1851 Navy Revolver in calibro .38. non mancavano ovviamente le sciabole che però furono usate sporadicamente, preferendo assaltare con la baionetta innestata.
Grazie alle analisi e alle informazioni disponibili ad oggi, è possibile stimare l’inferiorità di un fante coreano armato di archibugio rispetto ad un fante statunitense.
Gli Hwasŏng-ch’ong (archibugi) coreani avevano una gittata massima di 100 metri circa, mentre il tempo di ricarica andava dal mezzo minuto al minuto, in base all’addestramento del tiratore. In generale, la precisione era minima e potevano causare danni solo quando usati da un’unità in linea.
Per quanto riguarda le armi statunitensi, la gittata dei fucili raggiungeva i 400 metri in determinate condizioni mentre il rateo di fuoco era dai sei ai dieci colpi al minuto, in base all’addestramento del tiratore.
Ordine di battaglia parziale dell’US Navy e dell’US Marine Corps dal 2-3 giugno 1871 al 12 giugno 1871
La forza totale dettagliata era di 759 uomini, ma solo 651 furono effettivamente sbarcati. La struttura includeva:
- Comando:
- Ufficiale segnalatore: Mr. Houston
- Comandante delle forze di terra: commander Lewis Ashfield Kimberly (US Navy)
- Aiutante generale: lieutenant commander Winfield Scott Schley (US Navy)
- Aiutante: Lieutenant commander Absalom Kirby Bayler
- Comandante flottiglia di sbarco: tenente Picking (US Navy)
- Fanteria:
Organizzata in 10 compagnie, denominate A a J, con i seguenti comandanti:
- A Company
Lieutenant Commander Heyerman
Ensign Clarke
- B Company
Master John J. Drake
- C Company
Lieutenant Commander Charles Augustus Totten
- D Company
Lieutenant Commander Hugh Wilson McKee
- E Company
Lieutenant Commander Charles J. McIlvaine
- F Company
Master John Elliott Pillsbury
- G Company
Master William McLean
- H Company
Master William H. Brown
Ensign Callender
- I Company
Captain William S. Tilton
Lieutenant Commander McDonald
- J Company
Lieutenant Commander Kidder Randolph Breese
Lieutenant Commander John James Mullany
- Artiglieria:
Comandante
First Lieutenant Douglas R. Cassel (US Navy)
organizzata in due batterie:
- Batteria Destra al comando del second lieutenant Snow con tre cannoni Dahlgren Boat Howitzer da 4,62 pollici
- Batteria Sinistra al comando del second lieutenant Mead con tre cannoni Dahlgren Boat Howitzer da 4,62 pollici
- Ogni cannone aveva una riserva, a terra, di:
- 30 granate Shrapnel
- 10 granate dirompenti
- 10 palle di ghisa
- ulteriori 50 granate vennero inviati nei giorni dell’offensiva dalla USS Monocacy e dalla USS Palos.
- Genieri:
Comandante
Aiutante Quin
- 20 uomini dalla USS Colorado
- 8 dalla USS Alaska
- 8 dalla USS Benicia
Per un totale di 36 uomini.
- Corpo Medico:
Comandante
Dottor Wells
Passed Assistant Surgeon Wells
Assistant Surgeon Latta
Assistant Surgeon Corwin
supportati da:
- 6 uomini dalla USS Colorado
- 3 dalla USS Alaska
- 3 dalla USS Benicia
Per un totale di 12 uomini.
Equipaggiamento e Munizioni:
Ogni uomo portava 60 colpi per armi leggere, con ulteriori 100 colpi a testa inviati dalle navi USS Monocacy e USS Palos. I pionieri portavano attrezzi da trincea e da scavo per erigere difese o postazioni per l’artiglieria.
Tutti gli uomini avevano coperte arrotolate sulla spalla, tenda e pentole appese alla cintura, con razioni cotte per due giorni.
A sinistra/In alto: Un Hongip’o, un cannone ad avancarica utilizzato dal Regno di Chosŏn negli anni del XIX secolo. In questo caso, Hongip’o le la traduzione coreana di Hóngyípào (Cinese) e di Hồng di Pháo (Vietnamita). Il termine può essere tradotto come “Cannone dei Barbari Rossi” o “Cannone delle Giubbe Rosse”, e si riferisce ai cannoni ad avancarica forniti dai portoghesi alla Cina intorno al XVIII secolo e da lì esportati e copiati dalle nazioni amiche della Cina (Foto blog.naver.com via 방랑가족)
A destra/In basso: L'equipaggio della USS Monocacy sul ponte della nave durante la spedizione. (Foto National Museum of the US Navy)
Bombardamento del Forte del Fiume Salée, 1° giugno 1871
In seguito al parziale fallimento dei negoziati del 31 maggio 1871, il 1º giugno la cannoniera USS Palos e la nave USS Monocacy furono distaccate dal resto della squadra navale statunitense e inviate verso lo Stretto di Sondol, al largo dell’isola di Kanghwa, con l’incarico di effettuare rilevamenti della profondità delle acque, probabilmente in preparazione di ulteriori operazioni navali. Non disponiamo di dati certi circa l’orario esatto di inizio dell’operazione; è tuttavia attestato che, durante l’avvicinamento, le due unità vennero fatte segno del fuoco proveniente dalla fortezza di Ch’ojijin, la più meridionale delle installazioni difensive situate lungo la costa dell’isola di Kanghwa e parte integrante del sistema di difesa dell’accesso al fiume Salée e alla capitale.
Le cause immediate dello scontro sono tutt’oggi oggetto di dibattito storiografico. È certo che si trattò di un’iniziativa locale, in quanto non risulta che alle truppe coreane fosse stato impartito alcun ordine formale di attacco. Lo stesso percorso nello Stretto di Sondol era stato già seguito nel 1866 dalla flotta francese, che in quella circostanza era entrata in conflitto con le forze coreane; tale precedente, unitamente al rigido divieto di accesso imposto agli stranieri in quell’area e al clima di forte diffidenza verso le potenze occidentali, rende plausibile l’ipotesi che la decisione dei soldati coreani di aprire il fuoco sia derivata da timore di una nuova spedizione punitiva o da un’estrema lealtà nei confronti del sovrano.
Gli statunitensi reagirono prontamente. Il comandante della USS Palos, Homer C. Blake, e il comandante della USS Monocacy, Edward P. McCrea, impartirono l’ordine di aprire il fuoco contro la fortezza di Ch’ojijin. Il comandante del distaccamento del Corpo dei Marines, capitano McLane Tilton, avrebbe in seguito affermato che “nemmeno nella Guerra Civile eravamo stati sottoposti a un fuoco così feroce”, sottolineando così l’intensità del bombardamento coreano. Nonostante tale testimonianza, l’esito immediato dello scontro fu relativamente contenuto per il contingente statunitense, che lamentò soltanto tre feriti. Le perdite coreane furono stimate dagli statunitensi in un numero imprecisato di morti e in circa 20 feriti, sebbene tali cifre rimangano difficilmente verificabili e vadano considerate con prudenza.
Sulla base dei resoconti della battaglia e delle testimonianze statunitensi, è possibile confermare l’impiego, da parte coreana, sia di artiglieria tradizionale sia dei cosiddetti ch’ŏngt’ong, vale a dire pezzi d’artiglieria di piccolo calibro che, nella nomenclatura italiana, possono essere considerati sostanzialmente equivalenti ai falconetti. Tali armi, di concezione più antica ma ancora diffuse nelle difese costiere coreane, testimoniano la coesistenza, in questo teatro operativo, di tecnologie militari eterogenee e di un sistema difensivo che cercava di adattarsi, con mezzi limitati, alla pressione crescente delle potenze occidentali.
Dopo lo scontro, sulla USS Colorado, il ministro statunitense in Cina, Frederick F. Low e il comandante militare della spedizione, commodoro John Rodgers fecero una lunga riunione per decidere come reagire all’incidente. Il prestigio della US Navy era stato messo in discussione e l’offesa alla bandiera andava vendicata. Purtroppo le fonti che trattano l’incidente si dividono totalmente sui successivi giorni di scontri.
Iniziamo con la più ufficiale versione statunitense, riportata nella maggior parte delle fonti. L’ambasciatore Low ed il commodoro Rodgers arrivarono ad una conclusione: scuse ufficiali per l’incidente entro dieci giorni o sarebbero state intraprese azioni di ritorsione.
Il messaggio fu recapitato da un segretario di Low all’amministratore di una prefettura locale. Per tutta risposta, il coreano mostrò grande rammarico per l’accaduto ma difese strenuamente l’azione della fortezza Ch’ojijin, ribadendo che gli statunitensi non avrebbero dovuto disobbedire al divieto di transito lungo lo stretto. Il funzionario coreano volle comunque allungare un rametto d’ulivo agli statunitensi regalando tre tori, 50 galline e 1.000 uova che però vennero rifiutati dal commodoro Rodgers. Solamente allo scadere dell’ultimatum si presero altre decisioni.
Le fonti coreane invece raccontano una storia del tutto diversa. Il 2 giugno 1871, il giorno dopo lo scontro, le navi statunitensi si posizionarono presso l’estuario del fiume Yŏmha, davanti al complesso fortificato di Kwangsŏngbo. Gli statunitensi quindi colpirono il forte coreano spostandosi poi verso sud e sparando contro la fortezza Tŏkchinjin e contro la fortezza Ch’ojijin. Le fonti sudcoreane userebbero un non meglio specificato resoconto del commodoro Rodgers del 3 giugno 1871 per affermare che durante lo scontro alcune navi statunitensi vennero colpite ma senza arrecare ingenti danni.
Dopo lo scambio di cannonate, il ministro Low fece piantare su una spiaggia un palo con un messaggio in cui ribadivano le loro precedenti richieste di commercio e di dialogo con il sovrano. I coreani portarono il messaggio a Jeong Gi-won, Chinmusa locale ( funzionario incaricato della difesa costiera), che rispose agli statunitensi. Il coreano replicò affermando che gli statunitensi si erano illegalmente addentrati lungo lo Stretto di Sondol e che il Regno Chosŏn non intendeva aprirsi ai commerci occidentali. Venne quindi reiterata la loro richiesta di andarsene e gli statunitensi gettarono l’ancora a Mulch’i (Mulchido o Mulchi-do), una piccola isola a 15 km a sud dell’imbocco dello Stretto di Sondol. Tuttavia gli statunitensi lanciarono un ultimatum in cui annunciavano che, in assenza di una risposta entro due o tre giorni, avrebbero attaccato le forze coreane. Comunque siano andate realmente le cose, fino a tutto il 9 giugno la situazione rimase immutata. Il commodoro Rodgers organizzò una forza di spedizione mista che contava un totale di 651 uomini, 109 marines al comando del capitano McLane Tilton e 542 marinai, scelti tra volontari e membri dell’equipaggio che non erano fondamentali a bordo. Il gruppo venne diviso e addestrato nei giorni successivi, mentre il commodoro Rodgers organizzò lo sbarco, i rifornimenti e i piani per l’attacco di terra. L’ambasciatore Law non lasciò più spazio alla mediazione, ma anzi, in contrasto alla sua figura di diplomatico, sostenne e spronò il commodoro Rodgers nel suo piano di vendetta. I coreani passarono i giorni a riparare i danni subiti dalle fortezze e a rinforzare le difese.
Durante questo periodo di quiete, il commodoro Rogers, ormai passato al comando della spedizione a causa dei falliti negoziati, ricevette una lettera dal sovrano coreano, Re Kojong in persona. Il sovrano coreano rimase elusivo, ma spiegò chiaramente che non voleva scendere a patti con gli statunitensi per un accordo economico. Il sovrano sottolineò che il popolo coreano non era nemico degli Stati Uniti, che l’incidente della SS General Sherman non era stato causato dai coreani ma dalla nave e, a titolo d’esempio citò tre casi in cui marinai statunitensi naufragati vennero soccorsi e trasportati in Cina per poter essere rimpatriati.
Il sovrano non si scusò per quanto avvenuto, e i due comandanti statunitensi decisero di ignorare la lettera, non inviando alcuna risposta.
A sinistra/In alto: L' USS Palos immortalata nello Stretto di Sondol durante la spedizione in Corea(Foto NARA)
A destra/In basso: Il Tondae Sŏmam, il più meridionale della fortezza Ch’ojijin, e quindi, di tutto lo schieramento di Kanghwa. (Foto blog.naver.com via Lee Gwang-sik )
La Battaglia di Kanghwa
La mattina del 10 giugno 1871 la piccola flotta statunitense dell’Asiatic Squadron raggiunse Point Du Conde, e iniziò a sparare sulla fortezza Ch’ojijin (Fort Du Conde). Mentre le bordate delle navi statunitensi si infrangevano sulle difese coreane, 24 lance a remi vennero calate in acqua. Le imbarcazioni a remi sbarcarono i 651 soldati della forza d’attacco statunitense in delle distese di fango a sud della fortezza. Successivamente vennero sbarcati anche i sei cannoni Dahlgren Boat Howitzer da 4,62 pollici che vennero trasportati con immensa difficoltà sulla terraferma.
Il forte fu trovato abbandonato, anche se alcune fonti parlano di leggeri scontri in cui i coreani opposero una leggera resistenza.
In poco tempo gli statunitensi occuparono la fortezza Ch’ojijin e proseguirono a nord in direzione della fortezza Tŏkchinjin (Fort Monocacy) venendo però rallentati nell’avanzata dai coreani che si erano ritirati dalla fortezza Ch’ojijin. Solo l’intervento dei cannoni Dahlgren della compagnia d'artiglieria del first lieutenant Douglas Cassel fece disperdere i coreani. Fu probabilmente in questi scontri che il marinaio James F. Merton della D Company fu ferito gravemente.
La seconda fortezza, quella di Tŏkchinjin cadde in mani statunitensi senza colpo ferire, essendo stata abbandonata per tempo dai coreani. Il Chinmuchunggun Eo Jae-yeon aveva dato ordine di ritirarsi, come aveva ordinato anche per la fortezza Ch’ojijin. La strategia era quella di rafforzare le difese alla fortezza Kwangsŏngbo e rallentare gli statunitensi che, ignari dell'abbandono, bombardarono le fortezze e spesero tempo prezioso ad avvicinarsi furtivamente alle mura.
Dopo la cattura del secondo forte gli statunitensi spesero il resto della giornata a demolire le difese coreane: alla fortezza Ch’ojijin vennero demolite parte delle mura, la polveriera e il mastio della cittadella, mentre alla fortezza Tŏkchinjin vennero abbattute parte delle mura difensive.
Per la notte, gli statunitensi rimasero nei pressi della fortezza Ch’ojijin accampandosi separatamente marines e marinai mentre le navi rimasero ancora al largo di Point Du Conde. Gli statunitensi avrebbero potuto proseguire ma il trasporto e lo spostamento dei cannoni nel fango della costa si dimostrò più lento e faticoso del previsto e gli uomini erano affaticati. La stanchezza era dovuta anche alla demolizione e nel gettare in acqua i cinquanta o sessanta cannoni di vario modello e calibro situati all’interno delle due fortezze catturate.
A sinistra/In alto: Mappa degli scontri tra statunitensi e coreani durante lo Shinmiyangyo. (Mappa tratta da William Elliot Griffis Corea, the hermit nation)
A destra/In basso: Le forze statunitensi sulle mura del Ryongdu Tondae alla fortezza Tŏkchinjin il 10 giugno 1871. (Foto NARA )
Battaglia del Forte Kwangsŏngbo
Il giorno successivo, l’11 giugno 1871 avvenne lo scontro più cruento e famoso della spedizione, l’attacco al forte Kwangsŏngbo (Fort McKee), il terzo forte, il più grande e quartier generale delle forze coreane. Le navi statunitensi iniziarono a colpire il forte e gli altri tre più a nord con i loro cannoni mentre le truppe statunitensi a terra avanzavano. Nell’area di Tŏksŏng (a metà tra la fortezza Tŏkchinjin e la Kwangsŏngbo) gli statunitensi si accorsero di avere sulla propria sinistra, proveniente dall’entroterra, una forza di truppe coreane che seguivano le loro mosse, parte delle quali erano uomini che si erano ritirati dalle due fortezze il giorno prima. A causa della limitata gittata e precisione delle armi coreane, i danni di questi attacchi ai fianchi furono pressoché nulli, ma infastidirono le forze statunitensi rallentandole. I marinai e marines statunitensi soprannominarono i coreani “L’Esercito Fantasma” perché rimasero tutto il tempo a monitorare i movimenti statunitensi rimanendo però ben nascosti e lanciando solo qualche sporadico attacco.
Le due batterie d'artiglieria statunitensi vennero quindi separate e poste su due colline, la Batteria Destra del Second Lieutenant Snow su tre pezzi si posizionò su una collina, nell’attuale centro del paesino di Tŏksŏng (Deokseong-ri), mentre la Batteria Sinistra del second lieutenant Mead con i restanti tre cannoni si posizionò su una collina circa 500-600 metri più a nord. Le restanti forze statunitensi si posizionarono in una piccola gola a sud del complesso di fortificazioni Kwangsŏngbo, protette dal fuoco nemico, pronte a lanciare un assalto all'orario stabilito. Le truppe statunitensi davanti a Kwangsŏngbo attesero la conclusione del violento bombardamento navale e delle due batterie terrestri che aprirono diverse brecce nelle mura difensive. L’assalto statunitense fu guidato dal tenente Hugh Wilson McKee, giovane ufficiale di 27 anni della USS Colorado al comando della D Company, che si era distinto durante i suoi studi all’accademia navale. McKee si mise in testa dei suoi uomini e percorse i circa 200 metri che lo separavano dalle mura della fortezza.
Gli inesperti soldati coreani nel forte, seppur armati di archibugi, non furono in grado di coordinare la difesa ed iniziarono a sparare individualmente, quasi alla cieca, perdendo ogni possibilità di causare danni ingenti alle forze statunitensi.
Lo scontro tra le truppe statunitensi e quelle coreane fu brutale anche se durò, secondo fonti statunitensi, solamente 15 minuti. Tutto iniziò quando il tenente McKee si arrampicò nel forte da una delle brecce nelle mura seguito dai suoi uomini. L’ufficiale di marina statunitense fu gravemente ferito da un soldato coreano che lo colpì al ventre, probabilmente con una Tangp’a (lancia a tre punte, nella nomenclatura italiana chiamato brandistocco). Quattro marinai che seguivano McKee iniziarono uno scontro con i difensori coreani: l’aiutante, tenente Winfield S. Schley, e i marinai William F. Lukes, Seth A. Allen e Thomas Murphy supportati successivamente da altri soldati della compagnia che continuavano ad arrampicarsi sulle mura del forte.
Per ricostruire quanto accaduto in seguito abbiamo utilizzato le motivazioni delle medaglie al valore statunitensi e le testimonianze dei veterani. Il ten. Schley sparò con la sua rivoltella al soldato coreano che aveva infilzato McKee con la Tangp’a e continuò a combattere.
Del durissimo scontro all’arma bianca che ne seguì i coreani riuscirono ad uccidere anche il marinaio Seth A. Allen ed il suo parigrado Thomas Murphy. Il marinaio Lukes sopravvisse, benché perse i sensi a causa di varie ferite riportate nel combattimento.
Il quartiermastro Frederick Franklin che era entrato nella breccia dietro McKee, assunse provvisoriamente il comando della D Company di McKee, ma non prese il comando delle forze statunitensi all’assalto, che di fatto rimasero prive di ordini.
A questo punto, dalla breccia nel forte erano riusciti ad arrampicarsi solo un numero limitato di marines e marinai mentre buona parte delle truppe statunitensi era rimasta momentaneamente bloccata sotto le mura del forte dalle truppe coreane che sparavano dalle mura e dalle brecce per fermare gli statunitensi. A corto di munizioni, terrorizzati dalla situazione e dall’apparente invincibilità degli statunitensi, la difesa vacillò e le truppe statunitensi al di fuori del forte iniziarono ad arrampicarsi verso le brecce nelle mura. I coreani iniziarono a cedere terreno anche se vi furono casi di soldati, rimasti disarmati e sulle mura, che gettavano pietre del forte distrutte dalle cannonate, contro gli statunitensi.
Il nostromo Alexander McKenzie, uno dei soldati che aveva seguito McKee fu ferito alla testa con una spada ma mantenne la posizione anche grazie al marines John Coleman che venne premiato con la Medal of Honor proprio per aver salvato McKenzie.
Un altro marinaio, William Troy, venne gravemente ferito durante lo scontro intorno a McKee insieme al quartiermastro Samuel F. Rogers.
Le truppe statunitensi intanto raggiunsero il piccolo gruppetto di McKee, riuscendo ad evacuare il tenente e il marinaio Lukes, ma lo slancio non venne perso, pur in mancanza di ordini, venne lanciato un assalto ai vari bastioni della fortezza Kwangsŏngbo.
Tre uomini in particolare, i marines Hugh Purvis e Charles Brown ed il marinaio (carpentiere) Cyrus Hayden vennero premiati per un’ardita mossa: mentre ormai le truppe statunitensi entravano libere dalle brecce della fortezza, i tre uomini corsero verso il pennone centrale. Mentre il marinaio Hayden forniva copertura, i due marines ammainarono lo stendardo coreano che garriva al vento e lo portarono sulla USS Colorado.
Si trattava del Eo Jae-yeon Changgun'gi (bandiera di guerra del Chinmuchunggun Eo Jae-yeon) che viene spesso chiamata Sujagi per via dei caratteri Hanja dipinti sopra: 帥 che si traducono approssimativamente come “Bandiera del Comandante Generale”.
Intanto il generale Eo Jae-yeon con suo fratello minore al fianco, Eo Jae-sun, combatteva strenuamente le truppe statunitensi. Si hanno poche testimonianze sulle sue azioni in battaglia, una è tratta da Maech’ŏnyarok. Eo Jae-yeon combattè il nemico con la sua spada finché essa non si ruppe. Continuò a respingere il nemico scagliando palle di cannone, ma alla fine fu ferito a morte da un fendente di una lancia e, infine decapitato. Questa versione stride con le testimonianze post-battaglia coreane che riportarono, invece, che il cadavere Eo Jae-yeon non subì brutalità di alcun genere.
L’uomo che colpì il generale coreano con la “lancia” fu il soldato semplice del Corpo dei Marines James Dougherty che venne ferito nello scontro, e per le sue azioni venne insignito della Medal of Honor. Il soldato in quel momento fungeva da alfiere ed era “armato” solamente di una bandiera legata ad una lancia che usò per colpire a morte il generale nemico.
"Quando la situazione militare divenne critica, Eo Jae-yeon disse: ‘Ho ricevuto i benefici del mio paese, dunque non mi resta che adempiere al mio dovere fino alla morte’. Si alzò, si mise alla testa delle truppe e guidò l’attacco con i cannoni, impiegando tutte le sue forze. Quando le munizioni finirono, continuò a brandire la sciabola, uccidendo i nemici in combattimento corpo a corpo. Dopo circa un’ora, la battaglia volse al peggio, e ormai esausto, cadde eroicamente nel mezzo della mischia."
Anche in questo caso, ci viene riportato un dato contrastante, un’ora di combattimenti rispetto ai 15 minuti riportati dagli Stati Uniti.
Altri uomini che ricevettero la medaglia al valore quel giorno furono: il quartiermastro capo Patrick H. Grace che comandò con coraggio e determinazione i suoi uomini, il soldato semplice dei marines Michael McNamara che riuscì a strappare dalle mani di un nemico il suo moschetto e lo uccise, salvando la vita ad un commilitone.
Infine, il soldato semplice dei marines Michael Owens fu ferito durante un combattimento corpo a corpo.
Nel rapporto del colonnello Lewis Kimberly, comandante delle forze di terra, si fece riferimento a due situazioni molto interessanti, non riportate dalle fonti principali. Il colonnello della marina, al comando delle forze di terra riportò che un centinaio di coreani diretto al forte venne preso di sorpresa da una batteria di cannoni al comando diretto del tenente Douglas Cassel (comandante delle due batterie) che, formata una linea, li decimò prima che potessero entrare nel forte a sostenere i compagni. Altri gruppi di ritardatari coreani che si ritirarono nell’entroterra furono trovati durante dei pattugliamenti e uccisi anche loro o colpiti dai cannoni durante la ritirata. Il Commodoro Rodgers e altri veterani però non riportano tali azioni nei loro documenti o testimonianze.
I coreani decimati dall'artiglieria erano solo una piccola frazione delle forze coreane allertate dagli scontri. Queste unità in arrivo da Pŏpsŏng, Sinhyŏn e Kiljik, tre villaggi a ovest della fortezza coreana erano in numeri molto maggiori rispetto a “un centinaio” come riportato dal colonnello Kimberly nel suo rapporto. Si trattava probabilmente di un primo scaglione di uomini, più vicino al forte, che intervenne tempestivamente senza attendere i rinforzi nei villaggi (che potevano arrivare a contare oltre 500 soldati). Dopo la forte reazione statunitense che decimò il primo gruppo, le forze coreane annullarono l'attacco.
Alla fine dello scontro gli statunitensi lamentarono tre morti e dieci feriti; nel numero è incluso il ten. McKee, deceduto alle 17:45 dell’11 giugno a bordo della USS Monocacy per le ferite riportate negli scontri.
Gli statunitensi contarono i cadaveri di 243 coreani all’interno della fortezza Kwangsŏngbo e testimoniarono di aver visto molti soldati coreani tentare di ritirarsi a nuoto.
Nella realtà, circa un centinaio di soldati che non accettarono la sconfitta, si annegarono nello Stretto di Sondol, per ripulire l’onta del disonore a se stessi e al sovrano.
Con i soldati che commisero l’estremo sacrificio, più quelli uccisi fuori dalle mura della fortezza, il numero totale di morti coreani per la battaglia arrivò a raggiungere i circa 450-500 uomini. Gli statunitensi catturarono anche 20 prigionieri, alcuni feriti, che vennero tradotti successivamente sulla USS Colorado. Il numero di feriti coreani dello scontro è sconosciuto, perché chi fu in grado di fuggire, si ritirò nell’entroterra o scelse il suicidio e non poterono essere quindi conteggiati correttamente nelle fonti statunitensi.
Questi numeri, purtroppo già troppo alti se si considera lo scopo iniziale della spedizione statunitense, sono da considerare per il solo scontro nella fortezza Kwangsŏngbo dell’11 giugno 1871. I coreani subirono altri morti e feriti anche durante i vari bombardamenti a tutte e sei le fortezze lungo la sponda ovest dello Stretto di Sondol e la distruzione di almeno due batterie costiere. Gli scontri a terra per la conquista della fortezza Ch’ojijin e l’azione di disturbo verso il forte Tŏkchinjin del 10 giugno causarono certamente molte altre vittime, stimabili in un totale di 500-600 morti. A parte il ferimento di alcuni marinai durante i bombardamenti dei primi giorni di giugno e del marinaio James F. Merton, ferito il 10 giugno, non si hanno informazioni sulle perdite statunitensi fino alla battaglia per la fortezza Kwangsŏngbo. Si potrebbero stimare le perdite statunitensi in circa 5-6 morti e un numero compreso tra 50 e 100 feriti comprendendo anche i marinai feriti durante i bombardamenti alle fortezze coreane e le perdite subite l’11 giugno già discusse in precedenza.
A sinistra/In alto: Una mappa della battaglia del Forte Kwangsŏngbo creata dall’autore. (Mappa openstreetmap.com + modifica autore)
A destra/In basso: L’equipaggio di un Dahlgren Boat Howitzer da 4,62 pollici della USS Lehigh schierato, pronto ad aprire il fuoco. (Foto Naval History and Heritage Command)
I Decorati al Valor Militare Statunitensi
John Andrews
Rango: Ordinary Seaman, US Navy
Unità: USS Benicia
Data dell'azione: 9-10 giugno 1871
Citazione: Durante l'azione contro le fortezze coreane, Andrews, stazionato al comando della lancia della Benicia, rimase fermo nella sua posizione pericolosa sotto un pesante fuoco nemico, fornendo rilevamenti con calma e precisione.
Charles Brown
Rango: Corporal, US Navy
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: A bordo della USS Colorado, Brown assistette nella cattura dello stendardo coreano al centro della cittadella della fortezza.
James Dougherty
Rango: Private, US Marine Corps
Unità: USS Benicia
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Ferito più volte durante varie azioni, Dougherty tornò invariabilmente al dovere, dimostrando costanza e dedizione alla bandiera.
Frederick H. Franklin
Rango: Quartermaster, US Navy
Unità: Ship's Company D, USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Assumendo il comando della Compagnia D dopo la morte del tenente, Franklin guidò coraggiosamente le sue truppe durante l'attacco alle fortezze coreane.
John Coleman
Rango: Private, US Marine Corps
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Combattendo corpo a corpo con il nemico, Coleman salvò la vita di Alexander McKenzie.
Patrick H. Grace
Rango: Chief Quartermaster, US Navy
Unità: USS Benicia
Data dell'azione: 10-11 giugno 1871
Citazione: Durante l'attacco alle fortezze coreane, Grace dimostrò freddezza e condotta meritoria per tutta l'azione.
James F. Hayden
Rango: Carpenter, US Navy
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Servendo come portabandiera del battaglione, Hayden piantò la sua bandiera sulle mura della cittadella e la protesse sotto un pesante fuoco nemico.
Michael McNamara
Rango: Private, US Marine Corps
Unità: USS Benicia
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Avanzando verso il parapetto, McNamara strappò un fucile a miccia dalle mani di un nemico e lo uccise.
Michael Owens
Rango: Private, US Marine Corps
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Combattendo coraggiosamente in un corpo a corpo, Owens fu gravemente ferito dal nemico durante l'azione.
Samuel F. Rogers
Rango: Quartermaster, US Navy
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Combattendo coraggiosamente al fianco del tenente McKee, Rogers fu ferito dal nemico.
William Troy
Rango: Ordinary Seaman, US Navy
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Combattendo al fianco del tenente McKee, Troy fu gravemente ferito dal nemico, ma fu particolarmente elogiato per il suo coraggio.
Alexander McKenzie
Rango: Boatswain’s Mate, US Navy
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Durante la cattura delle fortezze coreane, McKenzie, combattendo al fianco del tenente McKee, fu colpito da una spada, ricevendo una grave ferita alla testa.
Hugh Purvis
Rango: Private, US Marine Corps
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Purvis dimostrò coraggio e determinazione durante il combattimento corpo a corpo nella cattura delle fortezze coreane.
Cyrus Hayden
Rango: Carpenter, US Navy
Unità: USS Colorado
Data dell'azione: 11 giugno 1871
Citazione: Come portabandiera, Hayden piantò la bandiera sulle mura della fortezza sotto un intenso fuoco nemico, mostrando straordinario coraggio.
James F. Merton
Rango: Landsman, US Navy
Unità: ?
Data dell'azione: 9-10 giugno 1871
Citazione: Merton fu gravemente ferito al braccio mentre cercava di farsi strada in una delle fortezze coreane.
A sinistra/In alto: Un immagine ricolorata della Eo Jae-yeon Changgun'gi a bordo della USS Colorado. Nella foto sono presenti i due marinai che la catturarono: corporal Charles Brown (sinistra), private Hugh Purvis of the USS Alaska (centro) e a sinistra il capitano del Corpo dei Marines McLane Tilton, comandante delle forze di terra. (Foto NARA)
A destra/In basso: Foto scattata al soldato Hugh Purvis il 1° gennaio 1871. (Foto USMC)
Fine della Spedizione
"I soldati coreani combatterono coraggiosamente contro le moderne armi da fuoco americane, pur disponendo di armi antiquate e premoderne. I soldati coreani, lottando con decisione e valore, difesero le loro postazioni senza alcun timore, cadendo sul campo. Non si può trovare un popolo che abbia combattuto in modo più eroico per la propria nazione e il proprio popolo.”
Gli statunitensi passarono il resto dell’11 giugno a contare i morti, accatastare armi e evacuare i propri feriti. I cadaveri dei soldati coreani vennero ammucchiati in uno dei fossati del forte Kwangsŏngbo e seppelliti. Dopo essere rimasti per la notte nella fortezza, le truppe statunitensi vennero reimbarcate sulle cinque navi da guerra il 12 giugno. La fase di imbarco avvenne dalla sponda sud del forte per proteggere le navi da eventuali batterie costiere avversarie. La USS Monocacy rimase invece più a nord, ancorata ad una piccola isola, per controllare eventuali movimenti coreani. Terminato il reimbarco si tentò di parlamentare con gli amministratori locali usando come leva diplomatica il rilascio dei 20 prigionieri catturati alla fortezza Kwangsŏngbo.
Al contrario di quanto gli statunitensi pensavano, gli amministratori locali consideravano i prigionieri codardi e fecero sapere all’ambasciatore Low che poteva anche tenerseli. I prigionieri furono comunque rilasciati dalle forze statunitensi che non erano interessate a riportarli in Cina. Vale la pena notare che uno di questi soldati aveva subito una grave ferita ad un arto superiore che era andato in cancrena, prima di consegnarlo ai coreani, l’uomo venne operato e gli fu amputato il braccio. In secondo luogo, secondo studi sudcoreani, i 20 soldati rilasciati non subirono umiliazioni o punizioni dopo la battaglia, ma anzi, vennero trattati da eroi ed alcuni ricevettero anche encomi. Le navi statunitensi rimasero a largo dell’isola di Kanghwa fino al 3 luglio 1871 e poi tornarono in Cina.
Le motivazioni che portarono a questa decisione, non furono tanto il fallimento della diplomazia, ma l’incapacità di poter lanciare un assalto di maggior portata.
Durante l’attacco alla fortezza Kwangsŏngbo gli statunitensi avevano utilizzato circa la metà delle munizioni ed iniziavano a diminuire le riserve d’acqua. Altri due problemi non di poco conto erano sorti, il primo di natura climatica. L’estate del 1871 in Corea fu insolitamente calda ed umida, portando ad un facile deterioramento delle cartucce delle armi personali come fucili e rivoltelle. In secondo luogo alcuni sintomi epidemici a bassa pericolosità si stavano diffondendo tra gli equipaggi (piattole, scorbuto etc) e non era di conseguenza consigliabile un prolungamento della spedizione.
In ultimo mancavano le forze per un'azione decisa. Avendo annientato le forze avversarie lungo lo Stretto di Sondol, gli statunitensi avevano accesso al fiume Salée, da dove, dopo una navigazione di circa 60 km avrebbero raggiunto la città fluviale di Yongsan e da lì Hansŏng, la capitale del Regno Chosŏn.
Per un attacco del genere potevano recuperare circa 1.000 soldati lasciando circa 500 marinai a operare le cinque navi da guerra, ma anche così, si sarebbe trattato di una forza esigua per espugnare la città di Hansŏng che all’epoca contava una popolazione stimata da 150.000 a 200.000 abitanti, con una guarnigione di circa 15.000 soldati e una cinta muraria di oltre 18 km di lunghezza fuori dalla portata dei cannoni navali e troppo resistenti per i sei cannoni campali.
A sinistra/In alto: Alcuni marinai e marines statunitensi sulla spiaggia di fronte al forte Kwangsŏngbo. (Foto NARA)
A destra/In basso: Un gruppo di 12 prigionieri coreani catturati durante gli sull'isola di Kanghwa sono fotografati sul ponte della USS Colorado nei giorni successivi all'11 giugno 1871. (Foto NARA)
Il Bottino Statunitense
La Eo Jae-yeon Changgun'gi, meglio nota in occidente come Sujagi (帥), era un grande stendardo giallo di 4,15 m x 4,35 m, con ideogrammi hanja che rappresentavano il comando del generale Eo Jae-yeon. Questa bandiera fu catturata dai marines statunitensi durante l'assalto al Forte Kwangsŏngbo l’11 giugno 1871. Fu portata negli Stati Uniti come trofeo e conservata al US Naval Academy Museum di Annapolis, Maryland, per oltre un secolo. Nel 2007, fu rimpatriata in Corea del Sud su base di prestito, inizialmente fino al 2023, e ora esposta al Ganghwa History Museum.
Anche una splendida Myŏnje Baegap fu tra gli oggetti portati negli Stati Uniti dopo la United States Expedition to Korea. Si tratta di un'armatura che in italiano viene tradotta come gambestone corto, un tipo di armatura molto in uso in Europa tra il XIV ed il XVI secolo. Si tratta di un armatura imbottita in tessuto di cotone cucita con fili di canapa formata da 30 strati di cotone che formano uno spessore di circa 25 mm. Le controparti europee venivano indossate sotto le cotte di maglia o altri tipi di armatura, quella coreana invece era parte della divisa standard, soprattutto in inverno, ma poteva essere indossata sotto altri tipi di armatura. Venne introdotta dall’esercito del Regno Chosŏn dal 1866, dopo la spedizione francese in Corea.
La tesa, i copriorecchie e il lembo di protezione del collo dell’elmo sono trapuntati secondo un metodo convenzionale. L’elmo è rinforzato da un puntale con quattro bande radianti in ferro stagnato. All’interno della tunica e dell’elmo sono scritti a inchiostro i nomi di tre membri della famiglia Kim, che con ogni probabilità, furono in passato i proprietari e utilizzatori di questa armatura.
L’elemento decorativo più evidente di questa armatura è costituito da una serie di cinque simboli taoisti impressi a inchiostro sul davanti e sul retro delle falde dell’armatura, all’altezza delle scapole, nonché sui paraorecchie e sul lembo del collo dell’elmo. Essi rappresentano i Wu-yüeh (Cinque Monti), venerati in quanto ritenuti capaci di mantenere la pace e la stabilità universali e di influenzare il destino dell’umanità. Ciascun monte simbolico era associato a una delle cinque direzioni, nord, sud, est, ovest e centro, e a un determinato monte reale esistente.
In quanto amuleti, i simboli, insieme alle rispettive direzioni e montagne, possedevano specifici poteri protettivi, particolarmente adatti all’impiego nella decorazione delle armature. Il Monte Orientale garantiva una lunga vita, il Monte Meridionale proteggeva dai nemici o dal fuoco, il Monte Centrale conferiva sollievo dalla fatica, il Monte Occidentale preservava dalle ferite d’arma bianca, e il Monte Settentrionale tutelava dai pericoli legati all’acqua, quali l’annegamento o il naufragio.
Sono anch’esse di tradizione taoista le cinque colonne di fu-lu, talismani magici in forma di caratteri cinesi stilizzati, che compaiono sul davanti della cintura. Si riteneva che tali talismani avessero il potere di allontanare gli spiriti maligni e di offrire protezione da diversi tipi di pericolo o di sventura. La decorazione di questa armatura invoca inoltre una protezione divina aggiuntiva tramite una formula buddhista, ripetuta quattro volte sull’elmo e una volta sul retro della cintura. L’invocazione è composta da sei caratteri in Siddham, uno degli alfabeti di derivazione sanscrita riservati alla letteratura sacra in Cina, Corea e Giappone. Si tratta del mantra Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, traducibile come “Possano la mia mente e il mio cuore realizzare l’unione del gioiello della compassione con il loto della saggezza”. È tradizionalmente associato al bodhisattva della compassione Kwanŭm Bosal, “Bodhisattva che ascolta i lamenti del mondo”, e recitarlo è ritenuto un atto di devozione che purifica, protegge e coltiva in chi lo pronuncia la compassione illuminata.
Oltre alla Eo Jae-yeon Changgun'gi e alla Myŏnje Baegap, le fonti riportano la cattura di un totale di 47-50 bandiere e stendardi militari vari, inclusi stendardi di unità e lance con bandiere attaccate. Queste furono prese dalle fortezze coreane e portate in patria come prove della conquista delle posizioni nemiche. Molte di queste rimasero nel museo della Naval Academy, dove furono "riscoperti" nel 2018 dietro altri espositori.
A sinistra/In alto: L’armatura Myŏnje Baegap esposta negli Stati Uniti fu parte del bottino portato dagli statunitensi dopo la spedizione in Corea. Le immagini qui pubblicate furono scattate al Metropolitan Museum, ma dal 2007 l’armatura e altri oggetti sono stati riconsegnati alla Repubblica di Corea ed è oggi esposta al National Palace Museum of Korea di Seul. (Foto Metropolitan Museum New York)
A destra/In basso: La Eo Jae-yeon Changgun'gi esposta al Ganghwa History Museum. (Foto Ganghwa History Museum)
Il Punto di vista coreano
Affermare che le truppe coreane fossero equipaggiate con armamento obsoleto è certamente corretto, ma la determinazione può spesso giocare un fattore cruciale in battaglie come quella del 1871.
A riprova del fatto che i soldati coreani fossero uomini valorosi possiamo portare diverse testimonianze o semplici analisi. Innanzitutto nei resoconti del contrammiraglio Rodgers e del colonnello Lewis Kimberly si fa riferimento al fatto che non un coreano disertò e che si batterono con onore anche con le armi bianche o lanciando massi quando terminavano le munizioni. Il comandante coreano morì combattendo al fianco dei suoi uomini, spronandoli a difendere la fortezza.
Certamente i coreani non erano in grado di resistere ad un attacco di quelle proporzioni, i coreani si rifugiarono nella memoria di quanto avvenuto nel 1866 contro i francesi. In due occasioni, nell’ottobre 1866 i coreani respinsero gli attaccanti francesi dalle loro fortezze, nonostante le armi più moderne in dotazione ai fanti di marina francese, che però erano in netto svantaggio numerico, con solo 160-200 uomini per ogni attacco, privi di artiglieria campale.
Il generale Eo Jae-yeon voleva combattere gli statunitensi nell’entroterra per portarli al di fuori del tiro dell’artiglieria navale e per meglio sfruttare il terreno per sconfiggere gli statunitensi. Questo tipo di condotta spiega perché le prime due fortezze vennero abbandonate prima dell’arrivo delle truppe nemiche. Il generale coreano mandò anche varie unità verso gli statunitensi, queste unità avevano il duplice scopo di saggiare le forze statunitensi, rallentandole e capendo le loro capacità e il più importante ruolo di fungere da esche. Gli statunitensi avrebbero dovuto seguire queste unità che si sarebbero ritirate nell’entroterra portando gli statunitensi fuori dal raggio delle proprie artiglierie navali, ma consci del limite delle loro artiglierie e la quasi mancanza di danni delle unità coreane, portarono gli statunitensi a seguire la strada costiera verso nord senza interruzioni.
Il rifiuto statunitense di cadere nella trappola coreana portò ad una vera disgrazia. Per cercare di logorare gli statunitensi forzandoli a lanciare assalti coordinati da terra e dal mare per espugnare le prime due fortezze coreane sulla costa est dell’isola Kanghwa, il generale Eo Jae-yeon, aveva fatto sgomberare i forti ed ora attendeva nella sua fortezza di Kwangsŏngbo, con una guarnigione rinforzata, credendola impenetrabile come per i francesi qualche anno prima. Il piano principale fu quindi cambiato, durante l’assedio statunitense a Kwangsŏngbo, le sue forze coreane nell’entroterra avrebbero manovrato a tenaglia chiudendo gli statunitensi in un fuoco incrociato costringendoli alla fuga.
Questo piano, che teoricamente avrebbe garantito una rapida fine della campagna militare, fu ostacolato da due fattori, in primis la presenza dei cannoni campali statunitensi: i sei Dahlgren Boat Howitzer da 4,62 pollici erano riusciti a far desistere le truppe dell’entroterra dal lanciare il loro attacco in campo aperto. I cannoni, ben posizionati sulle colline, iniziarono a martellare i coreani da ben oltre il raggio d’azione delle loro armi e le forze rimasero bloccate. In secondo luogo, la morte del generale Eo Jae-yeon e dei suoi luogotenenti privò le forze coreane di una leadership. In un esercito così arretrato, il soldato semplice mancava delle conoscenze più basilari per prendere scelte strategiche e, dopo la perdita del comando, ci si limitò a resistere fino alla morte e a togliersi la vita per aver fallito il proprio scopo.
La caduta della fortezza di Kwangsŏngbo, fortezza più grande dell’isola e quartier generale delle forze di difesa, fu un duro colpo per il morale coreano che, salvo per un attacco notturno, non tentò altre manovre contro gli statunitensi.
L’aver sottovalutato il nemico e la mancanza di una riserva numerosa e velocemente disponibile portò le forze statunitensi a scontrarsi con una misera frazione delle effettive forze coreane sull’isola di Kanghwa che superavano abbondantemente le 2.000 unità. Una meno impavida strategia difensiva avrebbe potuto contenere meglio i danni fisici e morali subiti dalle forze coreane.
Probabilmente per non allarmare la popolazione, il Regno Chosŏn cercò di far passare la vicenda come una vittoria: nominò con il titolo onorifico postumo Ch'ungjang il generale Eo Jae-yeon e a quanto riportato in precedenza, pare che vennero insigniti di titoli e medaglie anche alcuni dei 20 prigionieri e dei soldati che presero parte alla battaglia.
A sinistra/In alto: La fortezza Ch’ojijin fotografata da Felice Beato dopo il bombardamento statunitense, ma prima della demolizione. Nell’immagine dovrebbe essere ritratto il muro difensivo della fortezza con una piccola caserma sulla destra. Nell’immagine si vedono bene anche un paio di Pullanggi, un tipo di cannone a retrocarica introdotto in Corea grazie ai cinesi nel 1550 circa. (Foto ganghwado.co.kr)
A destra/In basso: Un altra immagine scattata al forte Kwangsŏngbo. Sulla sinistra si intravede quello che doveva essere una casamatta per un cannone coreano all’interno delle mura, che furono completamente distrutte. (Foto NARA)
Resoconti Coreani della Battaglia
Il Chinmusa Jeong Gi-won riferì quanto segue:
“Il 25° giorno del mese corrente, dopo la ritirata dei nemici, inviai un ufficiale militare subordinato per condurre un’indagine accurata. Al suo ritorno, questi riferì:
‘Recatisi al bastione di Gwangjin, presso Chaljuso, lo trovarono completamente vuoto; tutte le trincee di terra erano state colmate. Così mobilitammo immediatamente gli abitanti del villaggio per rimuovere la terra. Durante lo scavo, furono rinvenuti, sepolti nelle trincee e coperti di sangue: il Chinmuchunggun Eo Jae-yeon, suo fratello minore Eo Jae-sun, il Taesol Lee Hyeon-hak, il servitore personale Im Ji-paeng, e il Ch’ŏnch’ong Kim Hyeon-gyeong dell’accampamento centrale. I loro corpi erano tutti sepolti nella trincea.
Le restanti salme erano in uno stato di decomposizione tale che i corpi e i volti erano irriconoscibili. Il cadavere del Pyŏljang della fortezza di Kwangsŏngbo, Park Chi-seong, fu ritrovato lungo la riva del fiume dopo il riflusso della marea; egli portava ancora il sigillo ufficiale, che fu raccolto e presentato.
Il corpo del Pyŏlmusa Yoo Ye-jun non è ancora stato rinvenuto, ma circolano voci secondo cui sarebbe stato catturato.’
Nel rapporto di Lee Hak-seong, anch’egli Pyŏlmusa, si afferma quanto segue:
“Durante lo scontro, il Chinmuchunggun Eo Jae-yeon si espose al fuoco nemico senza timore delle lame o dei cannoni, guidando i soldati in prima linea e uccidendo numerosi nemici. Kim Hyeon-gyeong, impugnando una spada cerimoniale (hwando), si fece strada tra i nemici, colpendoli con decisione, finché non perse la vita. Il Pyŏlmusa Yoo Ye-jun seguiva da vicino il Chinmuchunggun e fu colpito da un proiettile.
Il Ch’ogwan Yoo Pung-ro, dell’Ŏyŏngch’ŏng, guidò le truppe infondendo coraggio. Io stesso ho visto Lee Hyeon-hak lanciare grida contro i nemici, ma fui anch’io ferito, persi conoscenza e riuscii a fuggire solo dopo il tramonto”.
e ancora:
“I corpi dei due fratelli Chinmuchunggun furono trattati con ogni onore: furono inviati ufficiali per la vestizione funeraria e i feretri furono trasportati al luogo d’origine secondo un rituale cerimoniale appropriato. I nomi dei generali e dei soldati caduti furono registrati in un elenco ufficiale Seongchaek e resi pubblici. Il Kyŏmjong Kim Deok-won, servitore di Eo Jae-yeon, affrontò le armi nemiche per recuperare e consegnare il sigillo ufficiale del suo signore.”
Dopo la battaglia, le registrazioni del Kojong mostrano come, dal punto di vista coreano, la sconfitta militare a Kwangsŏngbo sia stata subito rielaborata in termini di lealtà, sacrificio e memoria pubblica. Nei giorni successivi allo scontro, la corte discusse a lungo dell’incertezza sulla sorte del Chinmuchunggun Eo Jae-yeon e delle modalità con cui gestire il lutto della famiglia, arrivando a sollevare il figlio Eo Song-su dagli incarichi a Hansŏng in previsione della conferma ufficiale della morte del padre. Ricevuti i rapporti dettagliati sul recupero dei corpi dalle trincee colmate dai nemici e sulla restituzione del sigillo ufficiale, il re Gojong emanò un editto in cui esaltava la “lealtà fulgida” di Eo Jae-yeon, gli conferiva alte onorificenze postume, ne finanziava il funerale e ordinava l’erezione di un monumento commemorativo, accompagnato dalla registrazione formale dei nomi dei caduti nel Sŏngchaek. La narrazione ufficiale, così strutturata, insisteva sulla morte in prima linea del comandante, sul recupero del suo corpo e del suo sigillo come atto insieme eroico e rituale, e sulla costruzione di una memoria pubblica capace di trasformare la disfatta locale in exemplum morale e politico. Parallelamente, le autorità militari furono incaricate di ripristinare, per quanto possibile, le difese danneggiate sull’isola di Kanghwa, intervenendo sulle fortificazioni e sulle opere di terra, nel tentativo di ricomporre non solo l’integrità materiale della linea difensiva, ma anche la dignità simbolica di un presidio che aveva pagato a caro prezzo la propria funzione di baluardo contro le potenze occidentali.
Il Regno Chosŏn dopo la Spedizione
Dopo la spedizione statunitense del 1871, il Regno Chosŏn mantenne ancora per alcuni anni una linea rigidamente isolazionista che vedeva nelle potenze occidentali una minaccia diretta all’ordine politico e all’ortodossia confuciana. Tuttavia, il baricentro iniziò a spostarsi con la pressione crescente del Giappone Meiji, che dopo l’Incidente di Kanghwa del 1875 impose il Trattato di Kanghwa del 1876, con cui la Corea veniva formalmente definita “Stato indipendente” ma, di fatto, aperta al commercio giapponese e gradualmente inserita in una sfera di influenza nipponica, in concorrenza con l’Impero Qīng.
Negli anni 1880 la corte coreana oscillò fra l’appoggio alla Cina e il tentativo di appoggiarsi al Giappone o alle potenze occidentali per controbilanciare la pressione cinese, mentre il paese veniva costretto a firmare una serie di trattati ineguali con Stati Uniti ed Europa e veniva attraversato da conflitti interni, come il colpo di Stato riformista del 1884 e la Rivolta del Tonghak nel 1894. La Guerra Sino-Giapponese del 1894-1895 si combatté in larga parte sul suolo coreano e si concluse con il Trattato di Shimonoseki, che sancì la fine della tradizionale sovranità “protettiva” cinese sulla Corea e rafforzò la presenza giapponese.
Nel 1897 Re Kojong proclamò l’Impero Chosŏn, nel tentativo di affermare una piena indipendenza formale. Di fatto, però, la penisola divenne sempre più il teatro della competizione fra Giappone e Impero Russo, che sfociò nella Guerra Russo-Giapponese del 1904-1905, dalla quale il Giappone uscì vittorioso.
Nel 1905 la Corea fu trasformata in protettorato giapponese con il Trattato di Ŭlsa, che privò il governo di Seul della politica estera e rese l’ “apertura” al mondo occidentale fortemente mediata e controllata da Tokyo. Infine, nel 1910, con l’annessione formale, il paese fu incorporato nell’Impero giapponese, inaugurando un periodo di colonizzazione diretta che avrebbe profondamente segnato la storia e la società coreane fino al 1945.
Dopo la colonizzazione giapponese, terminata nella parte settentrionale della penisola ad agosto 1945, e nella parte meridionale, a settembre 1945, la penisola Coreana non vedrà mai più un unità nazionale, ma divenne, come la conosciamo oggi, una penisola divisa, con la Repubblica Democratica Popolare di Corea o Corea del Nord nella parte settentrionale, e con la Repubblica di Corea, o Corea del Sud, nella parte meridionale della penisola.
Felice Beato
Felice Beato, noto anche come Felix Beato, fu un fotografo italo-britannico attivo nella seconda metà del XIX secolo, considerato uno dei pionieri della fotografia di guerra e della fotografia di viaggio in Asia. Nato probabilmente a Venezia o a Corfù intorno al 1832, operò inizialmente nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente, per poi documentare alcuni dei principali conflitti del tempo, come la rivolta indiana del 1857 e la Seconda Guerra dell’Oppio, oltre a realizzare vasti repertori di vedute urbane, paesaggi e ritratti in India, Cina, Giappone e Birmania. La sua lunga permanenza a Yokohama e la collaborazione con artisti e fotografi giapponesi contribuirono in modo decisivo alla formazione di un linguaggio visivo “esotico” rivolto al pubblico europeo, influenzando profondamente l’immaginario occidentale sull’Estremo Oriente ancora oggi.
Nel 1871 Beato fu incaricato come fotografo ufficiale della United States Expedition to Korea. In questa occasione realizzò una serie di album che costituisce una delle prime testimonianze fotografiche sistematiche della Corea e dei suoi abitanti, nonché il più importante nucleo visivo relativo alla campagna militare statunitense del 1871 tuttora conservato. Le sue immagini documentano le fortificazioni dell’isola di Kanghwa, i paesaggi costieri, le postazioni d’artiglieria coreane appena conquistate, i marinai e i Marines statunitensi schierati dopo l’assalto, oltre a ritratti e “scene di genere” che mostrano civili coreani in abiti tradizionali.
Questo corpus di immagini svolge un duplice ruolo: da un lato è un documento di grande rilevanza storica per la ricostruzione topografica e materiale della spedizione, dall’altro è uno strumento di rappresentazione coloniale, pensato per un pubblico occidentale curioso di “vedere” un paese allora quasi completamente chiuso agli stranieri. La Corea vi appare come uno spazio insieme remoto e vulnerabile, in cui le vestigia delle strutture difensive tradizionali, i Ch’ŏngt’ong e le batterie d’artiglieria, fanno da sfondo alla dimostrazione di forza tecnologica e militare statunitense. Le fotografie di Beato sulla campagna di Kanghwa contribuirono in questo modo a fissare una delle prime iconografie visive della Corea nell’immaginario europeo e nordamericano, anticipando di alcuni decenni la successiva apertura del paese e la circolazione più ampia di vedute e ritratti coreani nei circuiti editoriali e collezionistici internazionali.
Dopo la Corea Beato tornò in Giappone, dove rimase come fotografo, affarista e commerciante fino al 1884, quando, secondo quotidiani giapponesi dell’epoca, perse tutto alla borsa di Yokohama. Nel 1884-1885 fu in Sudan, a seguire una spedizione britannica nel paese, ma nessuna delle sue foto in Sudan è sopravvissuta a noi. Dopo una breve tappa in Inghilterra, Felice ripartì per l’Asia, sta volta in Birmania, dove rimase fino al 1899. A quel punto Felice, tornò in Italia trasferendosi a Firenze dove morì nel 1909. Felice Beato non fece mai più ritorno in Corea.
In alto: Felice Beato in un autoritratto del 1866. (Foto Felice Beato)
Conclusioni
In conclusione, lo Shinmiyangyo del 1871 si configura come un episodio militare quantitativamente limitato, ma di grande rilievo qualitativo nella storia degli incontri ottocenteschi tra le potenze imperiali occidentali e il Regno Chosŏn. La spedizione americana, ufficialmente presentata come una missione volta a chiarire la sorte della SS General Sherman e a negoziare un trattato commerciale, riproduce in realtà la logica della “Diplomazia delle Cannoniere” già applicata in Cina e in Giappone. Essa proiettava le aspirazioni degli Stati Uniti del periodo postbellico, desiderosi di affermare la propria presenza marittima e commerciale in Asia orientale, in un contesto in cui l’isolazionismo coreano non rappresentava un semplice residuo anacronistico, ma una scelta politica deliberata, radicata in secoli di vulnerabilità rispetto alle pressioni cinesi e giapponesi, nonché nella traumatica esperienza della recente aggressione francese e nella percezione della minaccia costituita dalle missioni cristiane.
Da un punto di vista strettamente militare, la campagna nelle acque e sull’isola di Kanghwa mise in evidenza sia l’ampiezza della superiorità statunitense nella potenza di fuoco navale, nell’organizzazione e nella logistica, sia i limiti strutturali di tale superiorità. Il bombardamento delle fortificazioni costiere di Ch’ojijin e Tŏkchinjin, seguito dall’avanzata anfibia e dall’assalto a Kwangsŏngbo, si concluse con un chiaro successo tattico per gli Stati Uniti e con perdite estremamente asimmetriche. Centinaia di soldati coreani furono uccisi, a fronte di poche vittime e feriti tra gli americani, e il complesso fortificato che controllava l’accesso al fiume Salée fu temporaneamente neutralizzato. Tuttavia, la spedizione non riuscì a conseguire i propri obiettivi politici. La scarsità di munizioni e di acqua, le difficili condizioni climatiche, i primi segnali di malattia tra gli equipaggi e, soprattutto, l’inadeguatezza numerica delle forze da sbarco rispetto a una possibile avanzata su Hansŏng, resero impossibile trasformare un’incursione punitiva in un’operazione di coercizione decisiva. Le critiche successivamente rivolte al commodoro Rodgers per avere consumato una parte rilevante delle munizioni senza ottenere un trattato evidenziano questo fallimento strategico.
Se si sposta l’attenzione dal versante americano a quello coreano, il quadro si fa ancor più complesso e distante dalle prime narrazioni occidentali, che descrivevano i difensori come fanatici e tecnologicamente arretrati. La ricostruzione della battaglia sulla base degli annali e delle testimonianze coreane rivela, al contrario, una catena di decisioni tutt’altro che irrazionali. Il comando di Eo Jae-yeon, nominato Chinmuchunggun solo poche settimane prima, cercò di compensare l’inferiorità tecnologica mediante l’uso del terreno, l’abbandono delle posizioni esposte e il tentativo di attirare il nemico all’interno, fuori dalla gittata dell’artiglieria navale. La scelta di evacuare Ch’ojijin e Tŏkchinjin e di concentrare la difesa intorno a Kwangsŏngbo appare, in questa prospettiva, come parte di una strategia coerente piuttosto che come un segno di viltà. I resoconti che sottolineano l’assenza di diserzioni, la persistenza della resistenza anche quando il combattimento si ridusse al corpo a corpo, e la morte di Eo Jae-yeon alla testa dei suoi uomini, contribuiscono a reinserire i soldati coreani in una cornice di agency e professionalità militare, invece di presentarli soltanto come vittime passive della potenza di fuoco occidentale.
Al tempo stesso, l’analisi congiunta delle fonti americane e coreane mette in luce come lo scontro sia stato acuito da una fitta trama di reciproche misconcezioni. Dal lato americano, l’insistenza nell’interpretare il rifiuto coreano di aprire i porti come un ostacolo irragionevole alla naturale espansione del commercio, e la tendenza ad attribuire al re Kojong un grado di controllo e di informazione di cui egli di fatto non disponeva, condussero a una sopravvalutazione dell’efficacia di una pressione navale limitata. Dal lato coreano, la fusione delle memorie della spedizione francese del 1866 e dell’incidente della SS General Sherman in un unico continuum di aggressione occidentale contribuì alla percezione dello squadrone americano come dell’ennesima forza punitiva, piuttosto che come di un interlocutore con obiettivi specifici e circoscritti. La stessa comunicazione tra le parti, filtrata attraverso intermediari e traduzioni incomplete, si rivelò del tutto inadeguata a colmare tali divergenze interpretative.
Nel breve periodo, dunque, lo Shinmiyangyo non produsse effetti analoghi a quelli dell’apertura del Giappone in seguito alle spedizioni di Perry. Gli Stati Uniti si ritirarono senza ottenere alcun trattato, mentre Chosŏn conservò de jure la propria postura isolazionista. Tuttavia, le implicazioni di lungo periodo dell’episodio non devono essere sottovalutate. Per Washington, la campagna offrì una prima esperienza concreta di operazioni sulle coste coreane, una mappatura iniziale di canali e fortificazioni e una percezione più chiara delle fratture politiche interne alla corte di Hansŏng. Per le élite coreane, la devastazione inflitta alle fortificazioni di Kanghwa e le pesanti perdite tra le truppe, nonostante la loro determinazione, costituirono una brutale conferma del divario in materia di artiglieria e di armi leggere che le separava dalle potenze occidentali. La memoria del 1871, sovrapposta a quella del 1866, alimentò sia gli argomenti di quanti insistevano nel mantenere l’isolamento a qualunque costo, sia quelli di coloro che, nei decenni successivi, invocarono riforme controllate e un’apertura selettiva come unico mezzo realistico di preservare la sovranità.
La rilettura storiografica proposta in questo articolo, che mette sistematicamente a confronto i rapporti ufficiali americani, le testimonianze navali e le cronache coreane, consente di superare tanto le narrazioni celebrative quanto quelle demonizzanti, su entrambi i fronti. La ricostruzione della composizione delle forze, delle scelte tattiche, dei dati sulle perdite e delle diverse cronologie della battaglia permette di rivalutare la spedizione non semplicemente come un episodio di violenza imperialista unilaterale, né soltanto come una eroica resistenza nazionale, ma come il prodotto dell’incontro tra due culture politiche in condizioni di radicale asimmetria e di reciproca incomprensione. In questo senso, lo Shinmiyangyo emerge come una lente privilegiata attraverso cui osservare la transizione dell’Asia orientale da un ordine regionale incentrato sul sistema tributario sinocentrico a un mondo sempre più dominato dagli imperi marittimi e dai “trattati ineguali”.
Infine, il caso del 1871 invita a ulteriori riflessioni di carattere comparativo. Se collocato accanto alla spedizione francese del 1866 e alle successive iniziative giapponesi che sfociarono nel Trattato di Kanghwa del 1876, l’attacco americano a Kanghwa mostra come diverse potenze occidentali e regionali abbiano messo alla prova, in rapida successione, la resilienza dell’isolazionismo di Chosŏn. A questi interventi si aggiunsero, negli anni successivi, i tentativi dell’Impero Russo di ottenere sbocchi commerciali e concessioni nella penisola, contribuendo a inserire Chosŏn in una competizione imperiale sempre più serrata, che culminò nella Guerra russo-giapponese del 1904-1905 e nel definitivo affermarsi dell’egemonia nipponica sulla regione. In questo quadro, la crescente pressione giapponese portò dapprima all’istituzione del protettorato e poi all’annessione formale del 1910, inaugurando una fase di dominio coloniale sulla penisola coreana che sarebbe perdurata fino al 1945. Una futura linea di ricerca potrebbe approfondire in maniera più sistematica la circolazione delle conoscenze e delle esperienze tra questi attori, nonché le modalità attraverso cui la memoria coreana delle battaglie di Kanghwa è stata reinterpretata nel XX e XXI secolo, dalla storiografia nazionalista alle attuali politiche di valorizzazione del patrimonio culturale. All’interno di questa cornice più ampia, lo Shinmiyangyo cessa di essere una nota a piè di pagina marginale nella storia delle operazioni navali statunitensi e diventa, piuttosto, un episodio cruciale per comprendere come un piccolo regno alla periferia del sistema mondiale ottocentesco cercò di negoziare, a un costo umano elevatissimo, il proprio posto nel nuovo ordine globale emergente.
A sinistra/In alto: Una raffigurazione dell'incidente dell'isola di Kanghwa avvenuto il 20 Settembre 1875, quando i marines giapponesi a bordo della cannoniera Un’yō sbarcarono sull'isola. Come per la spedizione statunitense, l’attacco fu un successo per i giapponesi che causarono diverse distruzioni sia ai forti che ai villaggi civili e 35 soldati coreani uccisi. (Fonte Kōichi Hagiwara)
A destra/In basso: Il tenente Baldomero Lopez, United States Marine Corps, guida il 3rd Platoon, A Company, 1st Battalion of the 5th Marine Regiment sul lato nord di Red Beach, mentre la seconda ondata d'assalto sbarca a Inch’ŏn il 15 settembre 1950, durante l'Operazione Chromite, nella Guerra di Corea. Il tenente Lopez fu ucciso in azione pochi minuti dopo, mentre assaltava un bunker nordcoreano. Poco meno di ottant’anni dopo la United States Expedition to Korea, la marina statunitense e i marines sbarcarono truppe a meno di 20 km di distanza da dove, il 10 giugno 1871 vennero sbarcate le forze statunitensi che attaccarono la fortezza Ch’ojijin. In questo caso però, gli statunitensi combatterono per la liberazione della Corea. (Foto Naval History and Heritage Command)
Fonti
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